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33 – Alan Turing: a beautiful mind

«Può una macchina pensare?» «Tutto dipende da cosa si debba includere nel concetto di pensiero» «Ma le domande devono essere tutte delle somme, oppure potrei anche chiedere alla macchina cosa ha mangiato a colazione?» «Ma certo, qualunque cosa – rispose Alan – e non solo questo. Le domande non devono necessariamente essere delle vere domande [..]. Una frase come: “io le contesto che lei sta fingendo di essere un uomo” sarebbe perfettamente appropriata».

Chissà se c’era dell’autoironia in questa risposta che Alan Turing, uno dei padri dell’Informatica, diede in un dibattito radiofonico trasmesso dalla BBC il 14 gennaio 1952 e replicato il 23 gennaio. Probabilmente sì, perché più fonti ci dicono che era persona più che dotata del celeberrimo humor britannico. La sua voce risuonò tuttavia nell’etere proprio nel giorno che segnò un tragico punto di svolta nella sua esistenza, quando scoprì che la sua casa a Manchester era stata visitata dai ladri. Indicando il suo compagno come principale sospettato alle autorità competenti, egli mise infatti in moto un meccanismo che alla fine lo stritolò, proprio perché, come tra la gente non vi era concordia su cosa si dovesse includere nel concetto di pensiero, ancor meno ve ne era riguardo al concetto di uomo e in particolare di maschio.

