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30 – Simon Bòlivar: eroico “Libertador” o visionario patriota?

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Juro delante de usted; juro por el Dios de mis padres; juro por ellos; juro por mi honor, y juro por la patria, que no daré descanso a mi brazo ni reposo a mi alma, hasta que haya roto las cadenas que nos oprimen por voluntad del poder español.

Giuro davanti a voi, giuro per Dio dei miei genitori, giuro per loro, lo giuro sul mio onore e giuro per il paese, che non darò riposo al mio braccio o quiete alla mia anima finché non avrò spezzato le catene che ci opprimono per la volontà del potere spagnolo.

Aveva appena 22 anni il Simon Bólivar che, all’inizio dell’Ottocento, come un vero eroe romantico, avrebbe pronunciato questo giuramento appassionato dalla sommità di Monte Sacro a Roma. Così lo tratteggiano molti studi del secolo scorso, molti siti internet odierni e soprattuto così lo dipinge il pittore venezuelano Tito Salas all’inizio del Novecento: in piedi, capelli al vento, petto in fuori, braccio destro che indica un orizzonte d’alba per una patria distante migliaia di chilometri, ma vicina al suo cuore, perché oppressa da un dominio straniero e ostile. Il Bólivar del giuramento di Roma – che comunque è storicamente in dubbio perché il testo è stato trascritto 53 anni dopo la sua morte – è l’uomo che fa sé stesso, che percepisce chiaramente la sua missione storica, che si impone col suo carisma inspirando i suoi seguaci.

Devo confessarvi che gli eroi che meditano sulle miserie dell’umanità dall’alto di cime ventose prima di scendere in campo e guidare il popolo, mi hanno sempre lasciato un po’ perplessa, ma certo non sarebbe effettivamente bastata l’iconografia encomiastica ufficiale dell’indipendenza sudamericana a farmi spingere lo sguardo dietro la tela. In questa puntata, Historycast va a guardare da vicino la figura del Libertador, perché Simon Bólivar – in misura decisamente maggiore del nostro Garibaldi – ha continuato ad infiammare nel tempo gli animi di diverse persone, Venezuelani, Sudamericani ed Europei per tutto il XIX e XX secolo fino ai nostri giorni. Nonostante la distanza geografica e cronologica, infatti, il suo nome suscita in molti di noi, echi di una passione musicale e politica relativamente recente, che ha, non a caso, animato anche la mia adolescenza.

*** prime tre strofe di Simon Bólivar, Inti Illimano ***

Tra gli ultra-quarantenni saranno in molti, credo, ad aver riconosciuto questa canzone composta e interpretata dagli Inti Illimani, che ringrazio di cuore per avermi dato il permesso di trasmetterla insieme ad un’altro loro pezzo, La Segunda Independencia. Che ci spiega in maniera molto chiara come mai un combattente liberale dell’Ottocento come Bólivar abbia trovato posto nel pantheon di un gruppo musicale socialista, nato in Cile alla fine degli anni Sessanta.

*** prime tre strofe di La Segunda Independencia – Inti Illimani ***

Nei nostri angosciosi, ma anche appassionanti anni di piombo, gli Inti Illimani, esuli in Italia per la tragedia della dittatura cilena, donavano la figura di Simon Bólivar alla mia allora inesauribile sete di storie esemplari di combattenti per la libertà. Costui, parafrasando le due canzoni, fin dall’inizio del XIX secolo avrebbe indicato una strada chiara ai Sudamericani e a noi tutti, quella dell’indipendenza, della libertà e dell’autonomia. Certo era una strada lastricata di morti, ma la lotta e la morte erano sacrifici onorevoli quando intervenivano per un fine superiore, la libertà dalla schiavitù e l’unione dei paesi fratelli del centro e sud America contro l’oscurità imperialista spagnola. Il che, tradotto in un linguaggio più attuale, significava l’unione dei lavoratori contro l’imperialismo economico-politico statunitense.

Non è stato solo quello l’unico Simon Bólivar che ho conosciuto. Alla fine degli anni Ottanta arrivò il generale perso nel suo labirinto di Gabriel García Márquez, e le mie velleità già traballanti di lottare per i lavoratori si piegarono nella visione di un uomo abbandonato da tutti, sconfitto, torturato dai ricordi di speranze frustrate, tradimenti e disillusioni. L’eroe trionfatore sulla storia si era trasformato nella penna del grande scrittore colombiano in un personaggio a tratti anche un po’ ridicolo, travolto dalla storia, reso impotente dagli eventi nonostante la passione, il coraggio e l’ambizione che avevano dominato il suo operare. Il labirinto del tempo lo aveva inghiottito e con lui anche miei sogni di gloria.

