«

»

19 – i giusti: il ruolo dell’individuo negli avvenimenti della storia

In questa diciannovesima puntata parliamo dei Giusti, di donne e uomini, cioè, che con il loro comportamento eroico hanno contribuito a salvare la vita di moltissime persone. Donne e uomini sicuramente dotati di grande coraggio, di profondo senso della giustizia e di irrinunciabili imperativi morali. Donne e uomini, tuttavia, assolutamente comuni, come l’italiano Giorgio Perlasca, la danese Karen Jeppe e il bulgaro Dimitar Peshev, che non hanno esitato a rischiare la propria stessa esistenza per aiutare dei perfetti sconosciuti. Ma qual’è stato, in concreto, il loro vero ruolo nel corso degli avvenimenti?

«[Perlasca] Dopo la presa del potere da parte dei Nazisti, è stata imposta la Stella [agli ebrei] davanti e di dietro. E questo mi ha fatto molta impressione, perché non avevo mai visto una cosa del genere. Vedere degli uomini e delle donne marchiati in quella maniera non era una cosa che io potevo approvare […] La mia opinione su quello che è avvenuto e sulle mie possibilità è che l’occasione fa l’uomo ladro e di me ha fatto … beh, quello che è avvenuto, insomma. Avendo la possibilità di farlo, l’ho fatto.
[Intervistatore] Lei sapeva che gli ebrei venivano portati nei campi di concentramento?
[Perlasca] Tutti lo sapevano, da almeno quattro o cinque anni».
Quello che avete appena sentito è un breve estratto di un’intervista fatta nel 1990 a Giorgio Perlasca, l’italiano che in 45 giorni – dal 1° dicembre del 1944 al 16 gennaio del 1945 – riuscì a salvare 5.218 ebrei ungheresi dallo sterminio.
La sua storia, che molti ascoltatori probabilmente conoscono già o attraverso il libro che lo ha riscoperto – La Banalità del bene di Enrico Deaglio – o per aver visto il film di Alberto Negrin con un magistrale Luca Zingaretti – bene – la sua storia ci aiuta a introdurre una domanda a cui, ovviamente, non sapremo rispondere. Quanto conta il singolo nella Storia? Quale peso può avere una sola persona nell’evolversi degli eventi?
Tanto per essere chiari, non stiamo parlando dei cosiddetti grandi uomini, di quelli cioè che palesemente hanno contato molto, nel bene e nel male, perché hanno raggiunto posizioni di potere determinanti e le hanno sfruttate abilmente, modificando con il loro operato la vita di moltissime persone.
Di loro gli storici si sono occupati e continuano ad occuparsi fin troppo. La Storia del potere è infatti una potente calamita che attira molti sguardi, un po’ per fascino, un po’ per necessità. Ma oggi noi parliamo di altre persone. Di coloro che, guardandoli da lontano, appaiono come piccoli scogli affioranti dalla superficie di un fiume in piena. Argini incrollabili, a cui però solo pochi riescono ad attaccarsi, incredibilmente forti ma incapaci di arrestare la corrente.
Non dirò che Giorgio Perlasca era una persona comune, perché non la era. Le persone comuni seguono la corrente e poi – ad alluvione finita – protestano dicendo che «non sapevano nuotare». Giorgio Perlasca evidentemente era fin dalla giovinezza uno che nuotava, ossia ragionava con la propria testa, dato che trasformò la sua adesione al fascismo in una consapevole partecipazione alla guerra d’Etiopia e poi alla Guerra Civile Spagnola, ovviamente dalla parte di Franco. Ma dato che l’adesione a un’idea di per sé non rende ciechi, rifiutò il fascismo delle leggi razziali e fu pronto ad assumersi le responsabilità della sua scelta, quando l’8 settembre del ‘43 lo trasformò da rappresentante in Ungheria di una ditta italiana a prigioniero.
Rifugiatosi presso l’ambasciata spagnola, si trovò nelle condizioni di poter aiutare gli ebrei ungheresi che l’ambasciata già tutelava. E lo fece all’italiana, barando. Quando l’ambasciata ispanica si spopolò, si inventò la carica – inesistente – di console spagnolo a Budapest e con questa si accreditò presso il governo del filo-nazista Szlasi; sfruttando una legge spagnola del ’24 per il rimpatrio degli ebrei sefarditi, rilasciò migliaia di falsi passaporti e salvacondotti agli ebrei nascosti nell’ambasciata e nelle case protette sparse per la città, pattugliò giornalmente Budapest sull’auto ufficiale e spesso portò cibo al ghetto e alle case protette, recuperò ebrei dai treni merci in partenza per i campi di sterminio, chiese favori, evitò stragi.
La sua storia – tragica ed entusiasmante al tempo stesso – è quasi […]

[continua in audio]

Bibliografia

  • Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, 1991
  • Hanna Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1994
  • Gabriele Nissim, Una bambina contro Stalin. L’italiana che lottò per la verità su suo padre, Mondadori, 2007

Musiche impiegate

  • Andy Lee Robinson, The Heart Transcends
  • Sonya Varoujian, Armenia
  • Andy Lee Robinson, Budapest Dawn
  • Andy Lee Robinson, Budapest Dawn
  • Intervista a Giorgio Perlasca, Mixer – RAI / 1990, frammenti di 23” e di 24”
  • Morning Spy, Daughters of History
  • Ian Rushton, A Tune for Taylor