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09 – Giulio Cesare: un ritratto controverso

Le pagine di Sallustio, del De Bello Gallico e del De Bello Civili, hanno da sempre tramandato la figura di Giulio Cesare come quella di un grande conquistatore romano, un condottiero valoroso e una gloria tutta italiana, barbaramente tradita dal suo ingrato figlio Bruto. Un uomo generoso, ambizioso, attento agli amici, ai familiari e ai clientes. Una persona dotata di grandi qualità, un esempio da imitare in vari campi. Ma le cose stanno veramente in questo modo?
Historycast non ha alcuna intenzione di rispondere a questa domanda, anche perché alla fine risulterebbe insoddisfatta. Quello che la nona puntata del primo podcast italiano di Storia vuole raccontarvi è proprio il perché resterebbe insoddisfatta.

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«Cesare era considerato grande per i favori e per la generosità, Catone per l’integrità della vita. Quello era diventato famoso per la mitezza e per la pietà, a questo l’austerità aveva aggiunto dignità. Cesare conseguì la gloria con il dare, con l’aiutare, con il perdonare, Catone con il non concedere niente. In uno c’era rifugio per i miseri, nell’altro rovina per i malvagi. Di quello veniva lodata l’indulgenza, di questo la coerenza. Alla fine Cesare si era deciso a darsi da fare, a vegliare, interessato agli affari degli amici, a trascurare i propri, non negando niente che fosse degno di un dono. Desiderava per sé un grande potere, un esercito, una nuova guerra dove il valore potesse risplendere».

La prima volta che sentii parlare di Cesare ero alle elementari. E anche se certo non lessi le parole di Sallustio ora citate, rammento ancora oggi l’impressione che il racconto della vita di questo personaggio lasciò nel mio immaginario. Un grande conquistatore romano, un condottiero valoroso e una gloria tutta italiana, barbaramente tradita dal suo ingrato figlio Bruto.

«Tu quoque, Brute, fili mi!»

«Anche tu Bruto, figlio mio!»

Le cose cambiarono radicalmente alle medie. Lambita dagli echi delle contestazioni studentesche che agitavano i miei colleghi più anziani, divenni più che pronta ad accettare una nuova versione di Cesare, bieco dittatore, tiranno, giustamente assassinato da eroi della libertà repubblicana, i proto–partigiani Bruto e Cassio.

Ho sempre avuto la fortuna di incontrare buoni insegnanti e quindi il mio Cesare cambiò ancora volto alle superiori. Da eroi, Bruto e Cassio vennero degradati a esponenti reazionari di un sistema di governo ormai in crisi, in cui il ceto aristocratico dei senatori impediva un reale ricambio sociale e politico. In questo contesto Cesare era stato invece l’uomo che, nel bene e nel male, aveva avviato la Repubblica romana al suo naturale e inevitabile destino, quello cioè di trasformarsi in monarchia. Nel governo di uno solo.

È finita qui? Macché! All’università ho imparato che quest’ultima visione della Storia è pericolosa e fuorviante. Sto parlando della Storia, tutta la Storia, intesa come cammino segnato, come percorso inevitabile, normalmente di progresso, che solo alcuni grandi uomini hanno la capacità di vedere o addirittura prevedere, e di cui sono, quindi, la migliore espressione. Ho imparato che quest’idea della Storia è pericolosa per tutti, e in particolare per chi vuole fare lo storico di mestiere, perché porta a giudicare il passato con gli occhi di chi sa già quello che è accaduto. E quindi con gli occhi dei vincitori. Fu Cesare uno strumento della Storia con la S maiuscola? Siamo tentati di dire di sì solo perché sappiamo che alla fine ha vinto la monarchia e che la repubblica è morta. Se non fosse successo, come avremmo giudicato Cesare? E allora chi era veramente Cesare?

Vi avverto subito non ho alcuna intenzione di rispondere a questa domanda! Non solo ci vorrebbero migliaia di pagine per esaminare con la dovuta attenzione il Divo Giulio, ma alla fine la curiosità risulterebbe comunque insoddisfatta. Quello che vorrei raccontarvi è il perché risulterebbe comunque insoddisfatta.

