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36 – il castello tra pietre e mito

Il sole non aveva ancora lasciato la costellazione dei Pesci per entrare in quella dell’Ariete quando, radunato un esercito immenso ed innumerevole, [gli Ungari] si diressero in Italia, passano oltre Aquileia e Verona, città fortificatissime, e giunsero senza alcuna resistenza a Ticino, che ora è denominata con l’altro nome più bello di Pavia. [..] Fuggono così i cristiani e i pagani infieriscono, e quelli che prima non erano riusciti a supplicare con i doni, non sapevano poi risparmiare chi li supplicava. Uccisi dunque e messi in fuga i cristiani, gli Ungari percorsero tutti i luoghi del regno infierendo. Né vi era alcuno che attendesse la loro venuta, se non in luoghi fortificatissimi. Il valore di quelli aveva così stravinto, che una parte saccheggiò la Baviera, la Svevia, la Franconia e la Sassonia, una parte saccheggiò l’Italia.

Si deve a racconti come questo di Liutprando di Cremona, storico e uomo di corte del X secolo, l’associazione tra invasioni, scorrerie e castelli, i “luoghi fortificatissimi” dove la gente dell’Europa medievale trovava scampo all’arrivo feroci predoni, gli Ungari, i Vichinghi, i Saraceni, o altri nemici «bramosi, audaci, ignari di Dio onnipotente, esperti di ogni scelleratezza, avidi solo di stragi e di rapine». Secoli in cui era pericoloso vivere, sembrano quindi il IX e il X, almeno quelli descritti dalle parole di Liutprando che abbiamo appena ascoltato, ma anche da quelle dei religiosi di Nonantola, dove sempre gli Ungari, all’inizio del secolo IX, «uccisero i monaci e incendiarono il monastero e bruciarono un grande numero di codici e tutto il luogo restò privo di abitanti».

Campagne deserte e spopolate perché pericolose, intere comunità alla ricerca del riparo alto e munito perché prive di una tutela superiore e minacciate da assalitori esterni; questo il frangente tragico che, nella storiografia passata, quella scritta tra ottocento e inizio del novecento, sarebbe all’origine degli innumerevoli castelli che punteggiano ancora oggi le nostre alture e che ci fanno restare spesso naso all’aria occhi sognanti a immaginare un periodo magico e periglioso, violento ma glorioso, dove biechi castellani e prodi cavalieri da un lato vessavano e dall’altro proteggevano una plebe misera, incolta e disarmata.

Vero? Ovviamente no, anche se un poco di verità nel quadro disegnato da Liutprando indubbiamente c’è.

Historycast in questa puntata tenta di riprendere il cammino interrotto da qualche tempo e posa il suo sguardo indagatore e dubbioso su un protagonista diffuso del paesaggio italico ed europeo, tanto affascinante quanto sconosciuto ai più, il castello. Lo seguiamo con gli occhi passando veloci in autostrada come se ancora proteggesse le attuali arterie del traffico, lo ammiriamo, lo visitiamo, ci facciamo guidare quando possibile nelle sue stanze interne immaginandoci scenari di vita medievale che non sappiamo però quanto attendibili. Cosa sia veramente un castello, cosa abbia rappresentato per la popolazione che lo vedeva svettare sulle proprie teste, non siamo spesso in grado di spiegarlo completamente: la sua realtà piena sovente ci sfugge, non solo perché complessa come ogni cosa in storia, ma anche perché si è definita nel tempo da un intreccio inestricabile di significati. Romantico, violento, magico, politico, economico, immaginario.

Perché in realtà il “castello” non è mai esistito: ne sono esistiti tanti, nati nel corso dei secoli a seguito spinte ed esigenze diverse. Ma noi, dall’alto di un presente che non ha più bisogno di torri merlate, lo vediamo come appiattito in un unico periodo storico, il Medioevo, quasi simbolo del Medioevo stesso insieme al prode cavaliere che guardava l’orizzonte dall’alto dei suoi spalti. E così facendo, dimentichiamo che l’età di mezzo dura mille anni, l’uno diverso dall’altro, ed è attraversata a piedi e a cavallo da decine di cavalieri diversi, che abitano, assaltano, difendono, costruiscono e distruggono castelli per motivi che cambiano di luogo in luogo e di tempo in tempo.

