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35 – Robespierre: il terrore è inevitabile?

Ascoltate la voce della giustizia e della ragione; essa grida che mai il giudizio dell’uomo è tanto certo da far sì che la società possa dare la morte a un uomo condannato da altri uomini soggetti a sbagliare. Provate a immaginarvi il più perfetto ordinamento giudiziario; provate a trovare i giudici più onesti e più illuminati, resterà sempre un margine di errore o di prevenzione. Perché togliervi la possibilità di ripararli? — Bisogna dunque che la legge rappresenti sempre per i popoli il modello più puro della giustizia e della ragione. Se le leggi, invece di caratterizzarsi per un’efficace, calma, moderata severità, offrono il destro alla collera e alla vendetta, se fanno scorrere sangue che dovrebbero invece risparmiare e che comunque non hanno il diritto di spargere, se offrono allo sguardo del popolo scene crudeli e cadaveri straziati dalle torture, allora esse confondono nella mente dei cittadini il concetto del giusto e dell’ingiusto.

C’è forse qualcuno, tra chi sta ascoltando, che sottoscriverebbe queste parole e plauderebbe alla persona che le ha pronunciate? Tutti credo, tanto sono ragionevoli, illuminate ed espressione di un pensiero moderato e tollerante. Le espose, con l’abilità retorica e la convinzione ideologica che lo caratterizzava, Maximilien de Robespierre il 30 maggio 1791 all’Assemblea Nazionale Costituente, l’organismo che guidò la prima fase della Rivoluzione Francese.
Il suo discorso si inseriva in pieno in quell’entusiasmante processo di elaborazione dei principi illuministi che portò alla redazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino all’indomani della presa della Bastiglia e che condusse in seguito alla Carta costituzionale.
Tuttavia, poco più di un anno dopo aver così efficacemente condannato la pena di morte, Robespierre, che nel frattempo si era affermato tra i leader più rappresentativi della Rivoluzione, invocò la ghigliottina per il re di Francia Luigi XVI, traditore della nazione e criminale verso l’umanità. La testa del re fece la fine che sappiamo e, dopo soli due mesi, nel marzo 1793, ecco che Robespierre votò per la costituzione del Tribunale rivoluzionario, che escludeva qualsiasi garanzia per l’imputato dietro il pretesto di una presunta esigenza democratica: per portare gli aristocratici e i ricchi allo stesso livello del popolo si doveva loro sottrarre le risorse che potevano permettergli di scampare alla giustizia. Il fine autentico era invece, ovviamente, quello di eliminare tutti i nemici politici che, nel dettato del decreto costitutivo, erano etichettati come generici “nemici del popolo e della rivoluzione”.
Passarono altri 16 mesi di sanguinose esecuzioni indiscriminate e alla fine fu la testa di Robespierre a rotolare giù dalla ghigliottina, assieme alla sua terribile legge del 22 pratile, che aveva tolto agli imputati anche la possibilità di avere dei consulenti legali per la difesa o l’escussione di testimoni a discarico. Forse il Terrore non aveva completamente confuso nelle menti dei cittadini francesi i concetti del giusto e dell’ingiusto.

Historycast torna con un personaggio di levatura indubbiamente eccezionale a parlarvi di storia, nella maniera in cui le è propria. Non vi racconteremo infatti la Rivoluzione Francese – non basterebbe un anno di episodi per farlo – né la vita e le opere del suo rappresentante più celebre, Meximilien de Robespierre, ma affronteremo nel modo che ci è usuale una serie di domande che sorgono spontanee guardando alle vicende di cui l’Incorruttibile fu protagonista e che ancora oggi ci toccano da vicino.

