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37 – l’invenzione della tradizione

L’invenzione della tradizione ovvero God save Historycast

***GOD SAVE THE QUEEN***

Credo che molti di voi abbiano riconosciuto l’inno che si sta dissolvendo. God save the Queen, Dio salvi la regina che, in questo peculiare momento si indirizza alla regina del Regno Unito Elisabetta II. L’inno nazionale britannico è ovviamente più vecchio della longeva Elisabetta e più antico della sua sempre longeva antenata Vittoria, ma non è coetaneo del regno inglese.

Anche se vanta la primogenitura su tutti gli inni nazionali mondiali, il canto nacque infatti nel 1745, e anche se oggi è rappresentato in numerose occasioni pubbliche di buona parte del globo – dato che si è diffuso in tutti i paesi del Commonwealth – possiede un testo che non so quanti sentano autenticamente vibrare nel proprio cuore. A Dio infatti è chiesto non solo di salvare la regina Elisabetta, ma darle anche vittoria, felicità e gloria, di disperdere i suoi nemici e farli cadere; confondere i loro intrighi, frustrare le loro manovre disoneste. Perché mai un inglese o un neozelandese del XXI secolo dovrebbe desiderare che Dio faccia tutte queste cose suona effettivamente strano, come allo stesso modo ci appare assai stridente, ascoltato oggi, il God bless America, onnipresente nella cultura americana a tutti livelli, politico, popolare, materiale, come se la religiosità contemporanea potesse ancora accettare un Dio difensore e paladino dei soli confini nazionali.

Eppure milioni di persone in differenti contesti mondiali cantano ogni giorno e con passione God save the Queen, mentre God bless America è diventato, dopo l’11 settembre, un potente catalizzatore di unità nazionale e sotto la presidenza Obama, addirittura un canto di lotta per i conservatori del Tea Party, tanto che il primo presidente nero d’America, di origini keniote, nel 2008 ha dovuto passare una sorta di test, terminando almeno un discorso pubblico con questa celeberrima frase.

Con gli inni nazionali, le bandiere e altri usi pubblici, Historycast si avventura in un tema appassionante quanto relativamente nuovo della pratica storica, l’invenzione della tradizione. Perché gli inni nazionali, i colori delle bandiere, parrucche e divise, svariate feste e numerosi riti comuni appartengono appunto a questa categoria, quella delle tradizioni che sembrano senza tempo e che invece sono nate in un peculiare momento e soprattutto sono state studiate a tavolino, commissionate, ordinate, inventate per assolvere un particolare ruolo, di norma quello di dare cemento a una comunità che ne ha bisogno. A coniare l’endiadi, tradizione inventata, e a promuovere il primo serio studio sull’argomento è stato un grandissimo storico inglese contemporaneo, morto di recente, Eric Hobsbawm, che si mise appunto a studiare questi fenomeni nel tempo e accentrò la sua attenzione in particolare sulle tradizioni inventate tra la fine del settecento e la prima metà del Novecento. Insomma, le nostre.

***fanfan la tulipe***

La scenetta gustosa che avete sentito viene da Fanfan la Tulipe (Il tulipano d’oro) film del 2003 di Gérard Krawczyk, un’irriverente ricostruzione delle guerre tra stati nel secondo settecento e di un periodo in cui il sentimento nazionale in Francia come altrove era ben lungi dall’essere radicato tra i sudditi come dall’essere espresso da peculiari simboli. L’inno inglese da cui siamo partiti è un esempio curioso ma al contempo emblematico di queste condizioni: venne rappresentato nei teatri londinesi nel 1745, quindi si presume per onorare o consolare re Giorgio II Hannover dopo la disfatta subita dai Giacobiti. Ma c’è chi sostiene, e ve ne sono le ragioni, che la canzone nascesse proprio in ambito giacobita e quindi a sostegno degli Stuart, contro Giorgio di Hannover. Quale fosse la verità la canzone divenne indubbiamente e rapidamente popolare ma non si caratterizzò subito come inglese tanto che venne adottata dalla Confederazione Germanica, passando poi nel 1870, con altro testo, all’Impero Tedesco (1870 – 1918). Nel tempo ha subito diverse varianti e la visione definitiva si deve a Giorgio V, che nel 1933 emanò un apposito decreto stabilendo ritmo e orchestrazione. Quindi a prescindere dalle intenzioni di chi lo creò (un musicista ignoto), tra la fine del settecento e nel corso del secolo seguente la monarchia inglese ritenne estremamente utile usare quest’inno per cementare la fedeltà dei propri sudditi e soprattutto alimentare, in una vastissima compagine di stati diversi, l’amore per il re o la regina di turno. Fu un processo in parte spontaneo, ma in larga parte voluto ed estremamente funzionale, dato che l’inno inglese, non solo vanta una fortissima tradizione, per quanto inventata, ma ha dato il via a decine e decine di inni nazionali. Se oggi non concepiamo una nazione senza il proprio inno lo dobbiamo a un re britannico, anche se non sappiamo bene se era Giorgio II Hannover o il pretendente Giacomo III Stuart.

