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36 – il castello tra pietre e mito

Il sole non aveva ancora lasciato la costellazione dei Pesci per entrare in quella dell’Ariete quando, radunato un esercito immenso ed innumerevole, [gli Ungari] si diressero in Italia, passano oltre Aquileia e Verona, città fortificatissime, e giunsero senza alcuna resistenza a Ticino, che ora è denominata con l’altro nome più bello di Pavia. [..] Fuggono così i cristiani e i pagani infieriscono, e quelli che prima non erano riusciti a supplicare con i doni, non sapevano poi risparmiare chi li supplicava. Uccisi dunque e messi in fuga i cristiani, gli Ungari percorsero tutti i luoghi del regno infierendo. Né vi era alcuno che attendesse la loro venuta, se non in luoghi fortificatissimi. Il valore di quelli aveva così stravinto, che una parte saccheggiò la Baviera, la Svevia, la Franconia e la Sassonia, una parte saccheggiò l’Italia.

Si deve a racconti come questo di Liutprando di Cremona, storico e uomo di corte del X secolo, l’associazione tra invasioni, scorrerie e castelli, i “luoghi fortificatissimi” dove la gente dell’Europa medievale trovava scampo all’arrivo feroci predoni, gli Ungari, i Vichinghi, i Saraceni, o altri nemici «bramosi, audaci, ignari di Dio onnipotente, esperti di ogni scelleratezza, avidi solo di stragi e di rapine». Secoli in cui era pericoloso vivere, sembrano quindi il IX e il X, almeno quelli descritti dalle parole di Liutprando che abbiamo appena ascoltato, ma anche da quelle dei religiosi di Nonantola, dove sempre gli Ungari, all’inizio del secolo IX, «uccisero i monaci e incendiarono il monastero e bruciarono un grande numero di codici e tutto il luogo restò privo di abitanti».

Campagne deserte e spopolate perché pericolose, intere comunità alla ricerca del riparo alto e munito perché prive di una tutela superiore e minacciate da assalitori esterni; questo il frangente tragico che, nella storiografia passata, quella scritta tra ottocento e inizio del novecento, sarebbe all’origine degli innumerevoli castelli che punteggiano ancora oggi le nostre alture e che ci fanno restare spesso naso all’aria occhi sognanti a immaginare un periodo magico e periglioso, violento ma glorioso, dove biechi castellani e prodi cavalieri da un lato vessavano e dall’altro proteggevano una plebe misera, incolta e disarmata.

Vero? Ovviamente no, anche se un poco di verità nel quadro disegnato da Liutprando indubbiamente c’è.

Historycast in questa puntata tenta di riprendere il cammino interrotto da qualche tempo e posa il suo sguardo indagatore e dubbioso su un protagonista diffuso del paesaggio italico ed europeo, tanto affascinante quanto sconosciuto ai più, il castello. Lo seguiamo con gli occhi passando veloci in autostrada come se ancora proteggesse le attuali arterie del traffico, lo ammiriamo, lo visitiamo, ci facciamo guidare quando possibile nelle sue stanze interne immaginandoci scenari di vita medievale che non sappiamo però quanto attendibili. Cosa sia veramente un castello, cosa abbia rappresentato per la popolazione che lo vedeva svettare sulle proprie teste, non siamo spesso in grado di spiegarlo completamente: la sua realtà piena sovente ci sfugge, non solo perché complessa come ogni cosa in storia, ma anche perché si è definita nel tempo da un intreccio inestricabile di significati. Romantico, violento, magico, politico, economico, immaginario.

Perché in realtà il “castello” non è mai esistito: ne sono esistiti tanti, nati nel corso dei secoli a seguito spinte ed esigenze diverse. Ma noi, dall’alto di un presente che non ha più bisogno di torri merlate, lo vediamo come appiattito in un unico periodo storico, il Medioevo, quasi simbolo del Medioevo stesso insieme al prode cavaliere che guardava l’orizzonte dall’alto dei suoi spalti. E così facendo, dimentichiamo che l’età di mezzo dura mille anni, l’uno diverso dall’altro, ed è attraversata a piedi e a cavallo da decine di cavalieri diversi, che abitano, assaltano, difendono, costruiscono e distruggono castelli per motivi che cambiano di luogo in luogo e di tempo in tempo.