Com’è potuto accadere che un colto e abile avvocato di Arras, vicino agli ideali di Jean Jacques Russeau, propugnatore per gran parte della sua esistenza di leggi che sono ancora oggi alla base della nostra costituzione e del nostro codice civile – per citarne qualcuno l’abolizione della tortura, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’abolizione dei cosiddetti “reati immaginari” come l’omosessualità o l’eresia – com’è stato possibile –dicevamo- che un simile uomo si sia trasformato in un dittatore sanguinario, in evidente spregio dei principi prima sostenuti?
Era già riconoscibile questo lato oscuro nelle mosse e nei discorsi di Robespierre prima della svolta del 1791? E di conseguenza possiamo dire che il sovvertimento violento di un regime ingiusto ha inevitabilmente come contraltare lo scatenarsi dei peggiori istinti della natura umana? La rivoluzione porta sempre al Terrore?

Sapete bene che Historycast non vi darà riposte, ma solo una rassegna di punti di vista su cui ognuno ragionerà a suo modo. Anche perché raccontare il “vero” Robespierre è praticamente impossibile. A leggere anche solo un minimo della sterminata bibliografia che lo riguarda ci si rende immediatamente conto che ne sono esistiti almeno tre di Robespierre: l’uomo, il leader politico e il simbolo stesso della Rivoluzione. Cercare di armonizzare in una sola figura questa trinità è impresa assai complicata, tentata da molti, riuscita forse a nessuno. Questo perché da un lato conoscere l’“uomo” Robespierre è estremamente difficile, tanto scarse sono le tracce documentate sulla sua vita privata, dall’altro perché, incarnando di fatto la Rivoluzione, ciascun studioso ha evidenziato nei suoi atti e discorsi gli aspetti che meglio si armonizzavano con l’idea che lo studioso stesso si era fatto del fenomeno rivoluzionario in sé. Perché il legame tra la Rivoluzione e Robespierre è appunto quasi impossibile da sciogliere, criticare o elogiare l’uno significa di fatto stigmatizzare o esaltare l’altra.

Quando la Francia rivoluzionaria, attaccata da ogni parte dall’Europa monarchica e lacerata al suo interno da una parte dei suoi figli, che parteggiavano per il nemico, risoluta a vincere o a morire, concentrò le sue forze in uno sforzo supremo, organizzò il Terrore come strumento necessario di vittoria. Robespierre, il cui animo era in realtà mite e umano, fece la sua parte, una parte temibile, nell’organizzazione di un sistema di repressione che fece tremare i traditori e li ridusse all’impotenza.

A pronunciare queste parole, in un volume dal titolo illuminante – Robepierre terrorista -, è stato nel 1920 Albert Mathiez, lo storico francese che – agli inizi del secolo scorso – ebbe certamente il merito di riabilitare la leggenda nera della Rivoluzione Francese e di inaugurare un nuovo modo di guardare all’insieme del fenomeno rivoluzionario. Albert Mathiez e dopo di lui, Georges Lefebvre, invece che inseguire decreti istituzionali ed eventi militari cominciarono a guardare al contesto economico e sociale che aveva dato luogo al rovesciamento della monarchia e all’affermarsi degli ideali rivoluzionari. La loro analisi era indubbiamente influenzata da una visione marxista della storia, tesa a evidenziare le strutture produttive e i rapporti sociali, ma era anche fatalmente e condizionata da un’altra rivoluzione, molto più vicina ai loro cuori e al loro tempo: la rivoluzione d’ottobre, quella che aveva distrutto il potere zarista, sconvolto l’ordine sociale russo e provato ad applicare concretamente i principi del comunismo.
In questa lettura comparata, il terrore giacobino faceva da pendant al rigore comunista. Le scelte di Maximilien de Robespierre e del suo Comitato di Salute Pubblica non erano più viste come una terribile aberrazione della filosofia del Lumi, ma come un’efficace – seppur dolorosa – risposta a circostanze esterne sfavorevoli, che mettevano in reale pericolo le conquiste rivoluzionarie. La virata terroristica di Robespierre non era il prodotto naturale di un’ideologia originariamente sanguinaria, ma una decisione sofferta e contingente di chi temeva sopra ogni altra cosa il fallimento degli sforzi fatti fino ad allora per sollevare le sorti della Francia. Così il lato feroce e oscuro della rivoluzione d’ottobre non era “proprio” dell’ideologia comunista, ma si era dovuto manifestare per rispondere all’ostilità degli stati esteri e alle oggettive difficoltà interne che erano sorte nel processo di trasformazione della società e delle sue strutture produttive.
Insomma il terrore, la svolta dittatoriale, seguita a un cambiamento radicale delle istituzioni, deve essere considerato uno strumento necessario perché una rivoluzione si affermasse con tutto il suo portato di mutamento.