Iniziamo dalle fonti. Il brano citato all’inizio è un breve ritratto di Cesare confrontato con quello di Catone, scritto da un contemporaneo di entrambi, Sallustio. In quelle poche righe vengono tratteggiate le caratteristiche salienti di ambedue: generoso, ambizioso, attento agli amici e alla clientela Cesare; rigoroso, morigerato e austero Catone. Pur differenti, in entrambi i casi si tratta, per l’autore, di persone dotate di grandi qualità, esempi da imitare in campi diversi. Si tratta di un quadro veritiero? In un certo senso sì, ma la difficoltà sta tutta nel capire quel certo senso.

Sallustio non è quel che si dice un testimone al di sopra delle parti. Fece infatti una carriera politica di grande successo (prima questore, poi tribuno della plebe e ancora senatore) e lo fece proprio perché fedele sostenitore di Cesare contro Pompeo. Nel 46, dopo la sconfitta dei pompeiani, diventò governatore nella provincia nordafricana della Numidia, dove sfruttò e derubò gli abitanti riuscendo così a costruirsi sul Quirinale una sontuosa dimora circondata dai celebri Giardini Sallustiani. La generosità di Cesare lo riguardava quindi personalmente.

Vista da un altro angolo però, tale munificenza, più che una disposizione naturale dell’animo, appare lo strumento di una precisa strategia politica, che mira a raccogliere attorno a sé una vasta clientela nelle varie regioni dell’impero. Nella Roma antica, avere una clientela era la condizione necessaria per farsi strada politicamente e Cesare fece di tutto per ingraziarsi i clientes: regalò ingenti somme di denaro, concesse prestiti a interessi ridicoli, elargì favori a destra e manca.

Era inoltre un abilissimo imbonitore. La propaganda, unita alla generosità era la sua arma migliore. Oratore abilissimo, sapeva usare al meglio i mezzi di comunicazione del suo tempo e soprattutto sapeva assecondare gli umori della folla. Nell’anno 65 organizzò addirittura i Giochi Gladiatori in memoria del proprio padre, dove impegnò 320 coppie di atleti, e di quelli migliori, perché il suo servizio di informazioni gli indicò i gladiatori più bravi, i più resistenti e feroci, che Cesare fece istruire da personal trainer.

Che dietro tutto questo fervore sportivo non ci fosse solo l’inclinazione personale lo dimostra una norma varata due anni dopo da Cicerone, che vietava a chiunque di organizzare giochi gladiatori due anni prima di candidarsi a una carica politica. Ma Cesare batté comunque Cicerone 2 a 1, perché nel medesimo anno della norma anti–gladiatori, lui, epicureo (oggi diremmo materialista e libertino, in sostanza scettico sulle questioni religiose e molto libero nei costumi sessuali), conquistò il posto di Pontefice Massimo, il garante supremo della religione di stato.

«I Romani», ragionava lo storico greco Polibio circa un secolo prima, «fanno questo per impressionare le masse. Certo se davvero esistesse la possibilità di costituire una comunità politica fatta unicamente di saggi, forse non sarebbe necessario ricorrere a questo modo di procedere. Ma poiché le masse sono leggere, avide, sfrenate, irragionevolmente colleriche, non resta che tenerle a freno con il terrore di entità che non sono visibili e con altre simili imposture».

Per la sua scalata al potere Cesare si fece quindi burattinaio di una monumentale macchina religiosa e culturale finalizzata a imbonire la gente. Ma l’operazione gli costò moltissimo e i debiti sono armi a doppio taglio, perché prima o poi qualcuno ne chiede conto. Per i politici rampanti della Roma antica esistevano diversi mezzi per trovare il denaro indispensabile a costruire il proprio successo e Cesare li sperimentò tutti. Diede fondo ai beni familiari, attinse alle ricchezze di un amico potente, Publio Licinio Crasso, cercò di ottenere il governo di una provincia da dissanguare e si impegnò in una guerra di conquista. La provincia drenata era la Spagna, il paese conquistato, e poi spogliato delle sue ricchezze, la Gallia.