Un illustre storico contemporaneo Chris Wickham a un convegno disse che ogni volta che vedeva un castello pensava alla forza lavoro che era stata necessaria per costruirlo e ai soldi che era costato. La sua visione marxista della storia potrebbe forse risultare ai più un po’ arida, certamente assai poco romantica, ma il suo consiglio è ottimo e ho trovato sempre molto utile applicarlo e ripeterlo a lezione. Se pensiamo al lavoro e allo sforzo economico che ci deve essere stato dietro la costruzione di un complesso fortificato dotato di mura alte o spesse, porte più o meno difese da cancelli, ponti levatoi, torri, ambienti interni specializzati, pozzo o cisterna, cappella e mastio centrale; se moltiplichiamo questo sforzo per tutti i castelli che ancora oggi, in buono stato o in rovina, vediamo svettare sulle nostre colline capiamo immediatamente due cose: la prima è che ci troviamo di fronte a un fenomeno imponente e strutturale, un cambiamento che ha riguardato la società passata nel profondo; la seconda, conseguente alla prima, è che dobbiamo escludere dalle motivazioni un pericolo esterno improvviso.

Non importa quanto fossero temibili i Vichinghi, arrivavano senza preavviso con spedizioni apparentemente casuali e normalmente non tornavano nelle zone già razziate, almeno non a breve distanza di tempo. Gli Ungari giungevano a ondate lasciando agli abitanti solo il tempo di costruire un riparo effimero, fatto al massimo di palizzate in legno e fossati. I Saraceni hanno rappresentato, tra VIII e XI secolo un pericolo più ricorrente e stabile, ma limitato ad alcune zone costiere; qui era più utile allestire un punto avvistamento e un luogo di rifugio temporaneo che un vero e proprio castello.

E allora? Perché mai costruire ampie cinte murarie?

Dobbiamo a uno storico francese, Pierre Toubert una prima convincente ipotesi. Toubert, negli anni ’50 del Novecento, si mise ad analizzare a tappeto un ampio territorio del Lazio meridionale, censendo abitati, borghi, fortificazioni e tentando una loro datazione a partire dalle strutture. Ne venne fuori uno studio che ha modificato radicalmente il modo in cui guardiamo oggi al castello e che non ha ancora smesso di influenzare le ricerche sul paesaggio medievale, nonostante sia stato rivisto in più punti.

Prima di spiegarvelo vi devo avvertire di una cosa: è un modello, e quindi non è valido sempre e ovunque. Suggerisce solo un percorso plausibile che ha riguardato per lo più l’Europa centro meridionale cristiana. Non si applica ad esempio ai magnifici castelli della Loira o men che meno alle fortezze crociate in Terrasanta, ovviamente nemmeno alla parte della penisola iberica che rimase sotto i califfato di Cordova. Insomma il fenomeno dell’incastellamento, ossia della trasformazione profonda del modo di abitare in un territorio tramite la costruzione di un castello, è stato un processo importante e vasto, tanto quanto la rinascita dei commerci o la diffusione del Romanico; ma si manifestò solo in una parte dell’Europa e al suo interno ebbe esiti diversi a seconda delle condizioni locali.

