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34 – Celestino V: vile o martire?

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Molti di voi avranno riconosciuto queste strofe del III canto dell’Inferno in cui Dante dichiara il suo profondo disprezzo verso gli ignavi, coloro che in vita non hanno mai sposato una causa fino in fondo, che non hanno mai scelto da che parte stare e che quindi non meritano nemmeno accoglienza piena nei gironi infernali. Costretti nella sola anticamera a correre dietro una bandiera indistinguibile pungolati da insetti, gli ignavi non meritano neanche di essere nominati: sono stati un nulla nella storia dell’uomo e l’oblio è l’unica cosa che gli spetta.

Per questo motivo Dante non ci dice il nome di chi fece per viltade il gran rifiuto, ma lo aveva senza dubbio chiaro in mente e così i suoi contemporanei: Pietro da Morrone, alias Celestino V, colui che alla fine del XIII secolo rinunciò a fare il pontefice e cedette il passo a uno dei più discussi papi della storia della Chiesa, Benedetto Caetani, ossia Bonifacio VIII.

Con Celestino V e il suo dilemma Historycast torna a gettare lo sguardo un po’ sul medioevo e un po’ sulla nostra storia contemporanea, legando le dimissioni di papa Ratzinger e le affermazioni di papa Francesco I sulla povertà della Chiesa a un episodio accaduto più di sette secoli fa, a dimostrazione che la storia, per quanto possa sembrare lontana, è sempre storia presente.

Iniziamo fugando subito un dubbio: Dante si riferiva veramente a Pietro da Morrone? Sebbene alcuni lo abbiano negato, non avevano questi dubbi i primi commentatori della Commedia e sappiamo, dai versi di Jacopone da Todi, quante speranze la gente del periodo avesse riposto in quel papa asceta. Que farai, Pier da Morrone? chiedeva nel 1294 Jacopone da Todi all’uomo che era stato appena eletto servo dei servi di Dio. Sei giunto al momento della prova. Vedremo se sarai capace di attuare quello che hai contemplato nella cella dell’eremo. La tua fama è salita molto in alto ed è giunta in molti luoghi, ma se ti sporchi alla fine, per i buoni diventerai causa di confusione.

Jacopone, religioso e poeta a un tempo, temeva che in nuovo papa, puro di cuore, venisse corrotto dall’ambiente della curia romana e non riuscisse così a riformare la Chiesa. In realtà Pietro da Morrone non si sporcò: se ne andò prima, rinunciò dopo pochi mesi di pontificato al compito che gli era stato affidato e, facendolo, gettò di fatto una buona parte della cristianità nello sconforto. Molti fedeli, credendo che dietro la rinuncia ci fossero le pressioni di Bonifacio VIII, organizzarono imponenti processioni per indurre il monaco a tornare sui propri passi. Jacopone stesso, che certo non era un ignavo, si schierò apertamente e firmò il Manifesto di Lunghezza del 1297 in cui si dichiarava nulla l’abdicazione di Celestino V e illegittima l’elezione di Bonifacio. Un coraggio che pagò con cinque anni di carcere.

I contemporanei di Dante Alighieri e di Jacopone da Todi avevano quindi una chiara consapevolezza chi avesse fatto il gran rifiuto. Diverso ne era tuttavia il giudizio. Per Dante, strenuo difensore del libero arbitrio, non vi erano scusanti: rifiutare il compito che Dio stesso ci assegna significa condannarsi volontariamente all’infamia perpetua, tanto più greve quanto rilevanti sono le buone azioni che potevamo mettere in pratica; per quelli come Jacopone, invece, il papa rinunciatario era stato in realtà vittima delle macchinazioni malefiche di Bonifacio VIII ed era quindi un martire della cristianità. Portò questa visione alle estreme conseguenze chi, all’indomani della morte del papa angelico, iniziò a raccogliere le testimonianze sulla sua vita e sui miracoli da lui operati, al fine dichiarato di decretarne la santità. Vinse questa linea e oggi, Pietro da Morrone, il papa rinunciatario, viene celebrato nel calendario liturgico cattolico alla data del 19 maggio.

