«

»

28 – il faraone: grandezza ed eternità di Ramses II

Ramses II: come mai ancora oggi parliamo di lui etichettandolo come grande, perché crediamo al mito da lui stesso creato? Megalomane, imperialista, auto-celebrativo e, a fine vita, anche gravemente arteriosclerotico, di lui ammiriamo i templi immensi e il loro significato, il successo derivato da un potere solido e duraturo, scriviamo romanzi sulla sua figura e giriamo documentari perché, nonostante comprendiamo che il potere incontrastato presuppone prevaricazione, imperialismo, sfruttamento e sopraffazione, da sempre l’immagine di un uomo famoso e potente affascina e conquista molti di noi.

«Allieta il tuo cuore, o mio figlio diletto, Usermaatra Setepenra, al quale fu concessa la vita e l’eternità sul trono di Horo dei viventi! Osiri ha implorato per te la durata del cielo, nel quale tu sorgi come Ra all’alba. Vita e prosperità saranno con te, e giustizia, potenza, gioia di cuore, perché sei colui che è ricco di anni. Tue saranno la potenza e la vittoria [..] Gioia e giubilo saranno in ogni tua dimora, o re difensore dell’Egitto, domatore dei popoli stranieri, che trascorri eternamente la tua vita come re dell’Alto e del Basso Egitto».
Con questi entusiasti accenti Seti I si rivolge al figlio, Ramses II, ma in realtà dovremmo dire che Ramses si rivolge a sé stesso. Lo fa nella lunga iscrizione dedicatoria del tempio che quest’ultimo fece costruire in proprio onore ad Abido, a pochi chilometri dal Nilo, nell’Alto Egitto.
Con il nome d’intronizzazione di Ramses II, Usermaatra Setepenra, ossia «è potente la giustizia di Ra, l’Eletto di Ra», Historycast guarda per la prima volta all’Antico Egitto attraverso gli occhi di uno dei più grandi tra i suoi faraoni, tra i più celebri della sua lunghissima storia. Dato che nel suo complesso la civiltà egizia copre più di tre millenni e mezzo, il nostro sguardo illuminerà solo alcuni dei tanti e interessanti spunti che essa propone all’uomo di oggi, e in particolare il rapporto che gli antichi egizi avevano con il loro passato e i modi in cui descrivevano il presente.
Già dalle poche righe citate si intuisce infatti molto della visione che i faraoni avevano di sé stessi. Volendo fare una citazione colta da Chi ha incastrato Roger Rabbit, i faraoni non erano dèi, è che «si disegnavano così». Si credevano, e si presentavano all’esterno, come unici intermediari tra gli dèi e gli uomini: dei di fronte agli uomini e uomini di fronte agli dèi.
Frutto dell’unione carnale tra un dio, Amon-Ra, e la propria madre biologica, erano vere e proprie divinità in terra: potevano erigere templi per il proprio culto, perché con la loro opera terrena garantivano il buon ordine e allontanavano il caos costantemente in agguato.
Erano grandi, perché non potevano che essere grandi, perché erano eterni. Ramses II, a questa grandezza – come dire – di default, ci aggiunse del suo: terzo faraone della XIX dinastia, visse infatti circa 85 anni e regnò per 67 (praticamente per tre generazioni), ebbe almeno cinquanta figli e quaranta figlie alla maggior parte dei quali sopravvisse, ed eresse tra i più imponenti templi che l’attuale Egitto possa vantare: Abu Simbel, Luxor, il Ramasseo, la grande sala ipostila di Karnak, le statue colossali di Mit Rahina, del Cairo, di Tebe e del Ramasseo. Ci è persino arrivata in discrete condizioni anche la sua mummia, ora al Museo del Cairo. Insomma, l'”Eletto di Ra” aveva buone ragioni per reclamare per sé stesso la durata del cielo, sotto quale egli effettivamente sorse per molti anni, proprio come Ra all’alba.
Grandezza ed eternità sono in effetti due degli attributi che siamo soliti associare all’antica civiltà egizia e in particolare alle realizzazioni architettoniche di Ramses II, non solo per l’imponenza e l’apparente inalterabilità delle sue statue colossali, non solo per la bellezza delle realizzazioni artistiche e letterarie che lo ritraggono vincitore sui nemici e padre premuroso verso il popolo, non solo per la lotta estenuante per l’immortalità che la sua e le altre mummie egizie ci testimoniano, ma proprio perché, in qualità di membro più che autorevole della lunga schiera dei faraoni, ci propone l’immagine dell’intera civiltà egizia come un miracolo di stabilità e di durata.
Sappiamo, se non altro dalle frequentazioni scolastiche […]

[continua in audio]

Bibliografia

 

  • Edda Bresciani, Modi e motivi ramessidi nella letteratura demotica, in “L’Impero Ramesside” (Studi in onore di Sergio Donadoni Roma 1997, pp. 61-66
  • Edda Bresciani, Ramesse II. Le realtà di un mito, Giunti, 1988
  • Barry J. Kemp, Antico Egitto. Analisi di una civiltà, Electa, 200

 

Musiche impiegate

  • Mystic Soulmate, Biblical Desert
  • Gerald Jay, Egyptian Shaman
  • Pulse Etoile Africaine, Aldo
  • Gerald Jay, Immortality
  • I Dieci Comandamenti, Paramount – Cecil B. DeMille / 1956
    frammento di 57”
  • Morning Spy, Daughters of History