«

»

08 – dalla Terra alla Luna: USA e URSS alla conquista dello spazio

«Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità». La maggior parte di noi conosce questa frase. Ai pochissimi che non si raccapezzano diciamo che a pronunciarla fu Neil Armstrong il 21 luglio 1969, poco dopo l’alllunaggio del modulo Eagle, della missione Apollo 11, sulla superficie lunare, il 20 luglio 1969.
Perché quest’evento si è stampato a lettere di fuoco nella nostra memoria? Perché lo consideriamo un cardine, una pietra miliare della Storia dell’umanità. Nell’opinione comune, prima dell’allunaggio l’uomo era diverso. Un istante dopo, il suo mondo e la sua visione del mondo, sono cambiati per sempre.

***

«Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità!».

La maggior parte di noi conosce bene questa frase, sa chi l’ha detta e quando. Non solo, molti – o almeno i nati prima del 1963–64 – ricorderanno persino cosa stavano facendo e dove si trovavano nel momento stesso in cui l’hanno ascoltata. Forse in salotto, insieme alla famiglia riunita, di fronte alla TV, rapiti dalle telecronache di Tito Stagno e Ruggero Orlando. Forse da soli, nella propria camera, sdraiati sul letto e incollati alla radio, immaginando e fantasticando sul futuro improvvisamente a portata di mano. In sostanza quella frase, ma in realtà l’evento che l’ha resa possibile, si è impressa profondamente nella memoria comune. Ai pochissimi che ancora non si raccapezzano diciamo che a pronunciarla fu Neil Armstrong il 21 luglio 1969, alle 5 di mattina – ora italiana –, poco dopo che il modulo Eagle della missione Apollo 11 era atterrato sulla superficie lunare, il 20 luglio 1969, alle 22.17.

Perché quest’evento si è stampato a lettere di fuoco nella nostra memoria? Evidentemente perché lo consideriamo un cardine, una pietra miliare della storia dell’umanità. Nell’opinione comune, prima dell’allunaggio, l’uomo era diverso. Dopo, il suo mondo e la sua visione del mondo, sono radicalmente cambiati. Quel passo è stato, almeno per i più, veramente grande.

Ma è stato davvero così? Cosa rende una vicenda particolare tanto importante da diventare un punto di riferimento per la storia di una società, o di una nazione o, come nel nostro caso, dell’umanità intera? Per arrivare a capirlo chiediamoci prima se gli storici contemporanei usano la data dell’allunaggio per scandire internamente la storia del Novecento. Bene la risposta è assolutamente no, non lo fanno.

Certo l’allunaggio fu una tappa precisa della corsa russo–americana alla conquista dello spazio, ma gli studi sulla Guerra Fredda normalmente dedicano all’episodio, se va bene, solo poche righe. A tutto vantaggio di un altro evento, avvertito come molto più periodizzante (ossia capace di inaugurare un periodo della nostra Storia), vale a dire il lancio del primo satellite artificiale: lo Sputnik. Il segnale di questo satellite, il 4 ottobre 1957, esaltò gli animi di milioni di persone appartenenti al blocco comunista e contemporaneamente gettò nel panico e nello sconforto altrettanti filo–occidentali.

Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo, come sempre, dall’inizio e precisamente dalla Seconda Guerra Mondiale, in particolare dagli esperimenti della Germania nazista nel campo della propulsione missilistica. Nel 1942 fece il suo primo volo il missile A–4 (conosciuto anche come V2) che raggiunse la velocità di 1340 m/sec, una quota di 85 Km e una distanza di 190 Km. Venne usato per i primi bombardamenti solo nel 1944, dopo due anni di test. Troppo tardi per rovesciare le sorti della guerra, ma abbastanza presto per attirare l’attenzione di Russia e Stati Uniti.

Se gli accordi di Yalta spartirono tra i vincitori le macerie dell’Europa, stabilendo i confini di due blocchi contrapposti, la conquista sul campo della Germania portò alla spartizione sotterranea di un capitale altrettanto prezioso: gli scienziati. I membri della Società per il Viaggio nello Spazio, fondata in Germania nel 1927 da Hermann Oberth e Wernher Von Braun, vennero più o meno egualmente distribuiti tra i vincitori. In particolare, Von Braun e altri furono portati negli Stati Uniti a White Sands, in New Mexico, assieme ad altre V2 requisite. I rimanenti finirono invece nelle mani dei Russi alla base di Peenemunde (nell’ex Germania dell’Est, sul Baltico), dalla quale nel 1947 partirono i primi razzi sperimentali dell’Unione Sovietica derivati dalle V2 tedesche. La corsa agli armamenti e allo spazio era cominciata.