A quale Bólivar credere allora? Al patriota, al fautore della fratellanza sudamericana o al relitto sballottato da un destino ineluttabile? Come sempre, se vi aspettate una risposta chiara state ascoltando il podcast sbagliato. Al di là delle opinioni personali, che comunque sempre ci condizionano quando si parla di storia, Simon Bólivar è effettivamente un personaggio molto complesso, che non è facile incasellare in una definizione e soprattutto che è ancora capace di farci ragionare su concetti che troppo spesso diamo per scontati. Come Nazione, Uguaglianza e Federazione.

Partiamo proprio dal primo, Nazione. Non fu ovviamente un caso che Simon Bólivar scoprisse la ragione della sua vita a Roma, ossia in Europa, All’alba dell’Ottocento il vecchio continente era infatti una vera e propria fucina di idee e di avanguardie in tutti i campi del sapere e della pratica sociale. Le idee illuministe avevano infiammato e non ancora assopito i fuochi della rivoluzione francese, che avevano ancor prima incendiato e reso autonome le colonie inglesi del nord America. Accanto alla rivoluzione delle industrie e dei trasporti, ai nuovi fermenti che mettevano in movimento il mondo del lavoro, si erano affermati alcuni concetti ben chiari: libertà, fratellanza, costituzione e indipendenza. Ma se i primi tre erano finalizzati a rendere gli uomini uguali, con medesimi diritti e doveri di fronte alla legge, a prescindere dal ceto o dal luogo di provenienza, l’ultimo – l’indipendenza – si basava sulla definizione di confini, ossia sull’idea che solo uno Stato dal territorio definito e privo di dominatori esterni, la Patria, poteva effettivamente rendere liberi, uguali e fratelli suoi abitanti.

Per l’Europa il processo di definizione di confini nazionali poggiava su alcuni fenomeni secolari. Ricordate il nostro Manzoni? La nazione come “unità d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”? Anche se si trattava in buona parte di forzature e strumentalizzazioni, tuttavia alcuni elementi giocarono un evidente ruolo identitario: la religione, una parte della storia comune, la lingua e il “sangue”, ossia l’idea diffusa che si potesse identificare un popolo con un gruppo etnico.

Pochi di questi valori potevano essere efficacemente esportati in America Latina senza subire profonde trasformazioni. In primo luogo l’unità etnica era da escludersi, dato che trecento anni di dominazione spagnola e di immigrazione forzosa di schiavi africani avevano creato una società fortemente composita da creoli (ossia nativi di origine europea), indigeni, neri, mulatti e meticci, che non condividevano alcun sentimento di appartenenza.

La storia non poteva certo essere un fattore unificante, dato che coincideva, nell’idea di Bólivar, con il dominio coloniale e aveva lasciato comunque spazio – in un continente così vasto – a differenze regionali notevoli e a interessi distinti nelle élite creole dei vari distretti amministrativi. All’epoca di Bólivar il Venezuela era una Capitaneria, che faceva parte del Vicereame di Nuova Granada, a cui apparteneva anche l’attuale Colombia. Altri vicereami la circondavano, a nord quello della Nuova Spagna con il Messico e l’America centrale, quello del Perù a sud e infine lo sterminato Rio de la Plata, che occupava i territori degli attuali Argentina, Bolivia, Paraguay e Uruguay. Ogni vice-regno era poi diviso in capitanerie, audiencias o governatorati, dotati di una relativa autonomia e quindi anche di interessi peculiari. Nemmeno la religione poteva essere un fattore unificante: i creoli e buona parte dei meticci erano cattolici certo, ma le alte gerarchie religiose sostenevano la monarchia spagnola, ossia gli oppressori. Anche la lingua era in comune con gli spagnoli, e comunque non poteva essere una base di distinzione perché di fatto usata solo da una minoranza. In sostanza l’America Latina era uno spazio abitato da persone di provenienza diversa, che parlava molte lingue e che aveva dato vita a costumi e religioni diverse.