Una storia completamente diversa, ma altrettanto emblematica, la incontriamo con la Marsigliese, che non nacque con la Rivoluzione come molti ritengono, ma con la dichiarazione di guerra della Francia all’Austria dell’aprile 1792 e le cui note per altro pare si debbano a un italiano ospite alla corte dei re francesi, fuggito ai primi sentori della Rivoluzione..

***marsigliese ***

La conosciamo tutti non è così? Ma quanti ne conoscono o ne condividono il contenuto? Pochissimi credo. Vi si parla di lotta alla tirannide, certo, ma anche di pericolose coorti straniere che dettano legge nei nostri focolari, di falangi mercenarie che abbattono i nostri fieri guerrieri. Invita les enfants de la patrie ad abbeverare i solchi arati del terreno nazionale col sangue impuro dei nemici, senza curarsi del possibile rischio di morire, perché tanto ci saranno altri enfants a sostituirli, i figli dei figli della patria, i pargoli desiderosi di spartire la tomba dei genitori più che la gloria, animati dal sublime orgoglio di vendicarli o di seguirli.

Quando sentiamo la Marsigliese, noi tutti ci infiammiamo sentendoci partecipi degli ideali della rivoluzione francese, ma non lo facciamo perché ci giunge l’eco dei canti rivoluzionari della fine del settecento. Non esiste una tradizione ininterrotta di note che lega la Bastiglia a noi. Siamo tutti capaci di canticchiare l’inno francese soprattutto grazie alla bella pensata del ceto dirigente della Terza Repubblica, nata nel 1870 dopo la disfatta di Sedan, dovuta ai Prussiani.

La Terza repubblica francese, ci spiega Hobsbawm, doveva tenere insieme entro il territorio nazionale realtà e spinte molto diverse e contrastanti tra loro. Il disagio economico e sociale della sconfitta aveva portato alla caduta del secondo impero e aveva subito acceso i fuochi della Comune; nella capitale – come nelle maggiori città – viveva una società quanto mai varia, fatta di operai e proletari in condizione di emarginazione, una vecchia borghesia bonapartista e nuovi ceti sociali emergenti repubblicani, poco avvezzi al governo; tra questi ultimi si stava imponendo l’idea liberale fondata sul suffragio universale e sul mercato, ma contestata dalla nostalgia verso la monarchia e dalle crescenti idee socialiste; la Francia era composta da un insieme informe di cittadini in cui fiorivano tutte queste idee, socialiste, repubblicane, monarchiche senza dimenticare le radici cattoliche della larga base contadina. I borghesi liberali della Terza Repubblica pensarono allora di cercare nella storia recente motivi e simboli di unità. Il momento fu individuato nella Rivoluzione, ma non in tutta la Rivoluzione, solo nel passaggio meno ambiguo e più condivisibile: la Bastiglia. Venne così creata la festa del 14 luglio (nata nel 1880, quasi un secolo dopo l’evento) e si ripescò dagli archivi musicali l’inno che si era diffuso maggiormente all’epoca della rivoluzione, la Marsigliese appunto, che aveva anche un altro grade pregio, indirizzava l’odio collettivo verso un nemico esterno, gli Austriaci di allora, i Prussiani del presente. A queste iniziative si affiancò poi in maniera sistematica e deliberata la produzione di statue rappresentanti la Repubblica, la ben nota Marianna, la diffusione del motto (libertà, eguaglianza, fraternità) e infine il tricolore blu, bianco e rosso, che poi ha dato il via a tanti tricolori nazionali, tra cui quello italiano. Tutte tradizioni inventate che furono assorbite e fatte proprie dai francesi dell’epoca perché il contesto era estremamente favorevole al loro accoglimento, in sostanza perché la collettività ne percepiva il bisogno.

