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39 – la caccia alle streghe

Stephanus, filius Laurenti de Galanti de Rocheta … interrogatus: se sa che alla Rocheta vi siino persone che attendano ad incantesimi, magherie e fatture. Respondit: io dico che havendo una figliuola piccola, d’età di mesi trenta, ch’era amalata e per sanarla mi fu riferito da molte persone che Giacomina, moglie d’Antonino Galanti, sapeva guarire queste creature, le quali erano state guaste da streghe e, sospettando che detta mia figlia … fusse stata guasta, fui necessitato chiamare detta Giacomina in casa mia …, e così detta Giacomina vene in casa mia e visitò detta mia figlia e disse ch’era stata guasta e la liberò et essa Giacomina prese una tazza de terra piena d’acqua e da poi prese nuove grane di grano, quali pose in croce in detta tazza d’acqua e detto grano, per quello vidi, fece gl’occhi come li pesci e, fatto questo, prese detto vaso con l’istessa aqua dove era il grano dentro, la sparte per li cantoni della casa, imponendo a quelli di casa che dicessimo il pater e l’ave Maria e questa cosa detta Giacomina la replicò più volte e così detta figliola restò libera … Fu poi detta mia figliouola tornata ad esser guasta et essa Giacomina fece mi instanza che se volevo che detta mia figliuola guarisse, chiamassi la Cassanella, chiamata Maria, perch’essa era stata quella che haveva guasto la figliuola e lei sarebbe quella che la guarirebbe e così venne e la guarì e la quarta volta che s’amalò dette donne venero in casa mia ma non la guarirno, sebene se ne morse.

Siamo nel 1640 nel vescovato di Brugnato, vicino alla Spezia. Un abitante di Rocchetta di Vara, un piccolo paese della Liguria interna di Levante, riferisce della sua dolorosa esperienza al vicario del vescovo, perché vi era stata una denuncia di pratiche stregonesche pochi mesi prima proprio a Rocchetta. La malattia della figlia lo aveva indotto a chiamare una tale Giacomina, del luogo, che più volte aveva operato un rito di guarigione a casa sua: aveva messo dei chicchi di grano a forma di croce in una ciotola piena d’acqua, aveva sparso l’acqua ai quattro angoli dell’abitazione e aveva fatto recitare delle preghiere. Non ottenendo un risultato duraturo Giacomina aveva quindi scaricato la responsabilità su un’altra donna, Maria detta Cassanella, perché proveniente da Casssana un paese vicino. Anche lei aveva cercato di guarire la piccola Caterina, riuscendoci, ma all’ennesimo manifestarsi della malattia erano intervenute invano le due donne assieme. E la bimba era morta.

Con Giacomina e Cassanella Historycast entra in una tema appassionante, che abbiamo solo toccato, di sfuggita, in una vecchia puntata sull’Inquisizione, ossia quello della stregoneria e della sua repressione nell’Europa dell’età moderna.

Ci sono e ci sono stati molti modi di leggere la caccia alle streghe, un fenomeno dai contorni cronologici larghi, che va dalla metà del XV secolo alla metà del XVIII, per intenderci da Cristoforo Colombo a Benjamin Franklin, e dai numeri altrettanto grandi – 45000 vittime, pare, anche se le cifre per questi tempi così lontani non sono assai difficili da calcolare.

La visione tradizionale, che si ritrova, in molti manuali di storia vede i roghi come un fenomeno complesso, nato da una congiuntura peculiare che si venne a creare nell’Europa dell’Età Moderna, dilaniata tra Riforma e Controriforma, caratterizzata dal rafforzarsi progressivo di monarchie assolute e dal contemporaneo diffondersi di carestie ed epidemie. Congiuntura che sviluppò una vera e propria ossessione collettiva, che individuava in streghe e stregoni e nei loro malefici la causa della peste, dell’infertilità o della mortalità infantile. La paura diffusa a tutti i livelli diede origini a una operazione giudiziaria senza precedenti, indirizzata a rafforzare il controllo dello stato sul comportamento individuale, principalmente su quello femminile.