Fu quindi vile o martire? Può un’accurata ricostruzione della vita di Pietro da Morrone aiutarci a essere anche noi meno ignavi e quindi a scegliere da che parte stare? Si è no allo stesso tempo. Schierarsi è ovviamente sempre una scelta politica e quindi comporta un giudizio su fatti che possono essere interpretati in maniera radicalmente diversa a seconda di come li si guarda. Tuttavia guardare in maniera più approfondita alla storia del papato e alle vicende della curia romana può effettivamente aiutarci a valutare – non da fedeli ma da storici – se e come con Celestino V vi fossero le condizioni di rifondare una Chiesa povera, o se queste condizioni ci saranno mai, come auspicato da papa Bergoglio.

Il problema, come sempre accade quando si tratta di storia, è che non è facile. A partire dai documenti che, per Celestino V, appartengono in buona parte alla categoria più spinosa in assoluto: le fonti agiografiche, le vite del santo, costruite apposta per favorirne il processo di beatificazione.

Praticamente propaganda allo stato puro.

Il giorno dopo comprò due pani e due pesci e salì sul monte. E quando già era vicino all’eremo ecco che gli si fecero incontro due bellissime donne, che ingaggiarono una dura lotta con lui, mettendogli le mani addotto e dicendo: “non andare: l’eremita non c’è, vieni con noi!” Con grande fatica riuscì a liberarsi dal loro abbraccio. Poi, giunto sul luogo, trovò la porta aperta, e il fuoco acceso e dell’acqua .. e non c’era nessuno … Subito lo Spirito del Signore fu con lui ed egli cominciò a pensare, dicendo tra sé e sé: “Resta e prova, vedrai che cosa Dio farà per te”. Così restò con molta incertezza e timore.

Il brano che avete appena ascoltato è tratto dalla cosiddetta Autobiografia, un racconto della prima parte della vita di Pietro scritta probabilmente da un monaco suo contemporaneo. Vi si riconoscono, come in tutti i testi agiografici, artifici simbolici e semplici verità: appartengono al dominio del simbolico l’acquisto dei due pani e due pesci, palese allusione al miracolo evangelico, e l’incontro con le due donne tentatrici, episodio ricorrente nella vita dei santi eremiti, che era soggetta a feroci privazioni volontarie e quindi popolata da tentazioni altrettanto insidiose. In particolare fu assai ardua da sopportare per il giovane Pietro da Morrone la mancanza di rapporti sessuali, cui reagì con un’autodisciplina rigidissima, che prevedeva l’autopunizione in caso di polluzioni notturne – frequenti quanto disdicevoli – e vietava ogni contatto o vicinanza col genere femminile, anche se si trattava di pie donne a lui devote. Appartiene alla sfera del vero la scelta eremitica, la ricerca dell’isolamento nell’unico deserto che il territorio italiano offra, ossia la montagna aspra e inospitale.

Quello che stupisce non é l’estrema durezza delle condizioni di vita, abbracciate da Pietro con una determinazione che affascinò buona parte dei suoi contemporanei, ma è il fatto che si trattava di una decisione completamente old style, del tutto fuori tempo rispetto all’epoca.

La scelta eremitica, le privazioni, la mortificazione della carne, la distanza dal mondo appartengono infatti alle primissime esperienze di tipo monastico, nate nel Vicino Oriente nel corso IV secolo e poi divenute popolari in Europa negli anni intorno al Mille. Ma nel XIII secolo, all’epoca di Pietro da Morrone, la sensibilità religiosa era radicalmente cambiata. Non è un caso che si indicano come veri riformatori della pratica religiosa dell’epoca due personaggi che fecero una scelta completamente differente da quella del nostro: Domenico di Guzmán che mandò i suoi frati Predicatori a resistere alle tentazioni del libero pensiero e dell’eresia nelle università del Midi; e Francesco d’Assisi che scelse la povertà insieme alla predicazione, alla partecipazione e all’assistenza, che rivalutò il ruolo della donna nella fede e decise di mescolarsi pienamente col mondo.