«La Gallia è divisa in tre parti…». Inizia così il celebre resoconto della grande campagna militare di Giulio Cesare, scritto – com’è noto – di suo pugno. Il De Bello Gallico è infatti, insieme al De Bello Civili, uno dei testi principali per studiare il periodo e la figura di Cesare. Sono entrambe fonti di primissima mano, con una peculiarità, però, che le rende assai problematiche. Punto di vista, autore e intenzionalità coincidono. Il De Bello Gallico, relativo agli avvenimenti dal 58 al 50, non è scritto per spirito informativo o educativo, ma per esaltare l’impresa di conquista presso il popolo romano e l’ordine senatorio. Il De Bello Civili, resoconto della lunga guerra civile contro Pompeo, che lo stesso Cesare inizia col famoso passaggio del Rubicone e che impone sulla Repubblica costi altissimi, serve all’autore per giustificare il suo punto di vista, promuoversi e autocelebrarsi di fronte alla medesima platea.

In sostanza sono fonti pesantemente di parte. Mutatis mutandis, sarebbe per esempio come se gli storici del futuro, nello scrivere la biografia di Silvio Berlusconi, si fondassero soprattutto sul libretto che Berlusconi stesso ha spedito ai suoi elettori in occasione delle elezioni del 2001, Una storia italiana. Sono assolutamente convinta che gli storici del prossimo futuro lo leggeranno bene quel libretto, ma so anche che cercheranno di verificarne i contenuti, confrontandoli con numerose altre fonti primarie e secondarie dei nostri giorni. Quest’operazione che, con Cesare, non sempre riesce. A complicare le cose arriva poi l’interpretazione che si è data, e si può dare, di quegli eventi bellici.

La campagna di Gallia, a esempio, ha avuto sovente commenti positivi, quasi estatici da parte degli storiografi. Imponente sforzo bellico, banco di prova di elevatissime capacità strategico–militari, strumento di romanizzazione ossia di civilizzazione della Gallia, evento preparatorio alla definitiva scalata al potere, tappa quindi fondamentale nel cammino che la Storia aveva preparato per Roma. Sono tutte interpretazioni più che legittime, assai diffuse sui manuali di Storia fino alla metà del secolo scorso, a cui tuttavia se ne possono affiancare altre.

Tra gli anni 56 e 55 due tribù germaniche, gli Usipeti e i Tencteri, entrarono in Gallia passando il Reno presso la confluenza con la Mosa. Cesare reagì coinvolgendo nell’azione anche i contingenti gallici. Vista la mala parata i Germani cercarono allora l’accordo: Cesare ufficialmente accettò, ma poi fece trucidare a tradimento i capi venuti a trattare e immediatamente dopo assaltò le tribù senza più guida, sterminando tutti, donne e bambini compresi.

Altro fronte. altro nemico. La rivolta dei Galli e la resistenza del loro leader, Vercingetorige. La ribellione si scatenò nel febbraio del 52 e gli scontri sono assai aspri fino all’autunno di quell’anno quando Vercingetorige, dopo la conquista di Alesia, si arrese, sacrificandosi, per salvare il suo popolo dallo sterminio. E lo fece da eroe. Usci solo a cavallo, da Alesia, splendidamente bardato, si presentò al vincitore, si spogliò e si sedette ai suoi piedi in silenzio. Nei suoi confronti Cesare mostrò un cinismo senza pari: lasciò il suo ex nemico in catene per sei anni fino a quando non riuscì a esibirlo in trionfo come un trofeo e poi lo fece semplicemente giustiziare. Contro Ambiorige, re degli Eburoni, andò peggio. Non riuscendo a bloccare le sue azioni di guerriglia, giudicò, racconta Cesare stesso

«di dover dare al proprio onore questa soddisfazione, di devastare il suo paese a tal punto, uccidendo uomini e bestie e distruggendo case, che per l’odio che i suoi gli avrebbero portato, Ambiorige non potesse più tornare nel suo paese».