La tradizione inventata è infatti un un’insieme di pratiche rituali e simboliche, molto regolamentate, che pretende di affondare le proprie origini in un passato più o meno lontano ma che in realtà ha una nascita precisa, spesso deliberata, tesa a creare una unità di fondo in continuità col passato e quindi a cementare un gruppo sulla base della sua presunta storia. L’operazione riesce però solo quando si realizzano peculiari condizioni. In tutta la nostra storia si possono registrare innumerevoli tradizioni inventate, ma secondo Hobsbawm un periodo particolarmente fertile si registrò tra la fine del XVIII e gli inizi del XX secolo, quando i cambiamenti sociali, politici e culturali furono di così ampia portata e talmente destabilizzanti da rendere insufficienti le vecchie e consolidate consuetudini – pensiamo ad esempio ai riti contadini – e a rendere necessari nuovi momenti di condivisione collettiva.
Il bisogno di una nazione e soprattutto la necessità di garantire la fedeltà dei sudditi fu un potentissimo generatore di tradizioni. La più curiosa, perché involontariamente ironica, è quella del kilt scozzese, che i romantici trasformarono nell’abbigliamento nazionale delle highlands identificativo addirittura dei clan, quando invece è frutto della bella pensata di un imprenditore inglese, che ritenendo non particolarmente pratico il lungo plaid usato dalla gente comune delle highlands per lavorare e ripararsi dal freddo, lo trasformò nel pratico gonnellino che tutti conosciamo. Ma gli scozzesi tra la fine del settecento e il secolo seguente avevano la necessità imprescindibile di recuperare simboli e segni del loro essere nazione nei confronti dell’Inghilterra, e l’unione tra kilt, tartan e clan divenne così una tradizione inventata di incredibile forza.

***Requiem aeternam***

« L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Si innalzi un inno a te, o Dio, in Sion, a te si sciolga il voto in Gerusalemme; esaudisci la mia preghiera, a te viene ogni mortale. »

Quante volte abbiamo, purtroppo, sentito queste parole recitate da un sacerdote sulla bara di una persona cara defunta. Molti dei riti cristiani legati alla morte e in particolare uno, la celebrazione di tutti i morti il 2 novembre, si deve appunto a una tradizione inventata dai monaci di Cluny alla fine del X secolo.
Per capirlo tuttavia dobbiamo fare un passo indietro a un altro periodo di enorme cambiamento per lo spazio mediterraneo e l’Europa tutta, quello che segnò la tarda antichità e il diffondersi capillare della religione cristiana. Come già accennato in diverse altra puntate di Historycast la diffusione del cristianesimo comportò un lungo e intenso processo di distruzione di memorie passate, legate al paganesimo, e la contemporanea costruzione di nuove memorie, fondate appunto su altri valori. Una novità evidente nella credenza cristiana rispetto al passato è il grande valore dato alla morte come momento di passaggio a una vita migliore, più vicina alla divinità. Inizialmente si celebrò il dies natalis, ossia il giorno della vera nascita, solo per la data di morte dei santi. Costoro, nella mentalità dei cristiani dei primi secoli, in quanto santi erano morti il grazia di Dio e quindi la loro dipartita coincideva in effetti con la loro autentica nascita alla destra del Signore. La loro morte quindi non doveva essere dimenticata, anzi doveva assolutamente essere ricordata e onorata. Inizialmente si celebrò il dies natalis, ossia il giorno della vera nascita, solo per la data di morte dei martiri. Costoro, per definizione, erano morti in stato di santità e quindi la loro dipartita coincideva in effetti con la loro autentica nascita alla destra del Signore. A poco a poco, col termine delle persecuzioni, il concetto venne esteso ai personaggi non martiri riconosciuti come santi per le loro virtù esemplari e per i miracoli compiuti in vita e dopo. Anche il loro dies natalis eritava memoria r: nacquero così i calendari in cui si annotavano non solo le feste più importanti e comuni a tutta l’ecclesia, ma anche i dies natalis dei diversi santi; calendari che nei primi secoli ricordavano solo alcuni santi.
Nei secoli successivi si fecerto sempre più affollati, fino a quelli che sono in uso ancora oggi.