Un illustre storico contemporaneo Chris Wickham a un convegno disse che ogni volta che vedeva un castello pensava alla forza lavoro che era stata necessaria per costruirlo e ai soldi che era costato. La sua visione marxista della storia potrebbe forse risultare ai più un po’ arida, certamente assai poco romantica, ma il suo consiglio è ottimo e ho trovato sempre molto utile applicarlo e ripeterlo a lezione. Se pensiamo al lavoro e allo sforzo economico che ci deve essere stato dietro la costruzione di un complesso fortificato dotato di mura alte o spesse, porte più o meno difese da cancelli, ponti levatoi, torri, ambienti interni specializzati, pozzo o cisterna, cappella e mastio centrale; se moltiplichiamo questo sforzo per tutti i castelli che ancora oggi, in buono stato o in rovina, vediamo svettare sulle nostre colline capiamo immediatamente due cose: la prima è che ci troviamo di fronte a un fenomeno imponente e strutturale, un cambiamento che ha riguardato la società passata nel profondo; la seconda, conseguente alla prima, è che dobbiamo escludere dalle motivazioni un pericolo esterno improvviso.

Non importa quanto fossero temibili i Vichinghi, arrivavano senza preavviso con spedizioni apparentemente casuali e normalmente non tornavano nelle zone già razziate, almeno non a breve distanza di tempo. Gli Ungari giungevano a ondate lasciando agli abitanti solo il tempo di costruire un riparo effimero, fatto al massimo di palizzate in legno e fossati. I Saraceni hanno rappresentato, tra VIII e XI secolo un pericolo più ricorrente e stabile, ma limitato ad alcune zone costiere; qui era più utile allestire un punto avvistamento e un luogo di rifugio temporaneo che un vero e proprio castello.

E allora? Perché mai costruire ampie cinte murarie?

Dobbiamo a uno storico francese, Pierre Toubert una prima convincente ipotesi. Toubert, negli anni ’50 del Novecento, si mise ad analizzare a tappeto un ampio territorio del Lazio meridionale, censendo abitati, borghi, fortificazioni e tentando una loro datazione a partire dalle strutture. Ne venne fuori uno studio che ha modificato radicalmente il modo in cui guardiamo oggi al castello e che non ha ancora smesso di influenzare le ricerche sul paesaggio medievale, nonostante sia stato rivisto in più punti.

Prima di spiegarvelo vi devo avvertire di una cosa: è un modello, e quindi non è valido sempre e ovunque. Suggerisce solo un percorso plausibile che ha riguardato per lo più l’Europa centro meridionale cristiana. Non si applica ad esempio ai magnifici castelli della Loira o men che meno alle fortezze crociate in Terrasanta, ovviamente nemmeno alla parte della penisola iberica che rimase sotto i califfato di Cordova. Insomma il fenomeno dell’incastellamento, ossia della trasformazione profonda del modo di abitare in un territorio tramite la costruzione di un castello, è stato un processo importante e vasto, tanto quanto la rinascita dei commerci o la diffusione del Romanico; ma si manifestò solo in una parte dell’Europa e al suo interno ebbe esiti diversi a seconda delle condizioni locali.

Altra avvertenza, le fortificazioni esistevano già al tempo dei romani (gli oppida e i castra)***; altre furono allestite, spesso con materiali deperibili, anche tra la tarda antichità e l’alto medioevo. Castelli, rocche, fortezze vennero ovviamente costruiti a iosa anche dopo il medioevo, nella cosiddetta età moderna, o per effettive ragioni di difesa o per lussuosa e pretenziosa residenza di ricche famiglie nobiliari. Esistono poi anche castelli contemporanei costruiti nell’Otto e Novecento per ragioni variamente curiose. I castelli di cui parliamo ora, però, sono quelli che, più o meno a partire dal X secolo fino a circa il XIII cominciarono a spuntare come tanti funghi sulle alture della nostra penisola e di molte alte regioni d’Europa, caratterizzandone il paesaggio in maniera stabile.

Detto questo, vediamo di metterci il naso dentro.