Quanto ci è lecito – da storici – ragionare in questa maniera? Da un lato siamo naturalmente spinti a farlo: l’analisi del passato ci serve in primo luogo proprio per tentare di capire e decodificare il presente; dall’altro però uno studioso deve essere sempre consapevole che il passato è un paese lontano, un fatto storico è qualcosa che è scaturito in un contesto complesso, distante da noi e non replicabile.

Robespierre nacque in un paese del nord della Francia da una modesta famiglia del luogo; persa la madre quando era ancora giovanissimo e abbandonato dal padre, ebbe un’infanzia relativamente infelice, da cui cercò riscatto impegnandosi negli studi e poi utilizzando istruzione e abilità oratoria in una formidabile carriera politica. All’età di 17 anni fu scelto per pronunciare un elogio in versi al nuovo re Luigi XVI, che era venuto a visitare il collegio dove studiava e che non mancò di elogiare la bravura dell’uomo che lo avrebbe mandato sul patibolo. Ma mentre decantava il re, il giovane Maximilien leggeva anche avidamente gli scritti di Jean Jacque Rosseau e si abbeverava direttamente alla fonte più limpida dell’Illuminismo. Ne ricavò i principi che gli consentirono, quando furono convocati gli Stati Generali, di essere eletto deputato e di mettersi in luce tra i membri più attivi dell’Assemblea Costituente.
Quanto delle sue esperienze personali ha giocato nella costruzione del suo carattere? Quanto una fortunata serie di circostanze peculiari portarono da Arras a Parigi un giovane bramoso di affermarsi e animato da ideali ferventi? E soprattutto quanto di terroristico può essere riconosciuto nei discorsi che tenne in quel contesto, prima della fuga del re del giugno 1791?
A una prima lettura sembrerebbero semplicemente discorsi intrisi di idee liberali e illuministe e finalizzati al buon funzionamento dell’Assemblea. Non fu però così per François Furet, il più celebre degli storici della Rivoluzione Francese detti “revisionisti”. Per Furet proprio quei discorsi furono il cuore e lo strumento principe del movimento rivoluzionario e quindi devono essere presi insieme al resto, alle decisioni che fecero maturare e alla catena di conseguenze che provocarono. Per Furet non sono esistiti due Robespierre, uno prima e uno dopo il 9 agosto 1792, quando, insieme a Danton e a Marat, l’Incorruttibile organizzò l’assalto alle Tuileries e la caduta della monarchia. Ne esistette uno soltanto, colui che prima e dopo usò l’oratoria politica come arma potentissima per la manipolazione delle masse, brandì l’ideologia come una spada per tracciare linee di demarcazione sempre diverse tra chi si trovava dentro e fuori il cerchio dei “veri” rivoluzionari.
Uno dei simboli del mutamento illuminista avrebbe quindi fallito nel porre la basi di un ordine politico basato sulla libertà e il rispetto dei diritti individuali. Sebbene Furet abbia coniato il motto “la Rivoluzione Francese è finita”, perché voleva in questa maniera ricondurre l’evento nel recinto dei fenomeni passati, esauriti e incapaci di indicare la strada all’uomo di oggi, la sua analisi apparve subito molto schierata. Se la rivoluzione era stata infettata fin dall’inizio dall’irrazionalità e dall’ideologia anti-liberale, la sua storia non poteva essere considerata una fonte di ispirazione per il presente; le ricerche dovevano quindi abbandonare ogni intento elogiativo e concentrarsi invece sugli aspetti che ne sottolineavano il potenziale distruttivo e autoritario. Robespierre non solo aveva finito la sua stagione politica, aveva smesso di costituire un modello per il futuro.