Con questa puntata Historycast intende non tanto rendere omaggio ad Alan Turing, ormai universalmente riconosciuto come uno dei più grandi matematici del XX secolo, né alzare un vessillo in difesa dei diritti civili per gli omosessuali, che, a livello personale, sosteniamo con convinzione. Vorremmo invece approfittare della storia di Alan Turing per ragionare attorno ad alcune domande che una vicenda come la sua, svoltasi in un periodo di enormi cambiamenti sociali e scientifici, fa sorgere. Come ad esempio la relazione tra guerra e progresso delle scienze, tra potere politico e controllo sui comportamenti, e ancora tra percezione pubblica e percezione di sé; per non parlare dell’attualità che ha ancora oggi il rapporto tra noi e il computer, inteso come macchina in grado di dare risposte coerenti e sensate alle nostre domande.
L’ora del massimo sforzo si avvicina. Noi marciamo al fianco di valorosi soldati, che contano su di noi così come noi contiamo su di loro[..]. L’unica via del ritorno a casa passa per tutti noi per l’arco della vittoria. [..] E ora devo avvertivi che, al fine di confondere e trarre in inganno il nemico vi saranno molti falsi allarmi, molte finte, molte prove generali. Ma potremmo essere anche oggetto di nuove forme di attacco nemico. L’Inghiterra potrà sopportarle: non ha mai tremato né mai si è arresa. E quando verrà dato il segnale, tutto il consorzio delle nazioni vendicatrici si scaglierà sul nemico e distruggerà la vita stessa della più crudele tirannide che abbia mai tentato di frenare il progresso dell’umanità.
Era il 26 marzo 1944 quando Winston Churcill chiudeva in questo modo, alla radio, uno dei suoi più famosi discorsi in tempo di guerra. Il segnale della riscossa venne effettivamente dato circa due mesi dopo, con l’autorizzazione allo sbarco delle truppe alleate in Normandia, ma non è per questo motivo che abbiamo ascoltato le sue parole. La ragione risede invece nel fatto che Alan Turing le riascoltò e le ritrasmise decine e decine di volte nel laboratorio allestito dai Servizi Segreti inglesi ad Hanslope Park, a metà strada tra Londra e Birmingham. Gli serviva per dimostrare ai suoi datori di lavoro il funzionamento di Delilah, una macchina per crittografare i messaggi vocali. Attraverso di essa il discorso di Churchill si trasformava in un rumore bianco, una specie di sibilo uniforme e privo di contenuto che poi ridiventava intelleggibile dopo un processo di decodifica.
Delilah non venne mai usata a scopi bellici, ma non era che l’ultima di una serie di realizzazioni e soluzioni che Alan Turing aveva approntato per i servizi segreti inglesi fin dal 1938, da quando cioè era entrato a far parte della scuola governativa per i codici e le cifre. Il suo impegno per la patria si fece più intenso nel 1940, a Bletchley Park, dove molti accademici furono messi a lavorare per decifrare il codice che usavano i tedeschi nelle loro comunicazioni. Allo scoppio della guerra l’Inghilterra si trovava infatti in situazione di estrema inferiorità rispetto alla Germania nel campo delle comunicazioni cifrate, perché la macchina ENIGMA produceva una enorme varietà di codici, che i nazisti ritenevano violabili solo col lavoro congiunto di centinaia di persone dipanato su diversi anni. Nella residenza attrezzata di Bletchley Park Alan Turing e i suoi collaboratori ci misero invece solo alcuni mesi a sciogliere il mistero e vi riuscirono non solo grazie alle sue indubbie conoscenze di logica e di matematica, ma anche grazie alla sua capacità di pensare in maniera creativa. Non per nulla era chiamato informalmente “The Prof.”, la persona a cui ognuno andava. quando si trovava di fronte a un problema particolaremente rognoso.
Il suo contributo all’andamento del secondo conflitto mondiale fu dunque più che concreto. Anzi, in un certo senso possiamo dire che la parentesi bellica fu per Turing tutt’altro che una parentesi, quanto invece l’occasione per poter lavorare in un contesto intelletualmente stimolante, capace di far germogliare il meglio dalle menti alacri degli scienziati coinvolti. Di questo fatto il prof. era assolutamente consapevole. Nel pieno infuriare del conflitto, in uno scambio di idee con l’amico Fred Clayton, venne fuori la questione di come fosse possibile che molti scienziati continuassero a lavorare per la Germania. Secondo Turing il dilemma era solo apparente, perché quando si fa ricerca è molto facile trovarsi talmente assorbiti dal proprio lavoro da vivere come in un sogno, inconsapevoli di ciò che ci circonda. Secondo Alan probabilmente gli scienziati tedeschi si trovavano proprio in quella condizione, senza alcuna reale coscienza di ciò che la guerra realmente causava nel mondo. Oggi ci lascia un po’ stupiti quella risposta, certamente indotta dalla storia personale dello stesso Turing. Parzialmente accettabile, se si pensa, ad esempio, ai nostri “ragazzi di Via Paninsperna”, il formidabile gruppo di fisici che fece fare un deciso balzo in avanti alla fisica nucleare italiana sotto il regime fascista. Un po’ meno convincente se pensiamo invece ai medesimi scienziati dopo la promulgazione delle leggi razziali e lo scoppio della guerra: dispersi, alcuni confluirono nel Progetto Manhattan e alla bomba atomica, altri scomparirono misteriosamente, altri ancora si recarono a lavorare in Unione Sovietica. Insomma scelsero consapevolmente da che parte stare in un contesto che non consentiva più di perseguire alcun sogno.
Lungi da soffocare e spegnere le menti più brillanti, i conflitti mondiali e i regimi dittatoriali come i governi democratici del primo Novecento crearono, in alcuni campi della ricerca, il contesto più fertile per la ricerca. Ambienti talmente favorevoli da far talvolta dimenticare agli studiosi per chi e per cosa stavano veramente lavorando, almeno finché l’avanzare degli eventi non li poneva davanti a scelte drastiche. Alan Turing ebbe probabilmente il grande privilegio di poter non scegliere, nel senso che si trovò – più per cittadinanza che per convinzione – a lavorare per la parte vincente, a immergersi nel sogno senza curarsi eccessivamente del contesto. I successi della lavoro sulla criptoanalisi furono non solo per lui esaltanti intellettualmente, ma essenziali per la conoscenza dei piani del comando tedesco, il che evitò grandi perdite alla flotta alleata ed ne inflisse a quella tedesca.
Fu tuttavia una fortuna a corto raggio. Dato che l’attività per i servizi era coperta dal segreto militare i suoi meriti furono riconosciuti dall’Inghilterra solo molto tardivamente e il fatto di avere servito la patria, non lo salvò dall’ignominia di essere indicato come un vero e proprio un corpo infetto per la salute della nazione.

Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945, in un’Europa unita, democratica e in pace, è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia [..] – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo. […] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio.

Avrebbe veramente meritato qualcosa di meglio Alan Turing di queste scuse tardive e impacciate, che il primo ministro inglese Gordon Brown ha scritto nel settembre 2009, in seguito a una petizione sottoscritta da migliaia di cittadini britannici.
Tardive, perché arrivate a oltre cinquanta anni di distanza dal 1952, quando, in seguito alle indagini sul furto avvenuto in casa, il professore dichiarò la sua omosessualità agli inquirenti e venne di conseguenza condannato per atti indecenti a scegliere tra la prigione e la castrazione chimica; ossia un ciclo di iniezioni di estrogeni. Turing scelse la seconda strada.
Al di là della costante omofobica che si riscontra i quasi tutti i sistemi legislativi europei tra Otto e Novecento, e quindi anche in quello britannico, questa vicenda personale fa sorgere diverse questioni non banali sui comportamenti sociali dell’epoca.
Alan divenne consapevole di essere attratto dal proprio sesso fin da giovane, da quando a Sherborne, alle superiori, si innamorò del compagno di scuola Christopher Morcom. La morte prematura dell’amico, dovuta a latte infetto, ebbe un’influenza durevole sulla sua vita, specialmente nei confronti della pratica religiosa che pervadeva il sistema educativo inglese. Il suo ateismo, unito a un palese rifiuto del sistema scolastico fondato sulle materie umanistiche, rese Alan uno studente molto scomodo almeno fino all’approdo al King’s College di Cambridge, nel 1931.
Qui la musica cambiò radicalmente. Il King’s College, infatti, era in un certo senso fatto apposta per ricevere una mente come quella di Alan.
Nonostante il primo conflitto mondiale avesse dato un colpo quasi mortale alla Bell’Epoque, all’inizio del Novecento nelle università inglesi si respirava ancora in buona parte il clima di libertà e di anticonformismo che era stato tipico dell’Europa di fine secolo.
Oggi scrittori e storici hanno gioco facile a dire che la società della Bell’Epoque fu una sorta di gioiosa comunità folle, capace di ballare inconsapevolmente su un campo minato. Lo possiamo dire adesso, consapevoli degli orrori del Novecento e di quali contraddizioni covassero sotto la cenere nei salotti bene, nelle università e negli atelier degli artisti al passaggio tra i due secoli. Ma per chi visse in quel periodo fu probabilmente assai facile lasciarsi illudere dalle promesse delle idee liberali e affascinare dalla prospettiva di uno sviluppo scientifico senza precedenti. Nelle università inglesi questo clima si traduceva nel fiorire di circoli di intelletuali, nel sorgere di discussioni e pubblici e in un fermento culturale vivace che non era stato interrotto dalla guerra del 14-18 e che guardava con disprezzo alle convenzioni sociali vittoriane.
In particolare intorno al King’s College si era venuto a creare nei primi decenni del ‘900 un circolo di intellettuali poi chiamato Bloomsbury group, di cui facevano parte personaggi del calibro di Virginia Wolfe, Bertrand Russel, Edward Forster, John Keynes. I loro scritti, come i loro comportamenti, erano spesso in dichiarata opposizione alla comune morale vittoriana e questo non poteva non apparire ad Alan come una vera e propria ventata di ossigeno, dopo aver mal sopportato l’ambiente claustrofobico della scuola pubblica. Ma non era solo una questione morale. I pensatori del Bloomsbury group valorizzavano i ragionamenti che puntavano direttamente all’essenza, un’impostazione che si sposava perfettamente con la dote che più di ogni altra contraddistingueva il genio di Turing, ossia la capacità di guardare dritto e chiaramente a un problema e di ridurlo in elementi semplici, per poi trovare una soluzione.
Il King’s College abbracciò Turing e Alan ricambiò quest’amore in maniera incondizionata; e in quell’ambiente forse crebbe in lui l’idea che in qualche misura fosse possibile vivere onestamente anche la sua omosessualità.