Nella primavera del 1186 gli uomini del piccolo paese rurale di Pulica, in Lunigiana, andarono a lamentarsi dal vescovo di Luni per i gravami eccessivi che i proprietari del castello di Fosdinovo imponevano loro. Il vescovo, che era a sua volta conte e dominus dei signori di Fosdinovo e probabilmente non vedeva di buon occhio i suoi potenti vassalli, condusse un’indagine e fece mettere per scritto gli obblighi a cui erano tenuti gli uomini di Pulica nei confronti del castello. Stabilì quindi che essi dovevano adiuvare, facere et atrahere palos, vimenas, sepes, boccos, palancam, scelonos et lignamen ad bertescam et betefredum tantum et nichil aliud. Perdonatemi il latino, ma la traduzione – che adesso vi comunico – non fa il medesimo effetto: gli uomini di Pulica dovevano impiantare pali, sistemare siepi, mettere in opera ceppi, assi e legname, per allestire bertesche e berfredi, ossia strutture aggettanti le mura, utili alla difesa. Ponete però attenzione a quel nichil aliud finale, nient’altro; evidentemente sottoposti alla giurisdizione dei signori e riluttanti ad accettarne le imposizioni, gli uomini di Pulica ottennero un risultato importate dalla loro lamentela, ossia di avere l’elenco preciso dei loro doveri, in modo da non lasciare spazio ad eventuali soprusi da parte degli stessi signori.

Vediamo di immaginare cosa potrebbe essere successo;. Nel corso dell’XI secolo, alcuni grandi proprietari della bassa Lunigiana, magari già legati al vescovo da un legame di fedeltà personale, oppure al marchese, individuarono sulla cima di un colle in loro possesso un posto idoneo alla residenza. Lo era per diversi motivi, alto e naturalmente protetto, si trovava accanto a un passo stradale, minore ma frequentato, vedeva tutta la piana della Versilia fino alla foce della Magra, era circondato da terre coltivate in gran parte da servi o coloni dei stessi proprietari. I futuri signori di Fosdinovo quindi avevano mezzi e modi per costruire un castello su quel colle, che non solo li avrebbe protetti da razziatori provenienti da terre lontane (in questo caso Saraceni), ma lì avrebbe soprattutto tutelati da altri signori, vicini a loro e nelle loro medesime condizioni.

Potevano costruirlo un castello? Non è una fortificazione il simbolo stesso della forza pubblica? Non dovrebbe costruirlo un re, un’imperatore o un suo funzionario? Forse, ma cosa importa? Il potere ufficiale non è lì e non è in grado di tutelare nessuno. Il marchese o la marchesa sono lontani, impegnati in altro, l’imperatore non ne parliamo ha le sue beghe in area tedesca o col papa e quando si decide a varcare le Alpi trova altri difficilissimi ostacoli nelle città autonome del nord. Anzi, a dirla tutta, se arrivava in zona è meglio: significa che è impegnato in una strategia politica di alto livello e che quindi ha quasi certamente bisogno di aiuto e di supporto. Occasione ottima per fargli firmare un documento – un diploma – che confermi ai signori tutti i diritti sul castello che hanno costruito senza alcun permesso in cambio della loro fedeltà.

Abbiamo detto che le mura li proteggono, ovviamente non solo loro. Le cinte murarie, singole o doppie che siano, offrono protezione in primo luogo agli abitanti del posto dove sorgono, e in secondo a tutti i dipendenti dei signori, quelli che già pagano loro vari censi, in denaro, in natura o con giornate di lavoro. Ma non basta, i contadini liberi, proprietari di una piccola tenuta o i servi o i coloni di un altro signore, che vive però lontano, vedono sorgere un poderoso castello praticamente sotto i piedi. A chi pensate che possano chiedete riparo? Sono i signori stessi della fortezza a offrirglielo, ovviamente in cambio di denaro o ancor meglio di servizi. La manutenzione delle mura costa, così la guardia e il mantenimento della pace nei giorni di mercato.

Se poi dopo qualche anno le tasse indirette e i servizi e gli affari e le cerimonie religiose portano sempre più l’uomo libero a gravitare intorno al castello, e lì che si recherà anche per ottenere giustizia e lì presterà servizio militare se richiesto da quello che, passo dopo p