Riguardo alla prima questione, sul perché un più grande numero di streghe si è trovato tra il fragile sesso femmineo rispetto agli uomini, questo è davvero difficile da contraddirsi, dato che è accreditato dall’esperienza comune e da una gran parte di testimonianze credibili [..] L’intera malvagità è poca cosa di fronte alla malvagità di una donna. così S. Giovanni Crisostomo dice: che altro è donna, se non un nemico per amicizia, una punizione ineludibile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un male della natura, pur descritta con a colori tenui! [..] Inoltre le donne sono più superstiziose degli uomini perché sono più sprovvedute e dato che il principale scopo del diavolo e corrompere la fede, egli preferisce loro come prede [..] Infine la ragione di natura risiede nel fatto che la donna è più carnale dell’uomo ed è chiaro dalle sue molteplici abominazioni carnali. In conclusione, ogni stregoneria viene dalla lussuria della carne, che è nelle donne insaziabile.

Quelli che avete sentito sono alcuni brevi stralci del celeberrimo Malleus Maleficarum, il martello delle streghe. Streghe non stregoni, fattucchiere non maghi perché la caccia alle streghe si è tradotta nella stragrande maggioranza dei casi in una lotta senza quartiere proprio contro le donne, considerate facilmente prede del peccato, dell’eresia, della lussuria, dell’incostanza e della debolezza a tutti i livelli, materiale e intellettuale. Il loro stesso nome, dicono gli autori Jacob Sprenger e Heinrich Kramer – frati domenicani – verrebbe da Fe (ossia fede) e minus (meno) dichiarando così nella stessa etimologia di quale sesso fosse l’anello più debole della comunità dei credenti. Sebbene ci sia assai poco di autorevole e teologicamente valido nel Malleus Maleficarum – anche se lo rapportiamo all’epoca in cui è stato scritto ossia alla fine del Quattrocento – il testo di Sprenger e Kramer ebbe un successo incredibile. Venne prima copiato poi stampato e ristampato in numerosissime copie ed ebbe una circolazione amplissima tra i tribunali, quelli regolari dell’inquisizione, come in quelli sommari e spontanei, indetti sulla spinta di una paura collettiva improvvisa quanto spesso feroce.

Una diffusione che crea non pochi problemi agli studiosi di oggi in quanto l’abbinamento tra il libro e il fenomeno risulta talmente stretto che è assai difficile capire quanto, negli atti dei processi e nelle trascrizioni degli interrogatori, sia originato dal Malleus e quanto emerga più o meno spontaneamente dalle testimonianze, che erano spesso comunque estorte sotto tortura o dietro minaccia di tortura e quindi assai poco veritiere.

Quando si legge le imputate ammettere di aver volato di notte a una riunione del Sabba e aver giaciuto con il demonio e mangiato bambini abbiamo infatti il forte e fondato sospetto che i contenuti non solo siano falsi perché estorti infliggendo dolore, ma siano in un certo senso “dettati”, standardizzati, indotti proprio dalle conoscenze pregresse di chi interrogava. In particolare gli studi di Joseph Hansen hanno mostrato come l’immagine della stregoneria diabolica, con tutti i suoi accessori – patto col diavolo, sabba, profanazione dei sacramenti – si sia venuta elaborando tra la metà del ‘200 e la metà del ‘400 ad opera di teologi e inquisitori, per diffondersi poi, attraverso trattati come il Malleus in tutta Europa, e successivamente, anche al di là dell’Atlantico.