Al contrario Pietro cercò prima di integrarsi in un monastero benedettino, ossia in un ordine che all’epoca dimostrava tutti i suoi 700 anni d’età, poi di isolarsi completamente dall’umanità. Ogni volta che il suo eremo diventava meta di pellegrinaggio e di devozione ecco che Pietro lo abbandonava per un luogo ancora più isolato, ancora più estremo, ancora più distante. Pietro non voleva aiutare il mondo se non con la sua preghiera, ma proprio questa sua ostinazione vecchia maniera, così diversa da quanto accadeva nella realtà del tempo, gli meritò l’attenzione del mondo e quindi il viaggio di ritorno dall’eremo alla culla della corruzione. Il papa, che tutti volevano riformatore, aveva quindi della religiosità una visione estremamente antiquata, unita però a una fede e a una determinazione ferree: da qui probabilmente buona parte delle ragioni del suo fallimento.

Per questo lasciò la sua cella e scese nel monastero di Santo Spirito, che egli aveva fatto riedificare e … sia avviò alla volta di Roma per prendere possesso della sede, della corona e del mantello apostolici. Non fece predisporre in questa partenza bei cavalli e potenti palafreni ma facendo proprio l’insegnamento di Gesù procurò che gli sellassero un asino… vi montò in sella e, accompagnato da una grandissima folla, venne sino alla città dell’Aquila.

Ormai allenati a riconoscere le allusioni evangeliche nei passi agiografici, vi sarete già accorti che l’entrata di Pietro da Morrone, ora Celestino V, all’Aquila riecheggia l’arrivo di Gesù Cristo a Gerusalemme nella domenica delle Palme, a dorso di un asino e circondato da ali di folla festante. L’agiografo che ce lo racconta aveva due ragioni per narrare in questo modo l’abbandono dell’eremo da parte del nuovo papa: da un lato rassicurava il lettore che la nomina di Pietro a pontefice era stata determinata dalla volontà divina e dall’altro prefigurava già fine, dato che in un certo senso il Padre onnisciente aveva previsto il martirio prossimo, così come era accaduto al Salvatore.

Non sappiamo se per il viaggio Pietro decise veramente di cavalcare un ciuco, se lo fece per necessità o ancora per marcare deliberatamente la distanza da una Chiesa opulenta e corrotta. Non sappiamo quante persone lo acclamarono al suo arrivo, ma è possibile che fossero davvero in molti. La sua elezione venne infatti percepita dai contemporanei come l’accensione di una speranza, quella di una vittoria della chiesa spirituale, guidata da un pastore angelico, sulla ecclesia carnalis, della curia romana, dei cardinali corrotti e delle lotte per il potere. Quel che sappiamo è che dobbiamo guardare con il maggior distacco possibile alle circostanze della sua elezione, lasciando sullo sfondo le aspirazioni della folla e mettendo decisamente da parte l’azione dello Spirito Santo, ma considerando i vari protagonisti politici dell’epoca, entro e fuori la curia papale.

Quando, nel 1294, i cardinali elettori, riuniti a Perugia, scelsero come pontefice Pietro da Morrone il conclave era in completo stallo, aperto da oltre 2 anni e passato attraverso pestilenze, decessi improvvisi, nomine inattese e cambi di sede. Al suo interno lottavano sostanzialmente due grandi partiti: quello filo-angioino, ossia favorevole alla dinastia francese che si era insediata dopo il 1266 nel Meridione d’Italia e quello dell’aristocrazia romana, a sua volta divisa internamente in più fazioni.