Rimaneva quindi in mano agli indipendentisti come Bólivar solo uno strumento ideologico: il riconoscimento degli Spagnoli e dei loro sostenitori come il nemico e quindi della monarchia come un sistema politico da rigettare. Questi gli ideali che troviamo infatti nella sua Sociedad Patriótica di Caracas all’epoca della prima Repubblica, nata nel 1911 in seguito alla caduta della monarchia spagnola in mano a Napoleone e all’azione del generale Francisco de Miranda, già combattente nelle rivoluzioni americana e francese. L’esperimento fallì quasi immediatamente per le tensioni tra repubblicani e monarchici e per la concezione censuaria del potere che favoriva i creoli a danno di meticci, mulatti e neri liberi. La restaurazione spagnola lo vide rifugiarsi in Colombia con un salvacondotto – pare ottenuto con la consegna del generale Miranda agli Spagnoli. Da qui il nostro meditò sulle ragioni della sconfitta, combatté per l’indipendenza locale, ottenne il grado di brigadiere e infine organizzò un esercito per “liberare” il Venezuela. Fu la famosa Campaña Admirabile un’efficace e rapida spedizione militare attraverso le Ande tra Colombia e Venezuela in cui ottocento uomini si avvicinarono progressivamente a Caracas tra il febbraio e l’agosto 1813, conquistando via via le province di Mérida, Barinas, Trujillo in mano ai realisti. Ma oltre la capacità militare e l’indubbio carisma, Bólivar usò ancora un’arma di tipo ideologico:
«Ogni spagnolo che non cospira contro la tirannia spagnola a favore della giusta causa, […] sarà considerato nemico, punito come un traditore e […] passato per le armi. Al contrario, si concede un condono generale a tutti quelli che passano al nostro esercito con armi o senza […] E voi Americani, che siete stati distolti dalla strada della giustizia per errore e perfidia, sappiate che il vostri fratelli vi perdonano […] intimamente persuasi che non possiate essere colpevoli e che solo l’ignoranza e la cecità impostevi dagli autori dei vostri crimini siano alle origini delle vostre azioni. […] Contate sull’assoluta immunità del vostro onore, della vita e delle proprietà: il solo titolo di Americani sarà il vostro salvacondotto. Le nostre armi arrivano per proteggervi, non saranno mai usate su uno solo dei nostri fratelli».

Il messaggio è chiarissimo: gli Spagnoli sono gli unici nemici e per loro non ci può essere alcuna pietà a meno che non rinneghino la fedeltà alla Spagna, per gli Americani invece c’è l’amnistia generale perché fratelli. Data mano libera al massacro degli Spagnoli, i Venezuelani, garantiti e salvi dal decreto Guerra a Muerte che abbiamo appena sentito, aprirono le porte al Bólivar, che riuscì così a trasformare una potenziale guerra civile in una guerra di liberazione. Il brigadiere di Nuova Grenada divenne quindi El Libertador nell’agosto 1813 e ottenne pieni poteri l’anno successivo. Anche la seconda Repubblica durò pochissimo, ma certamente Bólivar aveva uno spirito indomito e comunque la strada era tracciata, obiettivi e mezzi estremamente chiari: si dovevano unire tutte le forze anti spagnole delle ex colonie e quindi perseguire il disegno di una fratellanza americana. La nazione aveva confini ampi perché non poteva che nascere da una fratellanza politica, da un’adesione a un’idea e a un obiettivo comune. Il risultato finale poteva solo essere un governo federale tra i diversi stati, dotato però di un forte potere centrale, perché solo unita l’America poteva raggiungere un’autentica indipendenza e giocare un ruolo da protagonista nello scacchiere mondiale.

Scrive nella Carta di Jamaica nel 1815

http://www.youtube.com/watch?v=k30Om5DL0lA Carta de Jamaica 8:05 – 8:27

«Ti dirò di cosa dobbiamo dotarci per espellere gli Spagnoli e fondare un governo libero. Di unione, ovviamente; ma tale unione verrà dopo una pianificazione sensata e azioni ben concertate, e non per magia. L’America è unita perché è abbandonata da tutte le altre nazioni. È isolata al centro del mondo. Non ha relazioni diplomatiche, non riceve alcun aiuto militare».

La visione geopolitica era chiara e acuta. Il Sud America aveva bisogno di una unità politica sufficiente a dargli un certo grado di forza e di visibilità nei confronti dell’Europa. Il vecchio continente si trovava infatti all’epoca nel pieno della Restaurazione: in grandissima parte monarchica vedeva con molto sospetto i nuovi stati, che, a parte il Brasile, avevano scelto la via repubblicana. Si erano venute a creare due visioni opposte, quella Europea, che tendeva a identificare repubblica e disordine, e quella americana, che invece legava monarchia a dispotismo. A differenza dell’appoggio dato da Francia e Spagna alla rivoluzione americana, le nuove nazioni del sud non ottennero quindi alcun sostegno esplicito, solo aiuti episodici da alcuni volontari.

