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25 – la rivoluzione del neolitico: analisi di un periodo controverso

Le trasformazioni avvenute nel Neolitico non significano necessariamente progresso; avere un gregge porta anche a doverlo difendere con le armi. Saper parlare di dio significa anche che esiste una casta sacerdotale che domina sugli altri strati della società e li soggioga. Forzare l’equilibrio naturale significa innescare un processo che danneggia la natura stessa. Siamo dunque più barbari degli antenati che dipingevano con scene di caccia la grotta di Lascaux? O forse dovremmo togliere carica negativa ai termini “barbaro” e “primitivo” e sottrarre un po’ di positività dagli aggettivi “civile” e “urbano”?

«Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli. Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall’arca. Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: “Finché durerà la terra, seme e messe, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno”. Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi dò tutto questo, come già le verdi erbe”».
Il racconto biblico del Diluvio e della successiva alleanza tra Dio e l’uomo è noto ai più ed ha ricevuto nel tempo numerose e profonde letture. Historycast lo riprende in questa puntata semplicemente per richiamare un momento della Storia umana che non ha, né potrà mai avere proprie fonti scritte. Mi riferisco al lungo processo che ha visto l’uomo abbandonare le vesti di cacciatore/raccoglitore per indossare quelle dell’agricoltore, dell’artigiano, del sacerdote e del guerriero. Il periodo che ha visto l’uomo impegnarsi per reggimentare le acque dei grandi fiumi, vivere in villaggi sempre più estesi e articolati, coltivare ampie distese di terra, addomesticare specie selvatiche e innalzare templi: sto parlando di quella che è universalmente nota come la Rivoluzione Neolitica.
Molti di voi penseranno: «ma quante mai visioni diverse ci saranno di un periodo così remoto? E in che modo l’interpretazione del Neolitico ci può riguardare oggi?».
Provate a riprendere queste domande alla fine della puntata e vediamo cosa ne viene fuori. Per ora diciamo che già i termini usati – “Rivoluzione” e “Neolitico” – andrebbero buttati nel cestino, se non ché ormai si sono universalmente affermati sia nella comunità scientifica come nel linguaggio comune e sarebbe uno sforzo inutile cercare di sdradicarli.
Ma Neolitico, come quasi tutti sanno, significa “pietra nuova”, in riferimento ad asce o a coltelli in selce, così levigati e bilanciati da risultare strumenti di lavoro estremamente raffinati e funzionali. Gli archeologi li recuperano ancora con piacere, ma non li guardano più con l’attenzione di un tempo. Perché è caduta definitivamente l’idea che il grado di civiltà sia legato esclusivamente al progresso di una o più tecniche e che una comunità sia tenuta a svilupparsi in maniera lineare dal peggio al meglio, dal rozzo al raffinato.
Quest’idea, datatabile alla metà dell’Ottocento e figlia maggiore della Rivoluzione Industriale, ha spinto per anni gli studiosi classificare pignoleria ogni selce, pietra lavica o metamorfica lavorata dall’uomo primitivo con criteri tipologici, cronologici e stratigrafici (questi ultimi legati alle sequenze delle glaciazioni alpine). Col tempo tuttavia la moltiplicazione degli scavi e soprtatutto la loro estensione geografica ha da un lato messo in crisi la classificazione dei vari periodi (come l’Acueliano, il Musteriano), dall’altro ha fatto fiorire le classificazioni regionali come lo Zarziano in Iran o il Natufiano in Palestina.
Oggi queste sequenze litiche non hanno quasi più interesse a livello cronologico, soprattutto nella transizione al Neolitico, quando le tecniche di lavorazione delle pietre erano talmente note e diffuse da non poter costituire più, in alcun caso, un indizio interessante. In sostanza una tacca in più o in meno su una selce del 10.000 a.C. significa solo che il suo produttore […]

[continua in audio]

Bibliografia

  • Jacques Cauvin, Nascita delle Divinità, nascita dell’agricoltura, Jaca Book, 1997
  • Jean Guilaine (a cura), Le Chalcolithique et la construction des inégalités, Errance, 2007
  • Vere Gordon Childe, L’alba della civiltà occidentale, Einaudi, 1972
  • Vere Gordon Childe, Il progresso nel mondo antico, Einaudi, 1979
  • Jean Guilaine, Premiers bergers et paysans de l’Occident méditerranéen, Mouton, 1976
  • Jean Guilaine e Jean Zammit, , Le Sentier de la guerre. Visages de la violence préhistorique, Seuil, 2001
  • Mario Liverani, Antico Oriente, Laterza, 2009
  • Renato Peroni, L’Italia alle soglie della storia, Laterza, 2004
  • Jean Zammit, Les conséquences écologiques de la néotithisation dans l’histoire humaine, in BSPF, 102/2 (2005), pp. 371-379

Musiche impiegate

  • Kenjiakira, Slow motion
  • Zero Project, The silent force
  • Zero Project, Dreamland
  • Morning Spy, Daughters of History
  • Ryan W. Farish, Night Wi