Sono solo tre piccoli episodi, questi, ma

«emblematici di una campagna che», come dice lo storico dell’antichità Luciano Canfora, «è provocata a freddo, senza un vero pericolo; la distruzione della precedente civiltà lentamente soppiantata dalla romanizzazione; un genocidio di impressionanti proporzioni. Il tutto per una finalità che, nel principale protagonista e motore dell’impresa, è chiaramente la cinica utilizzazione di un siffatto genocidio per la lotta politica interna».

Orma della Storia o criminale efferato? Questo Cesare dai mille volti scuote certezze che ritenevamo consolidate. Ci obbliga a fastidiosi ripensamenti. Non esiste una sola versione di nulla. Nemmeno della sua morte. La data è certa, le Idi di Marzo del 44. Si conosce il numero e il nome dei congiurati. Le fonti narrano con dovizia di particolari tutta la giornata funesta, dal sogno della moglie Calpurnia all’assassinio, fino al dettaglio del cadavere che ruzzola fino ai piedi della statua di Pompeo. Ma molti particolari politici rimangono ancora oscuri. Quale fu il ruolo di Cicerone, nemico acerrimo, ma mai manifesto, che gioì per la morte di un tiranno e che aveva forse nella congiura una qualche responsabilità, almeno morale?

Ambigua è poi la figura di Antonio, e il suo ripetuto tentativo di incoronare pubblicamente Cesare nel corso della festa dei Lupercali. Il 14 febbraio, un mese prima dell’assassinio, a Cesare venne conferita ufficialmente la dittatura perpetua. Il giorno dopo, il 15 febbraio si celebravano i Lupercali, una festa molto popolare perché in onore della fertilità e contemporaneamente anche delle origini di Roma. Nella grotta chiamata, appunto, Lupercale, sul Palatino, secondo la leggenda, Romolo e Remo sarebbero infatti stati allattati da una lupa.

Al termine della processione, dove gli uomini sfilano nudi e unti e colpiscono gli spettatori con strisce di pelli di capra, uno dei congiurati prese la corona e la mette sulle ginocchia di Cesare. Il popolo salutò il suo re, ma questo rifiutò e allora Antonio, capo della processione e quindi nudo, unto ed esaltato, gli mise la corona sul capo. Ma Cesare la prese e la gettò tra la folla: gesto accondiscendente o rabbioso? Antonio non desistette e gliela mise sul capo una seconda volta, ma Cesare ancora rifiutò e, secondo Plutarco, lo fece con rabbia, levandosi in piedi e scoprendo il collo, quasi per dire «così mi uccidi».

È infatti opinione condivisa che la scena dei Lupercali, pur non essendo in sé causa della congiura, ne fu in qualche maniera l’evento catalizzante, il primo motore di un meccanismo che l’ambizione di Cesare aveva oliato da tempo. Quanto ne fosse consapevole Antonio, non lo si saprà mai. La sua posizione infatti è tutt’altro che chiara. Ufficialmente non partecipò al complotto, ma i congiurati erano troppo preoccupati di lasciarlo fuori dai giochi perché il suo ruolo risulti veramente limpido. Addirittura incaricarono uno di loro, Trebonio, di trattenerlo fuori dalla Curia il giorno dell’assassinio, e Antonio, tranquillo, acconsentì.

Uomo incredibilmente ingenuo o politico estremamente abile? In ogni caso Antonio è furbo abbastanza per capire che proprio sul cadavere martoriato di Cesare l’aria politica cambiava. L’iniziale simpatia del popolo per Bruto e Cassio ebbe il respiro corto e Antonio si diede da fare per per soffocarla. Prima trattò con Bruto e Cassio scongiurando la guerra civile. Poi fece leggere pubblicamente il testamento di Cesare a favore del popolo. E infine, vero colpo di genio, ottenne che i suoi funerali si celebrassero con tutti gli onori. Ecco come l’ex–dittatore morto diventò un benefattore martire. Parallelamente i salvatori della repubblica furono rigettati nel ruolo di semplici assassini e traditori della patria. Cesare era morto e Bruto, citando Shakespeare, non reggeva più il ruolo di uomo d’onore.