La scelta operata alla metà del Duecento dal Papato di chiedere aiuto agli Angiò per togliere di mezzo il regno normanno-svevo e quindi indebolire il fronte ghibellino, aveva infatti avuto come conseguenza diretta un’influenza crescente degli stessi Angioini sull’elezione dei pontefici e sul governo di Roma. Inizialmente accolta come salvatrice, la dinastia francese perse consensi abbastanza rapidamente, sia per l’esoso fiscalismo attuato, sia per l’ingerenza nelle questioni romane. Così l’aristocrazia della città eterna cominciò ad approfittare di ogni momento di debolezza del regno per nominare papi autoctoni, che a loro volta nominavano cardinali elettori non francofili e non perdevano occasione per danneggiare gli Angioini a livello internazionale. Gli emissari del Regno, ovviamente, remavano in senso opposto, favorendo la scelta di personalità a loro vicine. Si erano insomma create le condizioni ideali per lo svolgimento di conclavi o lunghissimi oppure estremamente brevi, frutto di blitz politici: quasi tre anni durò il conclave di Viterbo dal 1268 al 1271, pochi giorni quello che portò all’elezione di Innocenzo V, un francese; sei mesi ci misero a eleggere il romano Gaetano Orsini, mentre un colpo di mano angioino portò all’elezione del francese Simon de Brion, Martino IV. Alla morte di Niccolò IV nella primavera del 1292 il Sacro Collegio era composto da rappresentanti dei domenicani, dei francesi e delle grandi famiglie romane: ma nessuna forza in campo era in grado di raccogliere i due terzi dei consensi necessari per eleggere il pontefice. Lo stallo durò fino alla primavera del 1294, quando prese in mano la faccenda Carlo II d’Angiò.

Costui non solo aveva la necessità di ricevere l’avvallo di un pontefice al suo accordo con gli Aragonesi, ma conosceva anche già Pietro da Morrone, tanto che aveva favorito l’ordine da lui fondato. Pietro era agli occhi di Carlo II il candidato ideale: dal prestigio indubbio, venerato già da molti, umile e anziano e quindi manovrabile, non legato agli ambienti romani, ma anzi vicino all’Aquila, città che si era di recente riavvicinata alla monarchia angioina dopo un ventennio di distacco. E’ onestamente difficile intravvedere qualcosa di spirituale nel viaggio che Carlo II e il figlio Carlo Martello, dopo aver convinto i cardinali elettori a Perugia, fecero all’eremo di Sant’Onofrio, dove si trovava Pietro da Morrone: non lo si vede nella rendita annua di dieci once d’oro che il re stabilì per il monastero di Santo Spirito di Morrone pochi giorni prima di incontrare il nostro eremita, o nel fatto che il re suggerisse a Pietro di farsi incoronare pontefice all’Aquila e non a Perugia, dove era il conclave; né nella protezione concessa a un’ampia serie di possedimenti dell’ordine dei Celestini, fondato dal nuovo pontefice, né nelle prime nomine cardinalizie di Celestino, chiaramente ispirate dal monarca; né ancora nella Bolla della Perdonanza in favore dell’Aquila del settembre 1294, emanata pochi giorni dopo il diploma angioino di protezione della città; e neppure infine nel fatto che il nuovo papa non si recò mai a Roma, ma seguì Carlo d’Angiò nei suoi spostamenti nel sud della penisola.

Quali fossero le reali intenzioni di Pietro da Morrone nell’accettare il manto apostolico è certo che il monaco eremita si trovò immediatamente dopo l’incoronazione al centro di interessi molto concreti, di strategie che gli erano in gran parte estranee e di lusinghe a cui non seppe sottrarsi. Tra queste lusinghe troviamo potente quella di tutelare e rafforzare il suo ordine religioso dei Celestini. Bisogna però dire in tutta onestà che Pietro, fondando quell’ordine, non sposò mai la scelta radicale della povertà che tentò Francesco per i suoi fraticelli, anzi, richiamandosi apertamente ai Benedettini il nostro eremita si legò a una scelta monastica che prevedeva, anzi esigeva, la proprietà terriera, come condizione necessaria per dare ai monaci la libertà di pregare, di restaurare chiese in rovina e creare quindi nuove succursali. Come già detto, in Celestino V non vi è nulla della nuova spiritualità francescana, ma molto della visione religiosa del passato, che accettava di buon grado doni da monarchi e nobili, pur mantenendo integra la propria fede.

Fu questa integrità, forse unita alla semplicità del suo animo, legata alle umili origini contadine, a scontrarsi con una realtà che di umile e semplice non aveva proprio nulla.

Le leggende successive inventano oscuri inganni orditi dal suo successore, Benedetto Caetani, per indurre Celestino V alla rinuncia. Ma le fonti smentiscono una simile ricostruzione: sia perché di fatto Pietro da Morrone rimase sempre decisamente sotto l’influenza angioina, sia perché il re tentò di tutto, persino un’enorme processione, per dissuaderlo dal gran rifiuto, sia ancora perché nulla al momento della rinuncia poteva rendere certo il Caetani di diventare il prossimo pontefice.

