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fare ricerca storica

[FARE STORIA] Se il passato, anche una piccola parte di esso, non si può isolare in uno, dieci, cento fatti significa che non si può raccontare la Storia come una semplice successione di avvenimenti, perché ogni volta ci si trova di fronte sempre ai medesimi problemi: perché racconto quegli avvenimenti e non altri? Da quando inizio? E quando finisco? E che avvenimenti interni metto in luce? È quindi evidente che a monte e a valle del fare Storia ci sono delle domande, ed è lì spesso che si misura la bravura o la debolezza di uno storico. Si è bravi nella misura in cui si riesce ad elaborare domande valide e anche ad essere consapevoli di averle elaborate. Si è deboli nella misura in cui ci si fa trascinare da fattori esterni o (ancor peggio) interni: le nostre idee politiche ad esempio, la fede o la mancanza di fede, il nostro ruolo nella società e così via.
Facciamo l’esempio di un fattore esterno: sto facendo ricerche su un monastero di cui è stato disperso l’archivio durante l’età napoleonica; di tutte le sue carte si sono conservati solo alcuni manoscritti relativi alla vita e alle opere di un santo. Ne concludo che quel santo era stato estremamente importante per quel monastero – altrimenti anche quei testi sarebbero dispersi – e di conseguenza posso capire che caratteristiche aveva il monastero in questione leggendo accuratamente i racconti della sua vita. Ma l’assunto è errato.
Il silenzio delle fonti, ossia la mancanza di documentazione, può essere importante, ma può anche non esserlo. La conservazione dei manoscritti può essere stata fortuita e se mi baso solo o troppo su quello che loro dicono vado fuori strada. In questo caso il buon storico sa che deve allargare l’orizzonte delle fonti da guardare e delle domande da porre: ad esempio deve chiedersi se sono state fatte indagini archeologiche su quel monastero, se vi sono epigrafi, quale documentazione possiedono gli altri monasteri del medesimo ordine, se quel santo è stato venerato anche in altri cenobi e così via. Allargare il raggio delle indagini, i confronti e lo spettro della documentazione.
Più difficile da debellare è il fattore interno, perché sostanzialmente ci si deve chiedere perché lo sto facendo. Il monastero può essere indagato ci si abita accanto, perché si ama la Storia locale, siamo considerati i saggi del paese e tutto ci chiedono notizie storiche sul luogo, i suoi monumenti e le sue glorie. Se questa condizione è all’origine della domanda allora sarà difficile che troviamo qualche difetto nel nostro monastero. Saremo portati ad esaltarne le peculiarità che per noi (e per i nostri compaesani) sono positive: antichità, ricchezza, santità…
E il medesimo discorso può essere fatto per qualsiasi fenomeno del passato abbiamo intenzione di indagare. Qualsiasi dalle crociate alle stragi naziste, dalla donna nell’età romana alla peste del Seicento. La spinta verso l’indagine è spesso molto oscura, profonda, non chiara. Uno storico è buono nella misura in cui, come dallo psicanalista, porta quell’impulso alla luce. Non per eliminarlo ma semplicemente per essere consapevole che c’è.
Se siete quindi storici in erba e state conducendo ricerche di qualsiasi genere chiedetevi per prima cosa perché. Se la risposta è “solo per curiosità” tornate al via, perché state mentendo.

[dal minuto 24′ 50′ del podcast 24 – l’invenzione della Nazione]