Chi sia stato il vero Cesare da questo momento in poi non contò più. Contarono le ambizioni politiche di Antonio, e dopo di lui di Ottaviano, il futuro Cesare Augusto, il principe, colui che riuscì veramente a fondare la monarchia.

E con Ottaviano, lontano parente di Cesare, inabile alla guerra, ambizioso, opportunista e probabilmente ex oggetto sessuale dello stesso Cesare, il quadro si chiude, nel senso che, con Ottaviano, il ritratto di Cesare, quello da regalare ai posteri, si raffina, si perfeziona, e in qualche caso si inventa. Cesare deve essere valorizzato proprio perché Ottaviano è il suo erede. La sua brama di potere è sacrosanta, perché porta al superamento della repubblica e apre la strada alla monarchia di Ottaviano. Cesare diventa il Divo Julio, un dio, perché divina è la natura del nuovo Cesare Augusto.

Molto di quello che sappiamo di Cesare dopo la sua morte è sapientemente gestito da Ottaviano e dagli imperatori che seguono. Fu Ottaviano per primo a far disegnare dietro Cesare quella mano della Provvidenza, che si è trasformata poi, negli studiosi moderni, nella mano della Storia. La Storia ovviamente disegnata dal vincitore.

Di fronte a tutte queste manipolazioni alla fine ci si potrebbe sentire un po’ persi. Impotenti a raggiungere la verità. Rincuoratevi, non è così. Lo storico sa bene che non gli sarà mai possibile raggiungere la verità, ma questo non toglierà nulla al piacere della ricerca, dell’interpretazione incrociata delle fonti, dello sforzo di smascherare la manipolazione stessa per arrivare il più possibile vicino alla verità. Poi, in realtà, attualmente allo storico di Giulio Cesare importa abbastanza poco. Il singolo personaggio storico, per quanto importante, deve sempre essere inserito all’interno di un quadro più complesso, che considera altri fenomeni: la composizione sociale della Roma antica, i rapporti di produzione e lo schiavismo, i modelli culturali e politici di riferimento, l’economia in relazione all’espansione, e così via.

Possono suonare temi meno appassionanti della cronaca delle Idi di Marzo, ma vi posso assicurare che non è vero.

Bibliografia

  • Gaio Giulio Cesare, La guerra civile, a cura di Massimo Bruno, Rizzoli, Milano 2004.
  • Gaio Giulio Cesare, La guerra gallica, Sormani, Roma 1961–1985
  • Gaio Sallustio Crispo, La congiura di Catilina, a cura di Lisa Piazzi, Barbera, Siena 2006
  • Polibio, Storie, a cura di Domenico Musti, traduzione di Manuela Mari, BUR Rizzoli, Milano 1993
  • Una storia italiana [pubblicato in occasione delle elezioni politiche del 13 maggio 2001], Mondadori Print, Milano 2001
  • Plutarchus, Alessandro. Cesare, a cura di Domenico Magnino e Antonio La Penna, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2000
  • William Shakespeare, Giulio Cesare, introduzione di Nemi D’Agostino, prefazione, traduzione e note di Alessandro Serpieri, Garzanti, Milano 1993
  • Lucio Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Roma–Bari 2005
  • Robert Étienne, Jules César, Fayard, Paris 1997
  • Martin Jehne, Giulio Cesare, Il Mulino, Bologna 1999
  • Christian Meier, Giulio Cesare, Garzanti , Milano 2004
  • Damiano Mevoli, La vocazione di Sallustio, Galatina, Congedo

Musiche impiegate

  • Mario Hemsley, Flow (flute version)Jennifer Athena Galatis, Time for Change (Everlasting Love)Ian Rushton, Adrift
  • Mark Perreault, Nocturne
  • Morning Spy, Daughters of History
  • Ian Rushton, A Tune for Taylor