Quando la grande caccia si placò fino a esaurirsi e il Settecento vide sorgere in Europa i lumi della ragione, gli storici di quell’epoca etichettarono il fenomeno come frutto – appunto – dell’occultamento della ragione stessa, dovuta all’aderenza cieca ai precetti religiosi, all’ortodossia intransigente, alla persecuzione come strumento di controllo morale e politico; e videro le testimonianze delle sedicenti streghe come fonti del tutto inattendibili, viziate all’origine, buone solo per dimostrare la pazzia collettiva determinatasi dall’unione di paura, arroganza e superstizione.

Altre strade furono ovviamente tentate tra Otto e Novecento. Gli storici positivisti, con la loro ansia di cercare una ragione scientifica all’agire umano, lessero ad esempio nelle confessioni delle imputate di stregoneria il frutto di allucinazioni derivate dall’uso di unguenti a base di sostanze stupefacenti, o da stati patologici, soprattutto isterici. Era molto frutto della famosa isteria femminile studiata dalla psichiatria dell’Ottocento per indicare gli attacchi nevrotici molto intensi, di cui erano generalmente vittime le donne, dato che in greco Hysteron significa appunto utero.

Molte delle sedicenti streghe dichiaravano di recarsi al Sabba in spirito, in una sorta di trance oppure semplicemente in sogno. L’ipotesi fu che si trattasse di probabili stati isterici o di sintomi di epilessia o di altre malattie nervose non meglio individuate. Le perdite di coscienza accompagnate da allucinazioni potevano effettivamente derivare all’azione di unguenti composti di sostanze soporifere o stupefacenti. Già a metà del ‘400 il teologo spagnolo Alfonso Tostado notava che le streghe spagnole, dopo aver pronunziato determinate parole, si spalmavano di unguenti e cadevano in un profondo sonno, che le rendeva insensibili perfino al fuoco o alle ferite; ma, risvegliate, asserivano di essersi recate in questo o quel luogo, magari lontanissimo, a convegno con altre compagne, banchettando e amoreggiando.

Difficile però dire fino a che punto le streghe imputate, torturate e condannate fossero donne isteriche, epilettiche e drogate o invece, semplicemente, donne invise alla loro comunità, al marito, alle autorità del luogo, trasformate da guaritrici/ostetriche a malefiche fattucchiere da un mutamento accidentale, l’insorgere di un epidemia, il manifestarsi di una carestia, l’arrivo di un terremoto. Rocchetta di Vara, da dove è iniziata la nostra storia, è una piccola località rurale montana, fuori dalle grandi rotte commerciali, inserita in un territorio soggetto a periodiche alluvioni, spesso disastrose. L’ultima del 2011. Dunque una località povera, dove certamente la mortalità infantile era nel Seicento un realtà ricorrente.

Certo, se si guarda all’intero fenomeno dei roghi di streghe che hanno illuminato l’Europa e varie località del Nord America nell’età moderna, ci troviamo di fronte a manifestazioni che è impossibile ridurre al manifestarsi di una o più patologie. C’era evidentemente dell’altro in gioco.

Se torniamo con la mente alla testimonianza di Rocchetta di Vara, non certo estorta dalla tortura ma anzi relativamente spontanea, ci rendiamo conto che Giacomina e Cassanella si consideravano effettivamente streghe, nel senso di donne capaci di controllare alcune forze nascoste della natura. Energie che potevo dirigere al bene come al male e che non erano necessariamente legate alla volontà del diavolo.

Ricordate cosa fa la Giacomina? Sparge il grano in una ciotola d’acqua mettendo i chicchi a forma di croce e “benedice” la casa facendo recitare agli occupanti delle preghiere. Non vi è nulla di diabolico in sé in questa pratica se non, ovviamente, la pretesa poter indirizzare e piegare la volontà di Dio; se non, ovviamente, la convinzione che esista il maleficio e questo possa essere allontanato tramite pratiche magiche, fuori dal contesto ecclesiastico. Sono, Giacomina e Cassanella, in un certo senso streghe buone, che vogliono fare del bene all’interno di un gruppo di credenze che ha inglobato e non rifiutato il cristianesimo e che affonda le sue radici nella cultura popolare: il grano, l’acqua, la preghiera