Altra avvertenza, le fortificazioni esistevano già al tempo dei romani (gli oppida e i castra)***; altre furono allestite, spesso con materiali deperibili, anche tra la tarda antichità e l’alto medioevo. Castelli, rocche, fortezze vennero ovviamente costruiti a iosa anche dopo il medioevo, nella cosiddetta età moderna, o per effettive ragioni di difesa o per lussuosa e pretenziosa residenza di ricche famiglie nobiliari. Esistono poi anche castelli contemporanei costruiti nell’Otto e Novecento per ragioni variamente curiose. I castelli di cui parliamo ora, però, sono quelli che, più o meno a partire dal X secolo fino a circa il XIII cominciarono a spuntare come tanti funghi sulle alture della nostra penisola e di molte alte regioni d’Europa, caratterizzandone il paesaggio in maniera stabile.

Detto questo, vediamo di metterci il naso dentro.

Nella primavera del 1186 gli uomini del piccolo paese rurale di Pulica, in Lunigiana, andarono a lamentarsi dal vescovo di Luni per i gravami eccessivi che i proprietari del castello di Fosdinovo imponevano loro. Il vescovo, che era a sua volta conte e dominus dei signori di Fosdinovo e probabilmente non vedeva di buon occhio i suoi potenti vassalli, condusse un’indagine e fece mettere per scritto gli obblighi a cui erano tenuti gli uomini di Pulica nei confronti del castello. Stabilì quindi che essi dovevano adiuvare, facere et atrahere palos, vimenas, sepes, boccos, palancam, scelonos et lignamen ad bertescam et betefredum tantum et nichil aliud. Perdonatemi il latino, ma la traduzione – che adesso vi comunico – non fa il medesimo effetto: gli uomini di Pulica dovevano impiantare pali, sistemare siepi, mettere in opera ceppi, assi e legname, per allestire bertesche e berfredi, ossia strutture aggettanti le mura, utili alla difesa. Ponete però attenzione a quel nichil aliud finale, nient’altro; evidentemente sottoposti alla giurisdizione dei signori e riluttanti ad accettarne le imposizioni, gli uomini di Pulica ottennero un risultato importate dalla loro lamentela, ossia di avere l’elenco preciso dei loro doveri, in modo da non lasciare spazio ad eventuali soprusi da parte degli stessi signori.

Vediamo di immaginare cosa potrebbe essere successo;. Nel corso dell’XI secolo, alcuni grandi proprietari della bassa Lunigiana, magari già legati al vescovo da un legame di fedeltà personale, oppure al marchese, individuarono sulla cima di un colle in loro possesso un posto idoneo alla residenza. Lo era per diversi motivi, alto e naturalmente protetto, si trovava accanto a un passo stradale, minore ma frequentato, vedeva tutta la piana della Versilia fino alla foce della Magra, era circondato da terre coltivate in gran parte da servi o coloni dei stessi proprietari. I futuri signori di Fosdinovo quindi avevano mezzi e modi per costruire un castello su quel colle, che non solo li avrebbe protetti da razziatori provenienti da terre lontane (in questo caso Saraceni), ma lì avrebbe soprattutto tutelati da altri signori, vicini a loro e nelle loro medesime condizioni.

Potevano costruirlo un castello? Non è una fortificazione il simbolo stesso della forza pubblica? Non dovrebbe costruirlo un re, un’imperatore o un suo funzionario? Forse, ma cosa importa? Il potere ufficiale non è lì e non è in grado di tutelare nessuno. Il marchese o la marchesa sono lontani, impegnati in altro, l’imperatore non ne parliamo ha le sue beghe in area tedesca o col papa e quando si decide a varcare le Alpi trova altri difficilissimi ostacoli nelle città autonome del nord. Anzi, a dirla tutta, se arrivava in zona è meglio: significa che è impegnato in una strategia politica di alto livello e che quindi ha quasi certamente bisogno di aiuto e di supporto. Occasione ottima per fargli firmare un documento – un diploma – che confermi ai signori tutti i diritti sul castello che hanno costruito senza alcun permesso in cambio della loro fedeltà.

