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le fonti nella storia (2)

[FARE STORIA] Ci siamo lasciati, nell’ultima puntata [ le fonti nella storia (1) ], con la distinzione tra fonti primarie e secondarie che spero sia risultata chiara. Puntiamo adesso l’attenzione sulle fonti primarie che – come abbiamo detto – appartengono all’epoca indagata e sono prodotte in maniera diretta dalle persone o dagli enti interessati dal fenomeno.
Così sono fonti primarie il nostro certificato di nascita, la carta d’identità, la lettera che abbiamo scritto a un amico e la fotografia che abbiamo scattato durante le vacanze. Una volta di fronte a questo genere di documenti lo storico deve prima di tutto chiedersi se sono autentici o no. Ovvio, direte voi. Certamente, ma non è semplice.
Non è infatti facile stabilire se una fonte è vera o falsa perché per farlo si devono avere conoscenze molto precise sui diversi aspetti della fonte stessa. Se il documento in questione ci è giunto in originale, una parte delle indagini si potrà condurre in laboratorio. Si potranno cioè fare analisi chimiche sulla pergamena o la carta e ovviamente sull’inchiostro, si valuterà poi la composizione del nastrino che tiene il sigillo e la cera del sigillo stesso, o il piombo o l’oro della bolla. I dati ottenuti dovranno essere congrui col periodo a cui si presume appartenga lo scritto o l’oggetto. Così ad esempio la celeberrima Sindone di Torino è risultata, all’analisi del carbonio 14, fabbricata tra il 1260 e il 1390.
Oltre al laboratorio lo studioso deve saper guardare alle caratteristiche esteriori del documento: la forma dell’oggetto, lo stile della scrittura, la presenza di simboli, la struttura stessa del testo. Provate ad esempio a guardare la vostra carta d’identità: non solo ha una dimensione e un colore peculiari, ma le scritte sono fatte con un determinato tipo di carattere e le informazioni distinte si trovano in punti precisi delle pagine. Questo discorso vale per tutti i documenti che escono da un ufficio o cancelleria e hanno valore pubblico. Possiedono cioè una struttura interna che cambia solo in momenti e periodi che gli esperti conoscono.
Tuttavia non sempre queste indagini esterne possono essere risolutive da sole: non lo sono se il falsario è stato particolarmente bravo oppure – evento molto comune per l’epoca antica – se i documenti ci sono pervenuti in copia. In questo caso lo studioso oltre che sulla struttura del testo, non può far altro che ragionare su altri due campi: la provenienza e il contenuto. Ossia, prima si deve chiedere come e perché è stato copiato o si è conservato il documento, se per caso non ci sia qualcosa di sospetto nei fattori che ne hanno garantito la sopravvivenza. In seguito deve tuffarsi in quello che il documento dice e come lo fa.
Prendiamo ad esempio i presunti Diari di Mussolini che sono stati pubblicati dalla Bompiani nonostante gli esperti sostengano che siano falsi. In questo caso la provenienza è quanto mai dubbia, nel senso che non è trasparente. Insomma non si conoscono le mani che se li sono passati. Il falsario ha avuto abbastanza buon gioco su alcuni fattori esterni (carta, inchiostro e formato) perché il Duce è un personaggio recente e trovare nei mercatini dell’antiquariato il necessario per fabbricare le sue memorie è relativamente facile.
Nel caso del diario non possiamo poi guardare alla struttura del testo, perché le memorie personali, non essendo documenti ufficiali, non prevedono un formulario. Gli è riuscita meno l’imitazione della scrittura, che non ha retto all’analisi degli esperti delle case d’aste e di Roberto Travaglini, presidente dell’Associazione Grafologi Professionisti.
Riguardo al contenuto, poi, Emilio Gentile, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, ha invece trovato errori di grammatica, testi copiati dai giornali, nomi e date sbagliate.
Cosa ricaviamo da questi esempi? Che lo storico deve essere possedere conoscenze molto approfondite in alcuni campi molto settoriali e sapersi affidare a una nutrita serie di esperti: chimici, fisici, biologi, codicologi, paleografi, diplomatisti, archivisti, filologi, solo per citarne alcuni.
Dato però che non è possibile condurre su ogni documento tutte le analisi elencate è in prima istanza proprio allo storico che si chiede una buona dose di senso critico e una discreta erudizione. Insomma deve saperne abbastanza perché alcune tracce gli possano risultare sospette fin dalla prima lettura: una seconda e una terza lo porteranno poi a stabilire se è il caso di chiedere aiuto o meno a chi ne sa più di lui.
Lo storico deve essere quindi in una certa misura anche un erudito: una sorta di Sherlock Holmes della Storia capace di capire, dalla cenere di un sigaro trovata sulla scena del delitto, da dove proviene il sigaro stesso.

[dal minuto 25′ 05” del podcast 26 – sorelle d’Italia]