 

Il 21 marzo 1575 nel convento di San Francesco di Cividale del Friuli, dinanzi all’inquisitore … compare testimone un parroco di un paesino. Da un mugnaio di Brazzano, il cui figlio è morente per un male misterioso, ha appreso che in un villaggio non lontano vive un certo Paolo Gasparutto, il quale cura gli stregati e afferma di «andar vagabondo la notte con strigoni et sbilfoni». Incuriosito, il prete l’ha fatto chiamare. Il Gasparutto … ha raccontato che «il giovedì de tutte le quattro tempore de anno erano sforcciati a andar insieme con questi stregoni in più campagne, dove «combattevano, giocavano, saltavano, et cavalcavano diversi animali, et facevan diverse cose fra loro; et… le donne battevano con le cane di sorgo gl’homeni che erano con loro, et li quali non havevano in mano altro che mazze di finochio»

Gasparutto e gli altri uomini che vanno nei boschi di notte e curano gli stregati sono i benandanti, un fenomeno messo alla luce da Carlo Ginzburg che ha illustrato in maniera magistrale quest’inviluppo, non sempre facile da sbrogliare, di credenze antiche, pratiche popolari, religione, mentalità e manuali teorici di stregoneria.

L’evento descritto da Gasparutto, streghe e stregoni che si dànno convegno la notte per darsi a «salti», «spassi», «nozze» e banchetti, evoca immediatamente l’immagine del sabba, ma lo fa perché abbiamo nella mente il Sabba descritto dal Malleus e da altri trattati simili. Ginzburg però ha notato delle differenze importanti: innanzitutto “non viene reso omaggio al diavolo, non si abiura la fede, non si conculca la croce, non si fa vituperio dei sacramenti. Streghe e stregoni armati di canne di sorgo giostrano e combattono con benandanti provvisti di rami di finocchio”.

Inoltre i benandanti affermano di contrapporsi a streghe e stregoni, di ostacolarne i disegni malefici, di curare le vittime delle loro fatture, anche se per farlo si recano a misteriosi raduni notturni, di cui non possono far parola sotto pena di essere bastonati, cavalcando lepri, gatti e altri animali.

Altro dato curioso: i benandanti escono la notte del giovedì delle quattro tempora: si tratta di una festa che proviene da un antico calendario agrario, poi entrata a far parte del calendario cristiano, e simboleggia i passaggi di stagione, delicati per tutte le fasi della coltivazione semina, cura, raccolta. Sono i momenti in cui i benandanti escono per proteggere i frutti della terra, momenti stabiliti da una visione del ciclo annuale precedente all’insorgere del cristianesimo. Gli stessi combattimenti, mimati o reali contro le streghe, ricordano le contese rituali tra Inverno e Estate o Inverno e Primavera, di cui è piena la tradizione culturale pagana dell’Europa centro-settentrionale.

Dagli studi di Ginzburg, e di altri che hanno seguito a scia il suo ottimo spunto di ricerca, si è scoperto inoltre che i benandanti erano una vera e propria setta, organizzata attorno a un capitano, legata da un vincolo di segretezza e votata alla difesa dei raccolti e della fertilità dei campi. Il loro elemento comune era l’essere nati con la camicia, cioè avvolti nella membrana amniotica, un oggetto sempre creduto ricco di virtù magiche.