Abbiamo detto che le mura li proteggono, ovviamente non solo loro. Le cinte murarie, singole o doppie che siano, offrono protezione in primo luogo agli abitanti del posto dove sorgono, e in secondo a tutti i dipendenti dei signori, quelli che già pagano loro vari censi, in denaro, in natura o con giornate di lavoro. Ma non basta, i contadini liberi, proprietari di una piccola tenuta o i servi o i coloni di un altro signore, che vive però lontano, vedono sorgere un poderoso castello praticamente sotto i piedi. A chi pensate che possano chiedete riparo? Sono i signori stessi della fortezza a offrirglielo, ovviamente in cambio di denaro o ancor meglio di servizi. La manutenzione delle mura costa, così la guardia e il mantenimento della pace nei giorni di mercato.

Se poi dopo qualche anno le tasse indirette e i servizi e gli affari e le cerimonie religiose portano sempre più l’uomo libero a gravitare intorno al castello, e lì che si recherà anche per ottenere giustizia e lì presterà servizio militare se richiesto da quello che, passo dopo passo, è diventato anche il “suo” signore.

Ecco perché costruire un castello restituisce molti più soldi e potere di quello che costa, perché se ne siete i signori potete cominciare a chiedere lavori, materiali e soldi e impegno in guerra, anche a chi prima non era vostro dipendente ma ora si trova nell’area protetta dal castello, il suo distretto.

La prossima volta che salite su una delle tante fortificazioni che la storia ci ha regalato e vi guardate attorno, non limitatevi ad ammirare il panorama e cominciate a calcolare quante terre, torrenti, foreste, strade e persone quel castello poteva controllare e sfruttare. L’edificio da solo non avrebbe alcun senso senza il suo distretto.

Nel distretto possono rientrare case sparse e piccoli villaggi non protetti. Può accadere allora che questi vengano abbandonati, perché il castello, oltre al rifugio offre anche mercato, servizi e vita sociale. E così il paesaggio rapidamente si trasforma e il castello diventa luogo di attrazione della popolazione, arricchendosi fuori le mura di un borgo popoloso. Può accadere invece che i villaggi resistano e che, immancabilmente, si trovino a subire richieste sempre più pressanti dai signori del castello vicino – le angherie. In quel caso è facile che si ribellino escogitando vari mezzi per sottrarvisi, come ad esempio chiedere giustizia a un potere più forte – nel nostro caso gli uomini di Pulica al vescovo di Luni – o allearsi con un altro signore e magari chiedergli di costruire lui un nuovo castello accanto al loro villaggio.

Ora avete quasi tutti i pezzi grossi del puzzle e su questi potete costruire tutte le variazioni possibili: i signori possono costruire più castelli e se questi sono vicini formare un vero e proprio dominio, possono poi perderlo per conquista o per distribuzione dell’eredità agli eredi, altri signori possono far leva su questa debolezza temporanea per acquisire parte dei loro castelli, possono a loro volta costruirne altri, non più tanto per sfruttamento del territorio agricolo quanto per arrestare o arginare l’avanzata dei rivali… e così via. Certamente più una famiglia accumula castelli e più ampia è non solo la forza economica, ma anche e soprattutto la capacità di circondarsi di armati, a cavallo o fanti, da utilizzare in dispute di scala maggiore per ottenere da conti, marchesi, vescovi o imperatori quanto necessario per consolidare o accrescere la propria posizione.

Non so quanto sia riuscita a essere chiara ma se, alla prossima visita a un castello non vi chiederete più soltanto dove erano le segrete o se esisteva la stanza delle torture, ma vi domanderete quale altra fortificazione, o borgo o città si trovava dentro o appena fuori i confini del suo distretto avrò ottenuto lo scopo. Ossia quello di farvi capire che nostri castelli sono, nella grande maggioranza dei casi, le tracce residue si un grandioso processo di ristrutturazione del potere dal basso.