Furet pubblicò questa lettura largamente negativa di Maximilien de Robespierre nel 1989, in occasione del secondo centenario della Bastiglia. Quando Francois Mitterand aveva lanciato il programma per commemorare il bicentenario della rivoluzione francese, che sarebbe avvenuto giusto l’anno dopo la fine della sua legilatura, l’idea sembrò non creare scontri, anche perché la commemorazione era incentrata solo sul 1789, ossia su un evento (la presa della Bastiglia) che andava a celebrare i valori fondanti della Repubblica Francese. Ma diversi intellettuali reagirono violentemente e in modi assai più esagitati di Furet.
Uno storico tra i più eminenti e prolifici di Francia, Pierre Chaunu, denunciò la commemorazione come grancassa del partito socialista e maldestro tentativo di elevare una tragedia nazionale a trionfo postumo. Secondo lui la rivoluzione portò alla fine violenta di una valida monarchia, rovinò economicamente il paese, distrusse la continuità dell’azione della civiltà cristiana e generò un nuovo stile di dittatura, diretta progenitrice dei totalitarismi fascista e comunista. «Il giacobinismo, sostenne, aveva nei suoi cromosomi il codice genetico di Lenin, Stalin e Pol Pot».

Il Robespierre revisionato di Furet venne quindi accolto entusiasticamente dalla destra francese e respinto recisamente dalla sinistra. Molti studiosi di “destra”, ricordando gli orrori della guerra civile in Vandea, arrivarono a sostenere che il movimento rivoluzionario aspirò al genocidio, mettendo a corredo un odioso balletto di numeri sui morti, da alcuni contati in 120.000 da altri in 250.000, da altri ancora uniti alle vittime dei tribunali rivoluzionari e ai morti in guerra fino ad arrivare alla cifra di mezzo milione di caduti.
Ma se contare i morti in una Francia assediata da potenze nemiche e attraversata da una guerra civile non può costituire uno strumento di giudizio obiettivo sull’operato dell’Incorruttibile, è altrettanto vero che il Comitato di Salute Pubblica causò uno notevole spargimento di sangue, mietendo vittime non solo tra quell’aristocrazia e quel clero filomonarchico che costituivano i nemici naturali del “libero cittadino”, ma anche e soprattutto tra la gente comune. Secondo lo storico italiano Aurelio Musi le vittime del Terrore furono solo per l’8,5% nobili e per il 6,5% ecclesiastici, mentre il 25% furono borghesi, il 31% artigiani, il 28% contadini.

Cittadini, nella nostra repubblica due opinioni si manifestano in modo assai accentuato. La prima è quella che tende a punire severamente e inesorabilmente i delitti commessi contro la libertà; … L’altra è l’opinione vile e criminale dell’aristocrazia, che dal principio della rivoluzione non ha smesso di chiedere direttamente o indirettamente un’amnistia per i cospiratori e per i nemici della patria.
[..] Ci si inganna se si crede che la buona fede dei patrioti impieghi una forza eccessiva contro le manovre dei tiranni dell’Europa e dei loro vili agenti; il furore di costoro si manifesta attraverso le calunnie delittuose che essi continuano e continueranno a vomitare su questa assemblea, .. Chiunque sia infiammato dall’amore della patria accoglierà quindi con entusiasmo i mezzi per raggiungere e colpire i suoi nemici.