Bisogna dire che l’appello all’unione funzionò, ma lo fece solo nella fase della lotta. La collaborazione per la liberazione portò effettivamente alla messa in campo di eserciti di diversa estrazione sociale e provenienza geografica e alla solidarietà tra le varie patrie. Haiti e con l’ammiraglio Luis Brión, il neogranadino Francisco de Paula Santander, il venezuelano Antonio José de Sucre, il cileno Ambrosio O’Higgins, l’argentino José de San Martín, il caraibico Manuel Carlos Piar sono solo alcuni dei nomi che trovate elencati tra gli esponenti di quest’ultima vittoriosa epopea militare, animata e guidata dal Bólivar fino al 1824, quando termina il dominio coloniale spagnolo in Sudamerica.

Ma l’analisi politica acuta, la pianificazione accurata, le costituzioni approntate, in sostanza il progetto politico non fu sufficiente a dare unità a un insieme di interessi economici, realtà sociali e appartenenze culturali diverse. Già nel Congresso di Panama del 1826 nacque un acceso dibattito tra chi proponeva, come Bólivar, una federazione e chi sosteneva, invece, la nascita di più Stati nazionali, disegnati sul modello europeo e adatti agli interessi regionali. Assassini, attentati e opposizioni mandarono rapidamente in fumo il sogno unitario del Libertador. La Grande Colombia, la federazione fondata da Bólivar nel 1819, durò poco più di dieci anni e terminò con una dittatura fallimentare dello stesso Bólivar e con la nascita di Ecuador, Venezuela e Nuova Granada, ossia Colombia. Le Province Unite dell’America Centrale, nate nel 1824, in soli quindici anni diedero i natali a Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua e Costa Rica e a decine, centinaia, di governi populisti e dittatoriali che hanno insanguinato e sconvolto per anni la storia di questo continente.

Chi fu dunque Bólivar un’idealista sognatore o un fine stratega, un uomo ostinato e autoritario che intendeva inculcare a forza le sue idee a una società fondamentalmente conservatrice o uno statista intelligente che guardava più lontano dei suoi compatrioti? Certamente fu esponente di una minoranza, e di una minoranza nella minoranza, e non è chiaro quanto si rendesse conto di questa condizione.

Oltre alla liberazione dagli Spagnoli e al rifiuto del sistema monarchico, un altro fattore giocò infatti in maniera potente all’interno del processo di indipendenza: il fattore etnico. Da questo punto di vista gli scritti di Bólivar sembrano chiari: il nuovo ordine costituzionale doveva essere capace di garantire l’uguaglianza giuridica di tutte popolazioni ispano americane e l’abolizione dello schiavismo, il che ovviamente cozzava con gli interessi dei ceti economicamente superiori, ossia dei creoli. Ma fino a che punto questa convinzione sorgeva da un profondo riconoscimento dell’eguaglianza tra gli uomini e quanto spazio invece era ancora lasciato alla gerarchia sociale e culturale preesistente? Non c’è traccia negli scritti di Bólivar dell’intenzione di riconoscere a indio o ad africani i danni subiti dai dominatori spagnoli. Anche se è consapevole gli Americani hanno origini e pelli diverse, quando scrive dei combattenti indipendentisti il Libertador pensa soprattutto ai suoi, ai Creoli

«Noi» – scrive – «non siamo indi, né europei, ma una specie a metà strada tra i legittimi proprietari del paese e gli usurpatori spagnoli, insomma, essendo noi Americani per nascita e i nostri diritti quelli dell’Europa, dobbiamo toglier loro il paese e mantenerlo contro l’invasione degli invasori».

La sua lotta mira sostanzialmente a spostare i diritti degli Europei ai Creoli, cioè agli spagnoli “nati in America”; anche se sulla carta si persegue il disegno di eguaglianza, questa eguaglianza è tarata su un modello europeo e bianco. Quando in una lettera al generale Páez del 26 de agosto de 1828, dice che il nuovo governo che si dà alla repubblica debe essere fondato sui nostri costumi, sulla nostra religione, e sulle nostre inclinazioni e, in ultima analisi, sulle nostre origini, non ha certo in mente le origini degli Auracos o dei Caribe o men che meno la religione degli ex schiavi neri o le attitudini dei meticci e dei mulatti, ma la cultura e i diritti della sua gente.