Contemporaneamente si diffuse l’uso di seppellire i propri morti vicino alle chiese in appositi cimiteri. Già nei primi secoli dell’affermazione del Cristianesimo, proprio per il nuovo forte legame avvertito tra vivi e morti e mediato da ecclesiastici e monaci, i luoghi di sepoltura si posizionarono attorno alle chiese.

Mentre nei primi secoli, seguendo la legislazione romana, i martiri venivano sepolti dalle mura delle città, in seguito prevalse l’uso della sepoltura vicino a una chiesa, soprattutto dei personaggi di rilievo. Così come in vita il personaggio si distingueva per la sua presenza in uno spazio privilegiato, così dopo la morte doveva riposare in luogo sacro.
La presenza vicino alla chiesa, inoltre, garantiva anche la vicinanza alla preghiera liturgica, e quindi un passaporto per il Regno dei Cieli.

La memoria dei morti si localizzava così in ambiti spaziali definiti e vicini alle singole comunità, che venivano protette dai propri morti, più o meno santi, conservati in sarcofagi o in reliquiari. «Gli avi seppelliti nel cimitero» dice lo storico Amedeo de Vincentiis «rappresentavano l’autorità e la norma, ispiravano le azioni dei vivi, presiedevano a una
fitta rete di scambi simbolici e materiali, attribuivano solennità e affidabilità a sentenze, accordi, giuramenti».
In questo contesto le famiglie nobili cominciarono a sentire il bisogno di far ricordare i propri morti da intermediari in grado di garantire loro la giusta misura di preghiere, i monaci. I quali cominciarono a redigere necrologi, ossia i libri con i nomi dei defunti scritti accanto alla data. Attenzione, al solo giorno e mese, non all’anno, perché quel giorno si trasformava col calamo degli scribi da evento singolo a rito ricorrente, da celebrarsi ogni anno.
Com’è facile capire presto vennero a mancare le pergamene necessarie a ricordare tutti i defunti, ed era difficile, veramente complicato, scegliere chi fosse meritevole di ricordo. Il Liber memorialis del monastero femminile di Remiremont in Lorena, conta 71 carte e 11.500 nomi da celebrare, scritti a partire dalla metà del IX secolo e aggiornati fino al XII da 58 mani diverse.
A questo punto si manifestò la geniale inventiva dei monaci di Cluny. Intorno al 1030 l’abate Odilone fissò una nuova celebrazione liturgica universale, stabilendo per il 2 novembre di ogni anno la commemorazione di tutti i fedeli defunti, senza distinzione di rango. Per far funzionare la nuova festa egli sfruttò il prestigio di un’altra celebrazione già radicata nella memoria liturgica cristiana, quella del ricordo di tutti i santi del 1° novembre, che a sua volta probabilmente aveva sostituito le feste pagane che celebravano la fine dell’estate, che fossero la celebrazione romana di Pomona – dea dei frutti e dei semi – o quella dei morti chiamata Parentalia, o la festa celtica di Samhain, oggi Halloween, Ognissanti. La celebrazione dei morti del 2 novembre ebbe un successo immediato e generale, segno che l’invenzione di questa tradizione andava a incontrare un bisogno diffuso e capillare, quello di mantenere la memoria dei propri cari nell’eternità.
Non sempre l’invenzione di una tradizione riesce. Talvolta la tradizione muore col regime che l’ha inventata, giusto per fare qualche esempio il calendario della rivoluzione francese con i suoi Brumaio e Termidoro, o le feste inaugurate dal regime fascista come il 31 ottobre: marcia su Roma; il 23 marzo: giorno della fondazione dei fasci di combattimento; il 24 maggio (ingresso in guerra) e il 21 aprile (natale di Roma in sostituzione del primo maggio, festa dei lavoratori). In altri casi possiamo assistere, in tempo reale, al tentativo di inventare una tradizione, di cui ancora non conosciamo gli esiti.

