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gli Europei di calcio – da Matthias Sindelar ai cori nazisti

[STORIUSANDO] Gli Europei di calcio del 2008 si sono colorati di toni storici accesi, con grande dispiacere di molti commentatori sportivi che vorrebbero il mondo del calcio e dello sport chiuso entro confini propri e, possibilmente, impermeabili alle influenze della politica e, quindi, della Storia. Invece la Storia è entrata ovviamente in campo, Storia più o meno recente, ma sempre Storia. La partita Italia-Romania, ad esempio, ha assunto – in Romania – un valore di possibile riscatto nazionale. Ha scritto, infatti, il Journal Nacional «È arrivata l’ora di prendersi la rivincita per vendicare il nostro onore ferito dagli xenofobi italiani».
La Storia presente e le azioni del nostro governo hanno quindi avuto un effetto diretto su un evento che sarà anche sportivo ma che viene giocato sotto i colori di due bandiere, quindi all’ombra di due storie.
È vecchia di settanta anni, invece, eppure sprizza – ahimé – giovinezza da tutti i pori, la tensione che si è innescata tra Austria e Germania prima della partita che le ha viste in campo proprio per l’anniversario dell’Anschluss, l’unificazione forzata, effettuata da Adolf Hitler, con la Germania. A Vienna la polizia è riuscita a bloccare lo scontro tra i tifosi austriaci e i tedeschi, ma a Klagenfurt ci sono stati 157 arresti dei tifosi tedeschi, polacchi, austriaci e sloveni. A originare gli scontri i cori a carattere nazista intonati dagli ultras tedeschi nei confronti di quelli polacchi. Simboli e cori che evidentemente in Austria fanno più male che altrove.
Caso vuole che proprio settanta anni prima, a Vienna, si fosse giocata un’altra partita Austria-Germania che solo l’ipocrisia del potere ebbe il coraggio di chiamare amichevole. A volerla fu lo stesso Führer che pensava così di sancire, amichevolmente, lo scioglimento della Nazionale austriaca, allora fortissima. Peccato che il campione del Wunderteam – la Nazionale austriaca, appunto – fosse Matthias Sindelar, un vero asso, ma di origini ebraiche, soprannominato Mozart del pallone, per le eccezionali doti tecniche. La sua bravura lo aveva – fino ad allora – relativamente tenuto al riparo dall’antisemitismo nazista, ma era un uomo con occhi ben aperti su quanto stava succedendo.
Nella partita amichevole l’Austria vinse e, ovviamente, la vittoria assunse immediatamente un elevatissimo valore simbolico, non solo per l’Austria come Nazione, ma anche per la questione ebraica, perché fu Sindelar a segnare il gol decisivo. Alla fine della partita, assieme a un compagno di squadra, Matthias rifiutò il saluto nazista in tribuna a Hitler e ai gerarchi nazisti presenti.
Non vi racconterò come finì il Mozart del football, lo farà il sito www.storiedisport.it a cui simpaticamente passo la palla. Vi chiedo però in che modo questa storia lontana ci riguarda. Io credo molto, perché non è una storia chiusa.
Gli europei si chiamano in questo modo perché l’Europa ha avuto una Storia in cui la nazione, l’etnia nazionale, lo stato nazionale, ha avuto per centinaia d’anni una rilevanza incredibilmente elevata, con un picco di tragico parossismo nel secolo appena trascorso. I fuochi dell’ultimo conflitto non sono ancora del tutto spenti. I rigurgiti di nazionalismo non possono non farsi sentire in un momento in cui gli stati-nazione vedono progressivamente disfarsi i propri confini sotto la pressione da un lato dell’immigrazione e dall’altro dell’Unione Europea.
In fondo, dietro le gare sportive che si stanno giocando non scendono in campo due marchi di telefonini, o i mori contro i biondi, o i mediterranei contro gli atlantici, o europei contro americani o africani, ma nazioni, bandiere, bandiere che grondano sangue anche se ora sembra sangue un po’ secco. I cori filonazisti che il CT della Nazionale croata, Slaven Bilić, ha fatto cantare ai suoi giocatori per motivarli in campo non sono sangue secco.
È quello fresco, versato dagli ustascia croati nella recentissima guerra dei Balcani.

[dal minuto 21′ 36” del podcast 18 – Pericle: fu vera democrazia?]