Sta di fatto, però che lo divenne e che, immediatamente dopo la sua elezione, Bonifacio VIII si trovò di fronte due incubi: il primo era l’ostilità francese, che alleò con chi considerava illegittima la sua elezione; il secondo era stesso ex-papa Celestino V. Con i primi, la storia ce lo dice, Bonifacio ingaggiò una lotta senza esclusione di colpi che lo vide, dopo il famoso schiaffo di Anagni, penosamente sconfitto. Da questo punto di vista, Benedetto Caetani fu l’ultimo papa romano che tentò di resistere alla ormai decennale ingerenza francese sulla curia pontificia e che determinò, con la sua sconfitta, il trasferimento della stessa sede papale ad Avignone.

Con Celestino invece gli andò meglio. Il nuovo papa organizzò una vera e propria persecuzione, a cui Pietro reagì nell’unico modo che poteva, con la fuga. Era una persecuzione che certo il vecchio eremita non comprendeva, ma che era in realtà inevitabile: in quale altro modo infatti un papa come Bonifacio, teocratico, curiale, perfettamente consapevole delle forze che si scontravano nella Chiesa dell’epoca, poteva reggere la vicinanza di un ex-pontefice, venerato ormai come santo e considerato dai più come ancora legittimo? Braccato, Pietro tentò prima la fuga nei boschi, poi via mare. Inutilmente. Sul suo capo pendeva una sorta di taglia, ossia il favore del nuovo pontefice: un’arma potentissima che lo condusse a finire i suoi giorni prigioniero nel castello di Fumone, in Ciociaria, in un eremo non liberamente scelto, ma duro e aspro come quelli della sua giovinezza, che subì per 10 mesi fino alla morte, nella primavera del 1296.

Vi è nella coscienza dell’uomo un’inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi.

Il Celestino V del rifiuto totale della carne, della religiosità ascetica e della rete di monasteri sparsi negli Appennini e infine della rinuncia a un ruolo spirituale che gli era stato procurato da un capo di stato non ci è vicino: possiamo anche ammirarlo per la tenacia e il fervore, ma non riusciamo a comprenderlo fino in fondo. Non ci fa battere il cuore. Appartiene infatti a un mondo altro, lontano, estraneo, distante anni luce dal nostro. Accade diversamente col Celestino descritto da Ignazio Silone nell’Avventura di un povero cristiano, a cui appartengono le poche righe appena recitate. Questo Pietro da Morrone, solo a tratti storico, un buona parte romanzato e soprattutto interpretato alla luce della contemporaneità ci è, al contrario, vicinissimo. Lo avvertiamo quasi un compagno di strada, che siamo fedeli convinti quanto atei militanti, cristiani disillusi o agnostici razionalisti. Ovviamente non è un caso, Ignazio Silone quando pubblicò il suo lavoro su Celestino V nel 1968 non solo aveva già maturato una certa distanza dal partito comunista italiano, ma aveva anche elaborato una lucida critica alla partitocrazia nel suo insieme, sia democristiana che comunista, che toglieva a suo dire linfa vitale alla democrazia. Contemporaneamente Silone aveva esteso le sue critiche anche alle gerarchie ecclesiastiche, viste anch’esse come apparati opprimenti, sovrastrutture che soffocavano il cristianesimo più autentico. In questo contesto Celestino è ricondotto all’essenza di un povero cristiano, un cristiano umile, di matrice contadina, di religiosità intesa e semplice, quindi simile – nell’idea di Silone – a quella del cristianesimo originario. In lui vive il sogno dell’utopia, in particolare di quella di poter «ravvicinare e unire » le due diverse vie di seguire Cristo, quella pratica, istituzionale, storica da una parte e quella escatologica e profetica dall’altra. La rinuncia di Pietro non viene interpretata da Silone come una sconfitta, ma come la conquista di una nuova consapevolezza: quella che esiste una religiosità profonda nell’uomo al di là della gerarchia e dell’istituzione, anzi spesso a suo completo dispetto; la convinzione che si può essere cristiani senza Chiesa, come socialisti senza partito. La chiesa e il suo sistema di dogmi hanno posto Pietro da Morrone davanti a una scelta e questa scelta fu – per Silone – fatta secondo coscienza, guardando al nocciolo duro della fede; così deve fare oggi un cristiano: guardare al cuore del messaggio morale, rifiutare la sovrastruttura, recitare il proprio Pater Noster senza altra guida che la propria coscienza.