*** https://www.youtube.com/watch?v=dytOacNMrwQ***
«Noi siamo celti e longobardi, non siamo merdaccia levantina o mediterranea, noi, la Padania bianca e cristiana, quelli di Lepanto, con le bandiere del cuore crociato». (da ‘Bruciare il Tricolore’, 2006

Uno dei casi nostrani più interessanti di questi ultimi 30 anni è a mio avviso offerto dalla ritualità e dalla simbologia inventata dalla Lega Nord, al cui esponente Mario Borghezio si deve questo estratto del 2006.
Fin dal suo primo apparire la lega Nord ha fondato la sua linea politica e quindi ha costruito la sua simbologia su una rilettura molto peculiare del passato. In particolare ha usato strumentalmente il presunto retroterra celtico delle genti padane e la lotta dei comuni lombardi contro il Barbarossa della metà del XII secolo. Entrambi questi legami col passato si sono trasformati sia in simboli che in riti periodici, ossia in tentativi di inventare una tradizione.
Esaminiamo brevemente il primo aggancio. I Celti sono rappresentati nei manifesti della Lega dalla celebre “rosa celtica” o “camuna” a cui si legherebbe, nella visione leghista, anche il termine Padania. Detto anche «fiore a sei punte» o «sole delle Alpi» la rosa è un simbolo antichissimo, testimoniato presso numerose civiltà del passato, compresa quella l’etrusca. Come la svastica rappresenta probabilmente il sole e non appartenne ad alcuna civiltà in particolare. «Padania» è un neologismo derivato dall’aggettivo «padano» a sua volta originato dal nome latino del fiume Po, Padus. Creduta da molti celtica, l’etimologia di Padus è tuttavia ancora oggi molto controversa. Si tratta quindi di agganci, per quanto deboli, a nostro passato celtico e quindi hanno una chiara impronta etnica. Nome, simbolo e significato sono poi stati rafforzati dalla elaborazione di un rito comune periodico, la cerimonia dell’ampolla all’interno della Festa dei popoli padani. Fino al 2011 l’annuale ritrovo politico degli appartenenti alla Lega Nord si chiudeva con la cerimonia del vuotamento dell’ampolla contenente l’acqua del Po prelevata dalla fonte a Pian del Re di Crissolo (gesto che apriva simbolicamente la festa); come atti simbolici di contorno viene di norma suonato anche il Va, pensiero di Giuseppe Verdi, adottato come inno della Padania. In sostanza la Lega Lombarda, recuperando il Po e la rosa camuna, riconoscebbe un’originaria unità etnico-culturale delle popolazioni lombardo-venete e la individuerebbe nel momento in cui il nord Italia era popolato da un insieme di tribù celtiche.
Va da sé che è una base storica debolissima e sostanzialmente falsa perché gli stessi studiosi oggi fanno una fatica enorme a definire i Celti. Di volta in volta sono indicati come i primi veri europei o come immigrati asiatici, espressione di una civiltà unitaria o mosaico di etnie differenti, barbari guidati da mistici druidi o civili fondatori di tradizioni culturali “nazionali”. In Gran Bretagna Simon James, archeologo dell’Università di Durham, ha tuonato contro la celebre celticità della sua nazione ritenendola una finzione accademica elaborata nel Settecento. In Francia gli ha fatto eco Christian Goudineau, professore al Collège de France, dichiarando che “la Gallia è un’invenzione di Cesare”, con tanti saluti ad Asterix e al druido Panoramix. Secondo Daniele Vitali, archeologo dell’Università di Bologna tra i maggiori esperti italiani “Greci ed Romani non avevano dubbi sull’esistenza dei Celti né sulla loro area di influenza: attorno al 500 a.C. lo storico greco Ecateo chiama keltoi gli abitanti dell’entroterra marsigliese, 130 anni dopo Erodoto sostiene che il Danubio nasce nel territorio dei Celti; infine Cesare dichiara nella sua celeberrima frase sulla Gallia che quelli che noi chiamiamo Galli, si definiscono nella loro lingua Celtae. È chiaro quindi che per gli uomini del Mediterraneo antico gran parte dell’Europa continentale era una zona abitata da una popolazione che si definiva celtica, la cheltiché”. I Celti quindi c’erano e occupavano in epoca antica una vasta zona dell’Europa centro settentrionale. Il problema sta nel fatto che quando andiamo a investigare le testimonianze archeologiche celtiche, cercandone l’identità comune, da un lato troviamo una serie di culture simili sparse in una vasta area, dall’altro anche una grande varietà di testimonianze che escludono un qualsiasi elemento sovranazionale. Da qui la recente crisi della definizione stessa di “civiltà celtica”. Per quello che riguarda i «nostri» Celti, non possiamo assolutamente parlare di loro come un fenomeno unitario, ma solo riferendoci alle singole tribù. Cenomani, Boi, Anari, Linoni e Senoni varcarono infatti le Alpi all’inizio del IV secolo a.C. e si stanziarono in quasi tutta l’Italia padana giungendo fino alle attuali Marche e, ovviamente, a Roma, salvata dalle celeberrime oche nel 386 a.C. Quello che arrivò però non era un popolo: era un insieme disomogeneo di gruppi diversi fra loro. Ogni popolazione instaurò con Etruschi e Romani rapporti diversi a seconda dei casi. I Cenomani diventarono i più fidati alleati di Roma, al punto di frantumare la compagine celtica e di essere poi totalmente “assorbiti” dalla cultura latina. I Boi, al contrario, si dimostrarono irriducibili e pagarono la loro ostinazione con lo sterminio e la fuga.