Certo esistono anche i castelli di fondazione regia o di duchi, di conti o di marchesi ossia creati dall’alto, dal potere pubblico che intende, col castello, presidiare un territorio. Questi sono ad esempio i manieri inglesi o i già citati castelli della Loira. Ma se ci pensate bene, quando questo accade, spesso e volentieri è perché quel territorio ha bisogno di essere presidiato, perché popolato da autonomie indigeste al potere ufficiale, magari simboleggiate proprio da altri castelli. Il castello infatti diventa presto, oltre che luogo di protezione, rifugio, mercato, raccolta di tasse e di prodotti agricoli, anche un simbolo. Il simbolo del potere sul distretto che controlla, grande o piccolo che sia, e da qui un vero e proprio status symbol, un marchio chiaro e visibile a tutti di ricchezza e di potenza.

Quando Federico II, nel 1220 riuscì a riprendere in mano le redini del Regno, si trovò un territorio ribelle tra le mani, dove i baroni si erano ritagliati tante isole di potere, simboleggiate appunto da poderosi castelli. L’affermazione della sua autorità non poté che passare attraverso la distruzione di quei simboli (acquisirli non sarebbe basterebbe) seguita dalla costruzione di altre fortificazioni, pare circa 200 tra nuove costruzioni e ristrutturazioni, che servirono in gran parte a dire a tutti chi era al comando.

Castello e guerra

1229 Gugliemo Saporito podestà di Piacenza fece dare notizia pubblicamente in città affinché cavalieri e fanti fossero preparati con le armi appena ricevuto il segnale […]. I consiglieri stabilirono che ci sarebbero voluti 3000 tra fanti e cavalieri con cavallo ed aiuti esterni per la spedizione contro Pontremoli [..] così il mercoledì 22 d’agosto e il giovedì successivo con le tube sonanti, i tintinnaboli pulsanti, ascoltata la voce dell’araldo, uscirono dalla città e si diressero verso la Val di Taro. Fatto campo a Borgo val di Taro si mossero il 26 agosto verso Zeri e, fatto accampamento, iniziarono ad assediarlo e se non fosse arrivata la notte sarebbero anche riusciti a espugnarlo. Ma il giorno dopo, lunedì, arrivò una grande inondazione che impedì l’assedio; anzi in quel giorno i danni furono così gravi, che a causa propio del mal tempo, durato tutta la notte e il giorno seguente, e restando il cielo nuvoloso e piovoso, fu deciso il mercoledì di lasciare Zeri e di recarsi altrove.

Avete appena ascoltato un brano tratto da una cronaca duecentesca che racconta di un assedio, uno dei tanti che si trovano nelle fonti medievali, in questo caso fallito. Ci serve per ricondurre il castello, dopo che abbiamo ridotto i pericoli di Vichinghi, Ungari e Saraceni e ci siamo attardati a collocarlo nel suo contesto economico e sociale, alla dimensione che la storiografia passata più prediligeva, quella appunto della guerra. A una guerra che, come il castello, riuniva in sé tanti aspetti. Quello – eterno – del controllo sugli uomini – i cavalieri e i fanti che devono rispondere alla chiamata del signore o – come in questo caso- dell’amministratore della città, una città che, come i i signori, può controllare più castelli del suo territorio; quello simbolico e rituale – la musica, i rumori e le voci che accompagnavano la partenza degli armati in missione – e poi l’assedio in sé, con tutti i suoi problemi. Un castello ovviamente si assedia e tra le varie modalità di guerra che la storia ci ha regalato l’assedio è una delle più rognose. Se un castello è ben difeso, ossia ha difese idonee a rispondere alle armi del nemico, farlo cadere è tutt’altro che facile. Arieti, trabucchi – ossia grandi catapulte potenti e imprecise assai difficili da trasportare, e mangani (la versione precedente e più agile) avevano spesso più una funzione deterrente che effettiva, così come il dispiegamento di forze attorno alle mura. Spesso l’assedio si risolveva con un successo solo per tradimento o perché l’assalitore era riuscito a chiudere ogni canale di entrata e a prendere la fortezza per fame. Ma se interveniva il mal tempo le cose, come abbiamo visto, si facevano più difficili per gli assalitori che non erano protetti da strutture fisse come gli assaliti e spesso potevano contare sulla presenza degli armati solo per un numero limitato di giorni.