Fu veramente questa la scelta di Celestino? Ovviamente non lo sapremo mai, ma è questa lettura, più che quella storica che ci appassiona, perché la vediamo ripetersi giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, nei passati contrasti tra il compianto don Gallo e il vescovo di Genova, nella differenza tra la fatica dei missionari e le trame dello IOR, nella speranza che oggi milioni di fedeli pongono nell’istanza apparentemente riformatrice di papa Francesco I.

Ma è veramente in questi termini il dilemma? Esiste una religiosità profonda e originaria che l’istituzione fatalmente tende a soffocare? e se è così se sempre slancio verso l’utopia e pratica di potere sono destinati a scontrarsi, che senso ha mantenerci legati ad un’idea astratta quando sappiamo per certo che una volta concretizzatasi l’utopia si dissolve, frantumata dai meccanismi conservativi della gerarchia?

Sono domande di confine tra storia e filosofia e credo ognuno abbia la sua risposta. Come storica devo confessarvi che non riesco ad accettare l’idea di un cristianesimo originario e puro, corrotto dalle istituzioni ecclesiastiche. Al di là del fatto che è pressoché impossibile ricostruire i contorni e i comportamenti delle prime comunità cristiane, che erano assai diverse, sparse e influenzate da correnti di pensiero di varia origine. Al di là di questo, dicevo, qualsiasi religione, se è religione, è di per sé un fenomeno collettivo e in quanto tale ha bisogno di organizzarsi, creare strutture e gerarchie. Non sono queste che soffocano l’afflato originario, è quest’ultimo che morirebbe senza un organismo direttivo: allo stesso modo la gerarchia ecclesiastica è destinata a scomparire quando diventa autoreferenziale e sorda ai richiami delle coscienze. Nell’eterna lotta tra utopia della fratellanza cristiana universale o del socialismo puro e le strutture di potere che tendono naturalmente a soffocare ogni libertà di coscienza, esiste la continua modifica delle istituzioni che le comunità e i gruppi portano avanti, spinti da ideali e da interessi ad un tempo, in una dialettica continua che è complessa come la trama della storia.

E adesso prima di dare la parola a Rosita Bellometti che ci parlerà del conlcave del 1521 due importanti annunci

Il primo è che Historycast ha superato la quota del milione di download, un grandissimo risultato che deve essere festeggiato.

In che modo? Ecco la seconda notizia. Historycast si apre al mondo. Non solo il sito è diventato un blog, collegato con facebook e twitter ma tutto il progetto intende avvalersi della collaborazione dei suoi ascoltatori. Quindi ascoltate Historycast e siete laureandi o laureati in Storia, Archeologia, Scienze Politiche o altra materia umanistic? Siete storici appassionati anche se non accademici? Volete far sentire la vostra voce? Potete scrivere testi o registrare messaggi audio per Historycast: saranno pubblicati nel nuovo sito. Poche le regole per farlo:

date sempre un taglio critico a quanto scrivete
non sposate ciecamente posizioni ideologiche precostituite
accettate con serenità il mio insindacabile giudizio su eventuali correzioni o anche rifiuti a quanto avete scritto o registrato.
Vanno bene brevi testi e brevi audio, o anche brevi video se ve la sentite, che parlano di storia, in particolare del legame tra passato e presente: intitolazioni di vie e piazze a personaggi del passato, inaugurazione di monumenti, uscita di articoli o libri di storia sono gli argomenti privilegiati.

Quindi forza, fate come Rosita e contribuite a far circolare la conoscenza storica tra gli Italiani: vi aspetto

Ed ora il conclave del 1521

Bibliografia

  • Coming Soon

Musiche impiegate

  • Marco Frisina, Laudar Vollio per amore
  • Marcus Rasselli, Medieval Song
  • Alban Lepsy, Medieval Song