Il secondo aggancio storico che ha rielaborato la Lega è molto più vicino a noi e punta alla lotta dei comuni medievali contro l’imperatore Federico Barbarossa, simboleggiata, in questo caso, non solo dal nome stesso del partito (Lega Nord come Lega Lombarda) ma dalla riproduzione della statua di Alberto da Giussano (eretta a Legnano nel 1876), «eroe» mitico di quella lotta. In una tradizione storiografica che non ha alcuna base scientifica Alberto da Giussano fu l’organizzatore e il comandante della Compagnia della Morte che, raccolta intorno al Carroccio, contribuì alla vittoria della Lega Lombarda contro il Barbarossa nella battaglia di Legnano (1176). Il personaggio è interamente simbolico, ossia storicamente non è mai esistito. Le testimonianze che lo riguardano sono infatti tutte molto più tarde rispetto all’epoca in cui presumibilmente visse. La sua leggenda si sviluppò nell’Italia tardo medievale ed ebbe un successo notevole in quanto si legò di volta in volta alle istanze libertarie o indipendentistiche di città, stati regionali, movimenti politici e correnti nazionaliste. Talvolta, nei manifesti leghisti, Alberto da Giussano ha come sfondo la croce di San Giorgio (rossa su campo bianco), adottata da diverse città italiane nel corso del medioevo e presente in numerose illustrazioni relative al carro da guerra milanese o Carroccio (che a sua volta non fu mai un simbolo federale, ma municipale).
Usando questo riferimento la Lega Nord intende sottolineare un’altra presunta continuità storica, meno etnica e più politica, esaltando la naturale combattività dei popoli padani contro qualsiasi pretesa centralista e la capacità di collegarsi in federazione mantenendo le singole autonomie. Giusto en passant si deve precisare che l’originaria Lega Lombarda fu effettivamente un’alleanza di Comuni lombardo-veneti contro le pretese fiscali e autoritaristiche di uno stato (l’Impero), ma è altrettanto vero che fu assolutamente contingente, finalizzata a una lotta politica peculiare, non ebbe alcuna base etnica, non promosse (nemmeno nelle intenzioni) la creazione di uno stato geopolitico stabile e, infine, ebbe come potente alleato uno “stato” dell’Italia centromeridionale, la Roma di papa Alessandro III.

La tradizione collegata con questo particolare episodio della storia italiana si manifesta in occasione di raduni a Pontida in provincia di Bergamo, lì dove si sarebbe tenuto un fondamentale giuramento nel 1167, per altro non testimoniato da alcuna fonte nonostante la ricchezza del corpus documentario relativo a quelle peculiari vicende del nostro medioevo. La prima edizione del raduno di Pontida si è svolta nel 1990: sul “sacro suolo” viene issata la bandiera della Padania e viene, di nuovo, suonato il Va, pensiero di Giuseppe Verdi. I rappresentanti locali del partito qui giurano con le seguenti parole:
«Oggi, sul sacro suolo di Pontida di fronte alla sua millenaria abbazia e alla sua storia, dopo otto secoli or sono i nostri comuni riunirono in lega e giurarono di combattere contro il potere straniero noi rappresentanti dei popoli padani si giura di difendere la libertà dei nostri popoli padani dal potere romano e ciò si fa giurare anche ai nostri figli».