Con queste parole Maximilien de Robespierre chiedeva e otteneva l’approvazione della famigerata legge del 22 pratile, quella appunto che eliminava l’interrogatorio prima dell’udienza, l’avvocato e l’audizione facoltativa di testimoni. La Corte poteva pronunciare il suo verdetto su semplici presunzioni morali.
Furono parole dettate da una convinzione profonda o dalla paura di perdere il potere?
In quel momento la Repubblica francese era impegnata in guerra su due fronti, verso l’esterno contro una coalizione europea formata da Gran Bretagna, Spagna, Prussia, Austria, Portogallo, Regni di Napoli e di Sardegna e Province Unite (gli attuali Paesi Bassi). All’interno dei confini nazionali imperversava invece la guerra civile contro monarchici e federalisti, questi ultimi insorti dopo l’eliminazione del gruppo politico dei Girondini. Tra la primavera e l’estate 1793, la situazione economica era inoltre diventata drammatica: il valore della moneta rivoluzionaria era al minimo, la miseria dilagava e i numerosissimi episodi di rapina e sciacallaggio scatenavano richieste pressanti di misure energiche di repressione.
Si era instaurato quindi un clima pesantissimo, in cui ogni critica al Comitato e ogni sospetto di ruberia venivano interpretati come atti controrivoluzionari. La repressione colpì quindi indiscriminatamente criminali comuni come intellettuali.
Tra i caduti del terrore si contarono numerosi i rappresentanti di spicco della prima fase della Rivoluzione, che avevano commesso l’errore di entrare in contrasto con Robespierre.
Jean-François Delacroix, ad esempio, a cui si deve, nel 1794 il decreto per l’abolizione della schiavitù dei neri nelle colonie e che venne poco dopo ghigliottinato sotto l’accusa di corruzione. Jacques-René Hébert, fondatore nel 1790 del celebre giornale Le Père Duchesne poi rappresentante dell’ala più radicale della Rivoluzione francese; troppo radicale per i Giacobini, che però tolsero di mezzo anche il “moderato” o “indulgente” Danton, primo presidente del Comitato di Salute Pubblica. Anche lui caduto in disgrazia presso la corte che circondava l’Incorruttibile, non perché troppo moderato né perché corrotto (come si disse probabilmente ad arte), ma semplicemente perché critico nei confronti della linea dettata da Robespierre.
Non sarebbe stata quindi la distanza dagli ideali illuministi o l’aderenza più o meno convinta ai principi fondanti della Rivoluzione a decidere la quantità e la qualità delle ghigliottinature, ma la semplice critica a un sistema di potere che si era – più o meno arbitrariamente – fatto carico di guidare, rappresentare e interpretare la Rivoluzione.

Questa, in estrema sintesi, la posizione di molti attuali studiosi della Terrore. Dopo tante interpretazioni più o meno ideologizzate, oggi le letture tendono infatti a ricondurre la svolta terroristica ai problemi concreti e alla vicende contingenti con cui si scontrarono le forze rivoluzionarie al tramonto della monarchia. Più che a guardare alle intenzioni espresse nei proclami rivoluzionari, si tende oggi a valutare le difficoltà reali che dovette incontrare la società francese della fine del Settecento nel passare da una struttura fortemente gerarchizzata e intrisa di privilegi, a un sistema fondato sui ben noti principi di uguaglianza, fraternità e libertà.
Se è vero che il tribunale rivoluzionario agì con notevole arbitrarietà e scarso rispetto dei diritti giuridici degli imputati, è altrettanto vero che il sistema giuridico appena tramontato dell’ancien régime era caratterizzato da un’arbitrarietà altrettanto elevata. Sono famose le lettres de cachet, lettere firmate dal re di Francia, controfirmate da uno dei suoi ministri e chiuse con il sigillo reale, che erano emesse allo scopo di prevenirne un’assemblea o per ottenere condanne senza processo e senza possibilità di difesa. Insomma la violenza era già profondamente parte integrante del sistema della macchina repressiva del governo francese di ancien régime: nonostante i tentativi dei rivoluzionari di riformare il codice penale, essi stessi erano parte di quella mentalità e di quel sistema, così come i contro-rivoluzionari.

Patrice Gueniffey, uno degli ultimi grandi studiosi del Terrore, ha notato che quando l’Assemblea Nazionale dibatté, già nel luglio 1789, se era il caso di dotarsi di poteri speciali per proteggere la rivoluzione la risposta fu negativa: quindi il dispotismo terroristico non era qualcosa di già “scritto” nel DNA dei rivoltosi; nonostante questo – egli sostiene – il Terrore fu effettivamente uno dei mezzi più efficaci attuati deliberatamente e coscientemente dai maggiori leader per raggiungere precisi obiettivi politici. In sostanza Gueniffey boccia le letture ideologiche di destra e di sinistra così come le spiegazioni tese a vedere nel Terrore una semplice catena di reazioni determinata dalle circostanze e cerca di ricondurre quella fase alla complessità di cui è intriso ogni fenomeno storico.