Studiare l’emergere dei benandanti nei processi e nei resoconti di stregoneria ha significato quindi far emergere gli atteggiamenti religiosi e la mentalità della società contadina friulana tra la fine del ‘500 e la metà del ‘600, un nucleo di credenze popolari, probabilmente assai antiche, che solo in età moderna – per il contesto che si era venuto a creare, le pressioni e i condizionamenti culturali degli inquisitori – venne assimilato alla stregoneria. Originariamente era religiosità popolare di origini assai antiche e difficilmente ricostruibili

Lily Weiser-Aall ha evidenziato come esistono credenze, testimoniate per la prima volta nel secolo X, ma forse risalenti a un periodo anteriore, in cui avvengono misteriosi voli notturni, soprattutto di donne, verso convegni dove però non vi è traccia di presenze diaboliche, di profanazione di sacramenti o di apostasia della fede. Si trattava di convegni presieduti spesso da una divinità femminile, chiamata ora Diana, ora Erodiade, ora Holda o Perchta. Queste le credenze ancestrali che avrebbero dato origine al Sabba. In sostanza sarebbero stati i teologi dell’età moderna, nella loro ansia di combattere l’eresia, a disegnare, se non proprio a creare, le streghe pescando a piene mani in credenze popolari più o meno diffuse e trasformandole in manifestazioni del Maligno. Processi, furore collettivo e roghi fecero poi mano a mano venir meno anche tra la popolazione comune la consapevolezza delle origini di quelle pratiche. Anche l’uso di unguenti con sostanze stupefacenti – in questa chiave – diventa il retaggio di riti ancestrali, un mezzo per raggiungere uno stato mentale idoneo ad attingere il mondo misterioso e altrimenti irraggiungibile dei morti, degli spiriti che vagano senza requie sulla terra, che possono danneggiare i raccolti e gli uomini.

Se è così i resoconti di processi alle streghe costituiscono un mix potente e difficilissimo da indagare, dato che presentano una ri-lettura colta e cattolica di culti ancestrali e il fenomeno della stregoneria e della sua repressione appare molto più complesso, e anche interessante, da indagare.

 

Quello che ho fatto, l’ho fatto per amore di Dio. Come Dio è andato segnando per il mondo, così anche io ho voluto segnare bel nome dei Padre, del Figlio e dello Ss. Amen. Segnata un questo modo si mette la creatura sopra una pala e la si caccia nel formo; poi la si riira, Alcuni sono morti e altri guarire. Cosa volete che faccia io? Quello che ho fatto, l’ho fatto pie bene. E non volle dire altro. Allora fu portata all tortura, legata e alzata. Chiese di essere deposta che avrebbe detto al verità. Una volta messa giù non volle dire niente. ìDi nuovo alzata disse di voler dire la verità, ma a terra non volle dire niente

Barbara “la Marostega”, presunta strega di Cavalese, non cede alla tortura. Rimanda al mittente costantemente le accuse portate contro di lei prima dal guaritore Giovanni Dalle Piatte e poi anche delle altre donne che Giovanni ha messo di mezzo come streghe per togliesi di dosso lui stesso la medesima accusa. Barbara è torturata ripetutamente, nega sempre, poi ammette di aver fatto delle cose ma in sogno o perché portata alle riunioni col diavolo da altrui. Non ammette mai di essere una strega ma forse non ha il tempo, la tortura la sfianca e uccide dopo un mese nell’inverno del 1505.

La stregoneria era considerato un reato di eccezionale gravità che autorizzava a procedure speciali: il processo di apriva senza testimoni, bastavano informazioni raccolte segretamente o una denuncia anonima; l’imputato veniva interrogato normalmente poi con i tormenti senza avvocato; la confessione era sufficiente per provare la colpevolezza. Spesso quindi il gruppo sociale era escluso dal processo, ci rientrava solo come pubblico. Questo fatto spesso ci impedisce di comprendere quanto la paura della stregoneria fosse diffusa e condivisa nella comunità dove venivano accusate e poi perseguitate le streghe.

Tra gli scritti degli studiosi si trovano ipotesi spesso opposte sul rapporto tra società e caccia alle streghe. Nell’Ottocento liberale e tendenzialmente anticlericale si tende a dare tutte le colpe al clero e agli inquisitori; nel novecento, per contrasto, si è arrivati talvolta a vedere i tribunali come istituzioni che avvallavano un sentire comune e diffuso, una sorta di braccio armato della collettività, la concretizzazione della follia di gruppo.