Pur non facendo mai outing, anzi rimanendo sempre estremamente riservato riguardo alla sua vita privata con la famiglia, Alan rendeva tuttavia palese la sua condizione agli amici e ai collaboratori, e fu onesto persino con la fidanzata, Joan Clarke, che Alan conobbe quando lavorava per il governo. Joan, anche lei una valente matematica, come molte inglesi dell’epoca guardava al matrimonio come a un dovere sociale. Accettò quindi serenamente il fidanzamento, che invece fu poi Alan a rompere, per non veder fallire un rapporto di sincera e serena amicizia.
L’essere circondato da amici mentalmente aperti e anticonformisti, i suoi trascorsi al servizio del governo: furono forse questi gli imput che resero Turing troppo incauto nei confronti della condanna sociale e politica dell’omosessualità.
Su quest’ultimo aspetto gli studiosi non concordano del tutto. Secondo Andrew Hodges, uno dei maggiori biografi di Alan Turing, nel dopoguerra inglese la mentalità stava cambiando velocemente. Anche se la legge in vigore era sempre quella del 1885, studi e pubblicazioni provenienti soprattutto dagli Stati Uniti avevano aperto un dibattito pubblico anche in Inghilte rra su cosa fosse l’omosessualità, se malattia, semplice disagio o grave crimine. Mentre Alan Turing poteva percepire il dibattito come il segno di un’apertura in atto, il potere – sostiene Hodges – non fu altrettanto pronto ad aprire le sbarre della gabbia legistativa e continuò ad agire come se la mancanza di comportamenti virili dei suoi membri fosse una sorta di cancro che indeboliva l’ormai vacillante l’impero inglese. Timothy Chappell, professore di filosofia alla Open University, la pensa diversamente. Quello che era consentito o tacitamente accettato prima e durante la guerra, non lo fu più dopo il secondo conflitto mondiale. Dal punto di vista della morale pubblica la società degli anni ’50 tornò sostanzialmente indietro dal permissivimo precedente, per essere bloccata nel cortocircuito della guerra fredda e dal diffondersi della visione americana maccartista, che stigmatizzava tutti i comportamenti come patriottici o antipatriottici. Omosessuali, socialisti e ovviamente comunisti appartenevano a questa seconda categoria ed erano quindi etichettati automaticamente come traditori.
Alan Turing aveva nella sua mente informazioni cruciali su come gli Alleati avevano vinto la guerra, informazioni classificate che potevano risutare rilvanti nella nuova e molto più sotteranea guerra contro il blocco dell’Est. L’MI6, il servizio segreto di Churcill, guidato da Stewart Graham Menzies, considerava estremamente pericoloso che queste informazioni potessero essere in mano a omosessuali persone deboli e ricattabili. Nel 1952 quando AT, con una sorta di ingenuità autodistruttiva, fu franco sulla natura della sua relazione col 19enne Arnold Murray, il comune senso del pudore e il clima di sospetto reciproco era radicalmente cambiato rispetto a quanto Alan aveva vissuto King’s College e a Bletchley Park e non per il meglio.
La realtà bussò quindi alla porta di Turing in maniera cruda. Tuttavia Alan non si alzò ad aprire immediatamente. La risposta arrivò infatti ben due anni dopo la sentenza, il 6 giugno 1954, quando la cura ormonale si era ormai conlcusa, la condanna era stata scontata e Alan poteva in teoria tornare a una vita normale. Poteva, ma non lo fece. Alcuni credono che il suo suicidio possa essere stato indotto dalle crisi nervose scatenate dgli ormoni; altri adombrano, senza ipotizzarlo apertamente, che nella sua scomparsa ci possa essere stata la lunga mano dei servizi segreti. Effettivamente se non fosse per il particolarissimo sistema che Alan usò per suicidarsi, ci sarebbe da dubitare dell’intenzionalità del suo gesto, che arrivava all’inizio di un possibile nuovo corso. Tuttavia la mela intrisa di cianuro, a imitazione del film disneyano di Biancaneve che lui adorava, era come la maschera antigas che Alan usava per proteggersi dall’allergia ai pollini quando percorreva in bicicletta i giardini di Bletchley Park: una soluzione insieme semplice, efficace ed estremamente originale. Una sorta di firma, che difficilmente i servizi segreti inglesi avrebbero potuto falsificare, la risposta a un dilemma esistenziale evidentemente irrisolvibile e non scomponibile in elementi semplici.