Ovviamente il luogo e le armi in uso all’epoca condizionano la costruzione di un castello. Quello di XI-XII secolo ha spesso mura alte e strette, e percorsi tortuosi per l’accesso a poche porte. E’ difficile avvicinarsi in gran numero e si supera solo scavalcando le mura o aprendovi una breccia. E’ difeso quindi principalmente dall’altezza e dalla posizione, oltre che ovviamente dagli armati sugli spalti. Con la costruzione di macchine in grado di scagliare proiettili in pietra molto pesanti e poi in seguito con i primi cannoni le fortificazioni si abbassano e cominciarono ad allargare lo spessore delle mura, arricchendosi parallelamente di bastioni, dalle forme più varie e con profilo inclinato, utili a impedire al nemico il tiro diretto e dirompente. L’epoca dei primi cannoni, la seconda metà del Trecento, è tuttavia anche l’epoca in cui il castello muta natura. Non è più lo strumento per la riorganizzazione del territorio rurale che abbiamo prima descritto, ma diventa baluardo militare e residenza signorile, simbolo di potere, ricchezza e di finezza di costumi. Ecco allora che l’interno si ingentilisce. Oltre al mastio più o meno centrale, dove risiede o si rifugia il signore in caso di attacco, si costruiscono loggiati, scalinate e saloni, si decorano le pareti con affreschi e grottesche e i bracieri vengono via via sostituiti da ampi e sontuosi camini.

Andando avanti col tempo i gusti si raffinano e mutano. Se il castello è sorto nel pieno medioevo, ma ha continuato ad essere utilizzato nel tempo, nel guardarlo avremmo come l’impressione di un patchwork***, in cui più stili coabitano. La torre tonda o poligonale centrale che si addossa a una corte con loggia; un salone d’onore e stanze per le guardie, spalti merlati, torri di cinta di forme diverse, cappella signorile e rivellino ***(una struttura di protezione posta all’entrata). Solo il castello conquistato e poi abbandonato mantiene, nelle sue rovine, l’aspetto originario. Se vive, muta col tempo. Nella maggior parte dei casi, quando entrate in un castello, potete letteralmente leggerne la complicata storia guardando ad esempio gli stili delle finestre che si alternano sulle sue pareti o l’addossarsi vicendevole di cortine murarie, archi e mensole.

Castello e immaginario

Brano HP

Il castello di hogwarts, nato dalla penna della Rowling, è forse l’ultimo in ordine di tempo a presentare tutte le caratteristiche di un castello che non potrebbe mai essere stato costruito, totalmente immaginario, ma proprio per questo dotato di un fascino che un vero castello non potrebbe mai avere.

Torri e torrette sparse qui e là in modo del tutto irrazionale, saloni grandiosi difficili da riscaldare posizionati in lati poco difendibili, bifore ad arco a tutto sesto (semicerchio) accanto a portali a sesto acuto, volte a crociera che seguono volte a botte, tunnel segreti, piazzali e chiostri, merli di diverse fogge alternati a improbabili grondaie dalle fogge fantastiche, le gargolle (o gargoyle).

Questo castello inesistente ha una sua data di nascita e una sua storia e col medioevo ha a che fare in maniera molto indiretta.