Anche se dal punto di vista «storico», i simboli e i nomi a cui si richiama oggi la Lega Nord non hanno attendibilità alcuna, l’uso strumentale della storia da parte di questo partito politico non è banale. La Lega Nord è infatti un’organizzazione composita, costituita da un certo numero di gruppi che hanno in comune delle finalità legate alla decentralizzazione del governo e al federalismo. Dal punto di vista della politica nazionale la Lega ha da sempre portato avanti la lotta contro lo stato centralizzato e fiscalmente esigente, ha rivendicato il diritto di comuni e regioni a gestire i propri proventi fiscali, ha promosso il distacco dalla nazione tramite la creazione di uno stato federale. Fin dai suoi esordi, ma la caratteristica si è accentuata di recente, la Lega ha poi molto sottolineato la differenza e diffidenza dei suoi accoliti rispetto agli immigrati, rivendicando il diritto di difendere la “popolazione padana” dai pericoli derivanti dall’immigrazione, fosse essa dal sud Italia o dalle aree povere del mondo.
Con queste premesse i riferimenti storici scelti dalla Lega si rivelano indubbiamente efficaci. La Lega Lombarda medievale era un’alleanza di Comuni della valle del Po che rivendicava il diritto ad amministrare le tasse indirette legalmente dovute all’Impero. Riguardo ai Celti l’ignoranza diffusa sulla loro civiltà e la suggestione e il fascino che da tempo accompagnano tutta la simbologia celtica hanno dato alla Lega Nord quello che la Lega Lombarda non poteva dargli: la matrice comune etnico-culturale. Poco importa che questa non sia mai esistita: nel linguaggio comune “celtico” significa “originario” e tanto basta.

Quello che qui interessa rilevare è che quasi dal suo sorgere, gli esponenti della Lega Nord hanno dato notevole peso non solo alla simbologia, ma anche alla ritualità del partito, collegandoli entrambi strettamente ai riferimenti storici che abbiamo descritto. Hanno cioè deliberatamente cercato di inventare delle tradizioni, sperando che queste ottemperassero appunto al compito che è loro proprio, ossia quello di cementare una comunità eterogenea dando loro una coesione “superiore”, altamente ideologica e lontana nel tempo.

Non possiamo ancora dire quanto e se questa invenzione avrà successo, ossia se le tradizioni inventate incroceranno un reale e profondo bisogno nella popolazione del nord Italia. Attualmente non sembra, ma è ancora presto per dirlo. In ogni caso i riti e i simboli delle idee politiche, anche quando di ben altra scala come ad esempio le tradizioni sorte col diffondersi del l’ideologia comunista, con le sue bandiere rosse e le falci e i martelli, hanno avuto una vita relativamente effimera sulla scala della storia umana. Imparare a riconoscerle e a capirle a fondo ci può però aiutare a valutarle sempre in maniera critica.

Anche questa puntata di Historycast è finita. Spero che vi sia piaciuta e che vi stimoli ad andare a caccia di tradizioni inventate vicine o lontane. E, ovviamente, God save Historycast!

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Bibliografia

  • Amedeo De Vincentiis, Spazi e forme della memoria nel medioevo, in Storia d’Europa e del Mediterraneo, dir. A. Barbero, 9, Il Medioevo. Strutture, preminenze, lessici comuni, a cura di S. Carocci, Roma 2007, pp. 581-606
  • Eric J. Hobsbawm – Terrence Ranger, The invention of Tradition, Cambridge 1983
  • Sheryl Kaskowitz, God Bless America: The Surprising History of an Iconic Song, Oxford 2013
  • Enrica Salvatori, Dalla Lega Lombarda alla Lega Nord, in Lezioni sotto la Torre. Quando l’Università protesta, a cura di M. Stampacchia, P. Della Posta, J. Munat, A.M. Rossi, Pisa 2006

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