UNA MACCHINA di Turing è un modello di calcolo abbastanza simile agli odierni calcolatori. Essa possiede un’unità di elaborazione centrale (o CPU) e una memoria su cui poter leggere e scrivere. In particolare, la CPU è composta da un registro di stato, contenente lo stato attuale della macchina, e da un programma contenente le istruzioni che essa deve eseguire. La memoria di una macchina di Turing è composta da un nastro infinito, suddiviso in celle e al quale la CPU può accedere attraverso una testina di lettura/scrittura.

Questo brano non proviene dalla biografia di Turing, né da un libro di storia dell’informatica, ma da un manuale universitario di algoritmica pubblicato nel 2006 che ancora gli studenti usano per prepararsi all’esame. Parliamo infatti oggi di Alan Turing non perché aiutò a smontare i cifrari nazisti né perché era un omosessuale particolarmente intelligente e nemmeno per il modo curioso con cui scelse di suicidarsi, ma perché, come tutte le menti geniali che hanno punteggiato la storia dell’umanità, Turing ci ha lasciato un’eredità vitale, che persiste nei suoi effetti nonostante il passare del tempo.

Il lavoro di decriptazione aveva mostrato agli inglesi in generale, ed a Turing in particolare, che era necessario effettuare numeri enormi di calcoli, possibilmente automatizzandoli. In Inghilterra e negli Stati Uniti nello stesso momento – ma una ricerca parallela si stava conducendo anche in Germania – si incominciò quindi il lavoro per la costruzione dei calcolatori elettronici. Da questo punto di vista lo sforzo di Turing non fu però indirizzato al primo calcolatore elettronico inglese (il Colossus). Il prof. aveva infatti un’ambizione ancora più grande. Poter costruire non una macchina specializzata, ma un computer programmabile nel senso odierno. Aveva infatti già ideato una macchina universale, che potesse, se opportunamente istruita, rispondere ad ogni problema in termini di logica formale.
Per cercare di comprendere l’innovazione prendiamo una metafora che si usa spesso per chi, inesperto, comincia ad affacciarsi all’informatica. Una ricetta di cucina. Per insegnare la preparazione di un piatto, anche molto elaborato, devo infatti scomporre il problema in elementi semplici: gli ingredienti, il loro peso, la loro preparazione, i tempi e le modalità di cottura. Tutto questo poi devo tradurlo in una serie di istruzioni unitarie date cone una sequenza precisa: prendi un uovo, rompilo, metti il contenuto in un bicchiere, se è giasto gettalo, se non lo è mescolalo con un cucchiaio etc.
Oggi i computer funzionano proprio secondo questa logica: ricevono cioè molte istruzioni semplici, in sequenze di comandi in forma idoenea ad essere elaborate dalla CPU, l’unità di elaborazione centrale; ed è questo sistema formale, oggi spiegato in tutti i testi base di matematica e informatica, che Turing pensò per la “sua” macchina, una sorta di computer astratto in un epoca in cui i computer ancora non esistevano. Egli dimostrò che tale macchina universale era teoricamente in grado di svolgere i compiti di qualunque macchina calcolatrice presente o futura e dall’altro lato mostrò anche che tale macchina aveva i suoi limiti. In altre parole, se un certo problema può essere risolto da un computer opportunamente programmato, esso può certamente essere risolto anche da una macchina di Turing, e nessuna macchina potrà mai risolvere problemi che una macchina di Turing non possa risolvere in linea di principio.