Nasce infatti alla fine del settecento quando tutta l’europa comincia ad essere attraversata dal movimento romantico che ha nel neogotico la sua più prepotente espressione artistica. Tutti guardano al medioevo per ispirazione, ricerca e sogno. Il medioevo diventa, dalla fine del Settecento e per tutto il secolo successivo, la culla dell’Europa. Archiviata la condanna illuminista ai secoli bui, l’età di mezzo si illumina di tanti fuochi, il primo e potente è quello dell’origini, del popolo e quindi della nazione; il tempo in cui sono nate le principali casate reali e famiglie nobiliari, in cui il cavaliere era guidato da pochi ma solidi valori, fede, lealtà, coraggio; in cui pur avendo ognuno il propio posto (donne e uomini, contadini, monaci e cavalieri, villani e signori), l’avventura era a portata di mano e l’ascesa sociale possibile pur con un potenziale tecnologico minimo. Epoca lontana e confusa in cui pescare liberamente quello che serviva per combattere da un lato l’eccessivo razionalismo gli attacchi sistematici alla religione, dall’altro per reagire al una industrializzazione e a una innovazione tecnologica galoppante, e per questo anche temibile.

Gli artisti cominciarono allora a dipingere dolci donzelle sognanti in abiti lunghi accanto a bifore ornate, gli architetti presero a riempire di portali, archi sesto acuto, torri merlate e giardini labirintici le dimore signorili. Perché più medievaleggiavano e più davano l’impressione di essere antiche; e più antiche e medievali sembravano e più il potere che simboleggiavano risultava legittimo. Gli scrittori cominciarono ad ambientare storie nel medioevo e a portare i loro castelli immaginari, popolati di valorosi cavalieri, anche nella terra che non aveva conosciuto alcun medioevo, ma che era si stava popolando da persone che il medioevo ce lo avevano scritto nel DNA, l’America del nord.

Quando dagli Stati Uniti Walt Dinsey venne in Europa, nutrito dalle letture di Walter Scott e dai fumetti del Prince Valiant di Hal Foster trovò l’ispirazione per il suo castello della Bella Addormentata, non nel castello di Bardi vicino a Parma o nello Sforzesco di Milano o ancora nel bel complesso di Avio, vicino a Trento. Ma nel falso e pretenzioso castello di Neuschwanstein voluto costruire da Ludovico II di Baviera per accontentare la sua dimensione onirica e wagneriana. E sappiamo quanto il medioevo di Wagner sia lontano anni luce da quello storico.

Diversi canali comunicativi, contemporaneamente, architettura, letteratura, fumetti, cinema, e nel passato anche un po’ la stessa storiografia, ci hanno trasmesso per anni un idea di Medioevo e di castello che oggi gli studiosi si affannano, quasi sempre inutilmente, a demolire.

Il nostro castello medievale immaginario è proprio quello inventato nel XIX secolo: Ecco perché percepiamo semplicemente interessanti, ma non certo suggestivi e romantici, gli spartani castelli di XI e XII, con mura alte, stanze piccole e disadorne, stalle e laboratori artigiani, granaio e pozzo o cisterna, torre angusta raggiungibile solo con una scala di legno e porta ben difesa, ma non necessariamente da un ponte levatoio. Allo stesso modo ci piacciono, ma percepiamo un po’ estranee, anche alcune fortezze dell’età moderna, basse e tozze, con molti e articolati corpi di fabbrica utili ad arginare le bombarde. Ci troviamo un po’ più a nostro agio in quei castelli a cui la storia ha concesso lunga vita e in cui le famiglie che li hanno abitati hanno aggiunto padiglioni e torri, saloni e finestre, comignoli e camini e quindi assomigliano un po’ di più al nostro castello immaginario. Dove chiaramente viveva un cavaliere immaginario e così la sua donzella, ma questi aspetti li lasciamo a un prossimo podcast.

La XX puntata di Historycast finisce qui. Avrete notato alcuni cambiamenti, non solo è in onda a grande distanza dall’ultima puntata, ma anche l’audio è meno curato, e il tema più vicino ai miei interessi di ricerca. Mutamenti che sono dovuti a ragioni personali e alla difficoltà oggettiva di mantenere in vita il podcast. Provo comunque a continuare riducendo un poco la qualità del montaggio ma spero non dei contenuti e pescando da temi che conosco meglio, perché mi richiedono un minor tempo di elaborazione.

Speriamo di esservi graditi comunque. Un caro saluto.