Ma siamo pronti ad accettare e comprendere questa complessità, rinunciando a usare il passato per giustificare o condannare il presente?
Sembra proprio di no perché sia la Rivoluzione sia il nostro Robespierre hanno continuato nel tempo e continuano ancora oggi a generare conflitti.

Nel dicembre del 2013 Philippe Froesch direttore del laboratorio di ricostruzione facciale in 3D Visualforensic ha reso pubblica la restituzione tridimensionale del viso di Maximilen de Robespierre. Si vede un volto tondeggiante, occhi di ghiaccio e la pelle butterata dal vaiolo. Per lo stesso ricostruttore si tratta “un viso inquietante, che indubbiamente incuteva timore”. Un viso che contrasta in maniera evidente con l’iconografia restituita dalle in verità poche statue che lo rappresentano sul territorio francese, spesso in posa altera, volto raffinato, parrucca ordinata. Ma, risponde l’autore della ricostruzione, gli artisti dell’epoca si curavano ben poco del realismo del soggetto, mentre il loro interesse era valorizzare il modello; sappiamo invece che Robespierre, anche se fu ghigliottinato a soli 36 anni, era malato di vaiolo e sarcoidosi, patologie entrambe estremamente deturpanti.

Alla pubblicazione del presunto viso di Robespierre buona parte della sinistra francese è insorta.
Jean-Luc Mélenchon, fondatore del Partito della Sinistra, di orientamento neo-giacobino ed ecologista, ha denunciato l’operazione come una vera e propria manipolazione politica, in cui è stato usato il vecchio trucco di evidenziare la bruttezza del viso come rivelatrice della bruttezza dell’anima. Contemporaneamente il segretario nazionale del medesimo partito ha parlato di una vera e propria calunnia orchestrata da ciarlatani.
Anche gli storici a dire il vero si sono espressi quasi tutti a critica della ricostruzione, considerata inattendibile perché basata su un calco fatto poco dopo la morte dell’Incorruttibile dalla celebre madame Tussaud, che in molti giudicano improbabile.
Dopo la caduta della ghigliottina, infatti, corpo e testa furono gettati in un pozzo assieme alla calce viva. Inoltre, la notte prima della sua morte, il 28 luglio 1794, Robespierre venne gravemente ferito alla mandibola, probabilmente da un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata, mentre il volto della maschera mortuaria appare in ottimo stato.
Qualsiasi sia stato il vero aspetto di Robespierre, quello che qui interessa rilevare è quanto ancora sia elevata la capacità di questa figura di infiammare gli animi.
La Rivoluzione continua ad essere un punto di riferimento culturale e identitario, non solo per la Francia ma per numerosi movimenti politici sparsi per il globo e
finché ci sarà un processo di identificazione con gli ideali della rivoluzione anche l’Incorruttibile continuerà a essere un simbolo politico estremamente attuale.

Anche questa puntata di Historycast è finita. E’ un po’ di tempo che restiamo in silenzio e ce ne dispiace. Troppo ecose da fare, troppi impegni e forze limitate ci hanno un po’ rallentato ma contiamo di riprendere a trasmettere con una certa frequenza. Quindi, se vi piaccciamo, continuate a scaricare il nostro podcast.

Bibliografia

 

  • PATRICE GUENIFFEY. La politique de la Terreur: Essai sur la violence revolutionnaire 1789-1794. Paris: Fayard. 2000. Pp. 376. 165fr.
  • Aurelio Musi, Le vie della modernità, pag. 424, Sansoni Editore, Milano 2000
  • A MONTANARI, Rivoluzione, razionalizzazione e terrore, Studi di Sociologia, 1990 , pp. 149-153
  • G. Sorel, Riflessioni sulla violenza. Laterza, Bari 1970, p.180
  • M. Mazzucchelli,Robespierre, Dall’Oglio, Milano 1954, pp