In realtà le fonti pare disegnino una realtà più complessa. La credenza nelle streghe era certamente molto diffusa, ma questo non significa che la gente volesse per forza individuarle e distruggerle. E’ il rogo che sancisce pubblicamente che la strega costituisce un pericolo comune e obbliga la comunità a riconoscere la colpevole e ad assistere alla sua fine, considerata, per altro, salvifica per la comunità stessa.

Che il potere magico, guaritore o malefico, posseduto da determinate donne fosse percepito in maniera diversa all’interno di una comunità è evidente anche nelle testimonianze sulle due streghe di Rocchetta di Vara. Cassanella è chiaramente invisa perché non del posto, forse perché ha usurpato il ruolo della Giacomina. Alcune testimonianze riportano le azioni di entrambe come assolutamente normali, un dato quotidiano del vivere contadino, un aiuto a cui si ricorreva in caso di bisogno. Altre testimonianze sono invece più negative, vi si legge tra le righe la condanna e il rancore, forse anche per l’esito negativo dell’incantesimo e la conseguente morte del bambino malato.

Altre fonti di altri luoghi, dei tanti che hanno visto bruciare i roghi nelle pubbliche piazze, raccontano di dinamiche politiche locali, millantatori furbi come Giovanni Dalle Piatte di Cavalese, che sfruttò la mentalità comune per crearsi un gruppo di complici e poi scaricare su di loro il grosso della colpa. La brama di potere e lo zelo per l’ortodossia sembrano invece aver animato, tra il 1587 e il 1589, gli inquisitori del processo di Triora, in Liguria, cui tentò debolmente di opporsi il il consiglio degli anziani della comunità. Una vera e propria isteria collettiva, guidata ovviamente dalle autorità religiose e civili, sembra aver invece sconvolto la cittadina di Salem, nel Massachusetts alla fine del ‘600, fino a che il reverendo Increase Mather non riportò la calma e determinò la fine del processo attaccandosi a vizi di forma. Mather infatti non discusse l’attribuzione alla stregoneria dell’origine dei sintomi manifestati dalle adolescenti di Salem, ma espresse forti riserve sulla regolarità dei processi, il cui svolgimento non era stato conforme alle leggi.

Se i processi alle streghe dell’Europa tra 4 e 700 seguivano una procedura simile che spesso conduceva al medesimo tragico esito, diverse potevano essere le cause e le dinamiche che portavano alla caccia e alla sentenza. Alcuni dati sono certamente comuni: la radice popolare di alcune pratiche, il ruolo centrale dato alle donne, la relazione causa/effetto tra stregoneria e catastrofi naturali, epidemie o crisi economiche, la strategia di controllo delle istituzioni religiose, cattoliche e protestanti.

In questo brodo comune brulicano i germi di una pazzia collettiva che tuttavia, non sempre trova negli ingredienti base una spiegazione piena e completa e che spesso non ci viene restituita dalle fonti in maniera chiara, come se il fumo dei roghi ancora ci oscurasse la vista.

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Bibliografia

  • Matteo Duni, Le streghe e gli storici, 1986-2006: bilancio e prospettive, in «Non lasciar vivere la malefica». Le streghe nei trattati e nei processi (secoli XIV- XVII), a cura di D. Corsi e M. Duni, Firenze, SUF Press, 2007, pp. 1-18
  • Carlo Ginzburg, I benandanti, Torino, Einaudi, 1966
  • Luisa Muraro, La Signora del gioco.La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, La Tartaruga, 1977

Musiche impiegate

  • Coro de monjes de la Abadía de Saint-Pierre de Solesmes, Dies Irae, archive.org
  • Ensemble la remède de la fortune, Kyrie Machaut, archive.org
  • Modest Mussorgsky, Night on Bald Mountain, musopen.org
  • Morning Spy, Daughters Of History, soundcloud.com