Durante la guerra di Indipendenza Bólivar fu implacabile contro gli ufficiali ribelli. Al generale creolo Santander fu concesso l’esilio nonostante avesse complottato per assassinare lo stesso Libertador. Ma altri due, Piar e Padilla, furono processati e giustiziati ed entrambi erano mulatti, gli unici di sangue misto nello staff militare indipendentista. Piar, oltre all’indipendenza, desiderava una più equa distribuzione del potere tra le minoranze. Scontento di come meticci e mulatti erano trattati sotto il dominio spagnolo, sperava in un migliore trattamento sotto i governi indipendenti, ma questo tipo di rivendicazioni erano percepite da Bólivar come fomentatrici di disordine, perché preoccupavano le élite creole.

Anzi, più che all’eguaglianza, in un cero senso l’indipendenza aprì la strada a nuovi autoritarismi e a nuove diseguaglianze sociali. Tra tutte le conseguenze, certo inaspettate, dell’epopea di Bólivar, si deve sottolineare l’emergere di un fenomeno che ha lasciato pesantissime eredità nella storia del Sudamerica, i caudilli, letteralmente i “capetti”, capi militari con una personalità carismatica e un programma demagogico atto a guadagnarsi la simpatia e l’appoggio della gente comune.

Le radici del caudillismo erano nella politica coloniale spagnola, che appoggiava gli ufficiali militari capaci di reclutare dalla popolazione una numerosa milizia con sistemi clientelari. L’indipendenza diede spazio e potere e occasione di affermazione a molti caudillos. Bólivar non promosse né impedì il fenomeno. Lo accettò come un fatto naturale e cercò anzi di istituzionalizzare il sistema, prima all’interno dell’esercito di liberazione, poi nelle sperimentazioni di governo che seguirono. Alla fine, non riuscì a coinvolgere i caudillos nel suo progetto politico e il loro strapotere non solo distrusse il suo sogno di una federazione ma ne strumentalizzò anche il ricordo. Bólivar morì solo, consapevole della sua sconfitta, nel 1830. Solo dieci anni più tardi il suo nome (non il suo spirito) fu politicamente resuscitato da molti caudillos che governavano gli stati da lui liberati e che lo sbandierarono come un modello, una guida, un eroe nelle rispettive patrie.

L’ultimo caudillos a farlo risorgere dalla tomba è stato Hugo Chávez, attuale presidente del Venezuela. Dopo il fallito colpo di stato del 1992 e due soli anni di prigionia, Chávez nel 1998 chiamò il suo partito Movimiento Bolivariano e, quando divenne presidente, cambiò il nome del paese in República Bolivariana del Venezuela. Ancor oggi lascia una sedia vuota nelle sue riunioni perché ospiti lo spirito del Libertador e indossa nelle occasioni ufficiali la spada di Bólivar. Ma il massimo lo ha raggiunto il 16 luglio 2010 quando ha presenziato all’esumazione dei resti di Bólivar mentre, per decreto presidenziale, ogni rete televisiva del paese mostrava i quadri di Tito Salas, i ritratti encomiastici, poi le immagini dello scheletro e infine la faccia dello stesso Chávez, con il sottofondo dell’inno nazionale. Il messaggio della macabra parodia è evidente: Chávez non è l’erede di Bólivar, è il Libertador stesso reincarnato. Chi gli si oppone quindi non si oppone a un presidente democraticamente eletto, ma alla storia. Ben poco ovviamente lega le idee liberali di Bólivar col socialismo di Chávez, ma un filo comunque è riconoscibile: nel decisionismo miliare e nell’autoritarismo che contrassegnò l’ultima fase della vita politica del Libertador, e infine in centinaia di anni di strumentalizzazioni della sua figura da parte dei caudillos.

È facile essere saggi a cose fatte e col senno di poi è evidente che le spinte in atto in un territorio vasto come quello sudamericano e con tanti anni di dominio coloniale alle spalle non potevano essere collegate da un filo così tenue come un’idea federale che comunque non era espressione della maggioranza della popolazione latino-americana. Oggi in sostanza abbiamo gioco facile nell’individuare gli errori di Bólivar ed è semplice dire che i veri i fautori dell’unità latinoamericana erano alla sua epoca una esigua minoranza.

Tuttavia capiamo anche, specialmente noi Europei, quanto sia effettivamente complicato e per nulla agevole creare uno stato sovranazionale. Quanto un discorso federalista abbia bisogno di tempi lunghi di maturazione per dare frutti duraturi anche se sulla carta abbondano le ragioni per diminuire il potere degli stati nazione a favore di realtà più ampie e collaborative.