Gli effetti pratici di questa geniale intuizione non furono immediati. Mentre gli Stati Uniti si buttarono a capofitto nel progetto di costruzione dei calcolatori, l’Inghilterra preferì finanziare progetti meno ambiziosi e buttò cosi al vento la possibilità di mantenere il suo vantaggio tecnologico. L’impatto del pensiero di Turing arrivò in realtà tardi rispetto a quanto il suo lavoro avrebbe meritato, un po’ a causa delle scelte strategiche del governo inglese e un po’ anche perché il suo genio non amava i limiti che separavano tradizionalmente le discipline. Leggendo in dettaglio la sua biografia e la produzione scientifica si percepisce chiaramente che Alan Turing era una persona spinta da una insaziabile cruriosità che non riconosceva limiti imposti e che lo spingeva ad approfondire argomenti di fisiologia, matematica, biologia, criptografia, criptoanalisi, informatica, chimica, filosofia. Così molti dei suoi lavori non furono capiti nell’immediato, ma riscoperti solo in seguito quando il progresso degli studi riuscì a raggiungere, arrancando, i confini già idealmente oltrepassati da Turing.
Lavorare sulla matematica significava lavorare sulla logica e questo a sua volta voleva dire andare a braccetto con la filosofia e la linguistica. Alan Turing si tuffò sempre con un entusiasmo nei dibattiti sulla natura del pensiero che sorsero tra suoi colleghi del King’s College e anche nell’opinione pubblica nel dopoguerra.
Il mondo era reduce da un conflitto disastroso che oltretutto si era chiuso grazie alla fabbricazione della bomba atomica. Gli sforzi americani e inglesi per i calcolatori cominciavano ad essere visti con paura e sospetto. La macchina universale di Turing sembrava poter rispondere ad ogni problema e per i non specialisti questo sembrava tradursi nella creazione di un mostro meccanico e incontrollabile.

***Audio: dialogo con Siri ***

Abbiamo sentito un dialogo, in realtà un po’ demenziale, fatto col mio iphone. Le risposte sono state intelligenti? Direi di sì. Ho quindi in mano un telefono intelligente? Posso dire tranquillamente che si tratta di un oggetto capace di rispondere intelligentemente ad alcune mie richieste. E’ una macchina pensante?
Per scoprirlo mi basta fare il test di Turing, elaborato proprio dal nostro nel 1950, a seguito di un grande simposio sulla Mente e la macchina computazionale. Mi basta cioè chiudere l’iphone e mio marito nella stanza accanto, fare una serie di domande a entrambi e poi decidere dalle risposte che ricevo se a darle è l’umano o la macchina. Attualmente nessuno di noi avrebbe dubbi sull’esito di questo test, il che significa che l’iphone non è ancora una macchina pensante.
All’epoca di Turing e anche ora una parte dell’umanità guardava con timore al momento in cui un circuito sarebbe riuscito a superare il test. All’epoca di Turing e anche ora c’era chi credeva invece che la paura del diverso, sia esso macchina o omosessuale, potesse solo essere superata tramite conoscenza e ragione, e che ogni superamento dovesse essere visto come una conquista dell’uomo verso una più completa accettazione di cosa sia il pensiero e di cosa sia un uomo.

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Bibliografia

  • Andrew Hodges, Storia di un enigma: vita di Alan Turing (1912-1954), Bollati Boringhieri, 1991
  • Peter Millican, Andy Clark, The legacy of Alan Turing, Clarendon Press, 1996
  • Pierluigi Crescenzi, Giorgio Gambosi, Roberto Grossi, Strutture di Dati e Algoritmi, Addison-Wesley Pearson, 2006
  • David Leavitt, The Man who knew too much, American Scientist, Vol. 94, No. 4 (July-August 2006), pp. 366-368

Musiche impiegate

  • Regis V. Gronoff, Rhapsodie_Chromatique (archive.org)
  • Billie Holiday, Strange Fruit (archive.org)
  • Billie Holiday, God Bless the Child (archive.org)
  • Domingo Zaiter, Twilight Time (archive.org)
  • Educating Archie BBC 30-10-1950
  • Churchill Speech BBC 26-4-1944
  • Morning Spy, Daughters of History