Posto in un contesto completamente diverso, parte del discorso federale di Bólivar ha una insospettata vitalità; la ha avuta, come abbiamo visto, già negli anni Sessanta in senso socialista e anti statunitense, lo ha però anche oggi nel nuovo mondo globalizzato, dato che molti commentatori ritengono che solo certo grado di unità possa dare al continente del Libertador la prosperità e l’autonomia necessaria per avere un ruolo da protagonista in questo millennio. Ma se questa strada possa essere percorsa ci vogliono persone capaci di capire la sua figura per intero, senza idolatria e senza pregiudizi, in grado di lasciare la sua spada e se possibile, anche il suo scheletro, riposare in pace.

Anche la trentesima puntata di HC è finita. Desidero anche questa volta ringraziare i numerosi gli amici e le amiche che ci seguono e ci scrivono, dall’Italia e dall’estero che, nei sei anni di vita del podcast, hanno contribuito al clamoroso successo di HC. A tutto il 20 aprile 2012, infatti, sono oltre ottocentomila le puntate complessive scaricate (fonte LIBSYN). Con il vostro aiuto contiamo di arrivare presto a un milione di download, un risultato che – credo – ben pochi podcast indipendenti al mondo possono vantare.

Ricordo che sul sito di HC e sui principali bookstore italiani è disponibile L’orologio di Ben Hur (e altre 14 storie), l’ebook che raccoglie le prime 15 storie di Historycast. Il volume, disponibile in formato pdf, epub e mobi kindle, è in vendita al prezzo di 4,99 €. Ogni libro venduto (così come ogni donazione) rappresenta un piccolo ma significativo contributo al sostentamento del progetto Historycast il cui sito, a partire dallo scorso marzo, è stato sottoposto a un intenso lavoro di restyling. Tutto il ricavato, infatti, serve a coprire le spese vive di questo progetto: mantenimento del server, acquisto dei software, acquisto e manutenzione dell’hardware, traduzioni, reperimento di libri, ecc. Per adesso ringraziamo di cuore gli amici – e sono tanti – che hanno già acquistato L’orologio di Ben Hur.

Grazie dell’ascolto e a risentirci alla prossima storia.

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Bibliografia

 

  • J. Lynch, Bolivar and the Caudillos, in The Hispanic American Historical Review, 63/1,(1983), pp. 3-35
  • A. Filippi, Bolivar, il pensiero politico dell’indipendenza Ispano-americana e la Santa Sede, Napoli : ESI, 1997
  • Cl. Thibaud, “Coupé têtes, brûlé cazes”: Peurs et désirs d’Haïti dans l’Amérique de Bolivar, in Annales. Histoire, Sciences Sociales, 58 /2 ( 2003), pp. 305-331
  • M. Carmagnani, L’ altro Occidente : l’America Latina dall’invasione europea al nuovo millennio, Torino : Einaudi, 2003
  • J. L. Gómez Martínez, La encrucijada del cambio: Simón Bolívar entre dos paradigmas (una reflexión ante la encrucijada pos-industrial), in Cuadernos Americanos, 104 (2004), pp. 11-32 http://www.ensayistas.org/jlgomez/estudios/bolivar.htm
  • J. Lynch, Simon Bolivar: a life, New Haven ; London : Yale University Press, 2006
  • R. G. Otaiza, La farsa histórica del juramento de Bolívar sobre el Monte Sacro, in El Universal (16 giugno 2011) http://www.eluniversal.com/2011/06/16/la-farsa-historica-del-juramento-de-bolivar-sobre-el-monte-sacro.shtml

 

Musiche impiegate

  • Inti Illimani, Símon Bólivar, gentilmente concesso dagli autori www.inti-illimani.cl
  • La Segunda Indipendencia, gentilmente concesso dagli autori www.inti-illimani.cl
  • Eduardo Tami, Viva mi patria Bolivi
  • Andrés Bello e Lino Gallardo, Gloria al Bravo Pueblo (Inno Venezuelano)
  • Decreto Sangre a Muerte (1813), in: Símon Bólívar: Escritos y Proclamas, YOYO Audiobooks frammenti di 27″ 24″ 3″ e 8″
  • Carta de Jamaica (1815), in: Símon Bólívar: Escritos y Proclamas, YOYO Audiobooks frammenti di 14″ e 23 “Bólivar, el Libertador Editiva – Fundacion Gustavo & Arturo Arraiz / 2007, frammento di 17”
  • Morning Spy, Daughters of History