Per entrambi i paesi lo sviluppo della scienza missilistica era prioritario, ma nei primi anni furono i russi a mietere i maggiori successi. Sergey Pavlovic Korolyov, capo progettista del neonato Dipartimento NII–88, voluto da Stalin proprio per migliorare le V2, riuscì ad accontentare il suo datore di lavoro indirizzando al meglio le energie degli scienziati tedeschi catturati. Il risultato fu una nuova linea di missili, dagli R–2 (del 1947) fino al 7 Semyorka, il primo vero missile intercontinentale a due stadi, capace di portare una bomba nucleare a 7.000 Km di distanza. Era l’agosto 1957.

Nell’ottobre arrivò lo Sputnik I. Una palla da basket d’acciaio di circa 84 Kg, completamente priva di armamenti, ma attrezzata con una batteria e un set di strumenti per misurare la temperatura e la composizione dei gas atmosferici. Il suo segnale radio, in teoria, era un messaggio destinato all’incremento della conoscenza scientifica, ma la gente in ascolto intese ben altro. Per l’opinione comune quel bip bip si tradusse in una prima presa di possesso, da parte del blocco comunista, di un territorio fino ad allora irraggiungibile e magico: lo spazio. Per politici e militari il bip bip parlò di spie, di controllo dall’alto, dell’uso dello spazio per la conquista della Terra. La radio del Cairo espresse apertamente l’opinione, pressoché unanime del Terzo Mondo, dicendo che:

«L’era planetaria segna la fine del colonialismo; la politica americana di contenimento dell’Unione Sovietica è miseramente fallita».

Mao Zedong, da parte sua, ammise addirittura la piena legittimità del controllo di Mosca sul comunismo internazionale:

«Il Partito Comunista cinese», disse, «non è degno di questo ruolo. La Cina ha una grande esperienza in campo rivoluzionario, ma poca nella costruzione del socialismo. Non ha neppure un quarto di Sputnik, mentre l’Unione Sovietica ne ha due».

Infatti, Il mondo non si era ancora abituato ad avere un congegno russo che volava sopra la propria testa, che pochi giorni dopo un missile R–7 portò in orbita il primo essere vivente, la cagnetta Laika. Il programma non fu esattamente un successo perché Laika morì poche ore dopo il lancio per la temperatura raggiunta nel minuscolo abitacolo. Ma questo il mondo lo sa con certezza solo nel 2002. Nel 1957 il blocco occidentale comprese semplicemente che lo spazio poteva essere occupato da macchine e da esseri viventi e che questi non avevano cucita sull’uniforme la bandierina americana.

«Gli americani», sostiene lo storico William Manchester, «si erano cullati nell’idea che la loro superiorità tecnica non sarebbe mai stata a rischio; ebbero invece la sgradita sorpresa di apprendere che nell’Unione Sovietica gli specialisti in missili avevano fatto dama».

Missili balistici e spazio furono quindi due facce della stessa moneta. O meglio della stessa guerra. Oltre al rilancio del programma missilistico americano, una delle prime reazioni allo Sputnik fu infatti la fondazione della NASA. Nel luglio 1958 il presidente Eisenhower creò la National Aeronautics and Space Administration (la NASA appunto), con l’obiettivo primario di accelerare tempi e modi dell’esplorazione spaziale americana, colmando così una lacuna evidente dell’infrastruttura militare. Le intenzioni erano chiare, ma il programma della NASA prevedeva, conformemente agli stanziamenti finanziari, un’esplorazione relativamente lenta e graduale del cosmo. La vera svolta si ebbe infatti solo con John Fizgerald Kennedy.

«Coloro che ci hanno preceduti fecero in modo che questo paese cavalcasse le prime ondate della rivoluzione industriale, le prime ondate delle invenzioni moderne e la prima ondata della forza nucleare, e questa generazione non intende affondare nella risacca della imminente era dello spazio. Noi vogliamo farne parte, noi vogliamo comandarla […]. Gli occhi del mondo guardano ora allo spazio, alla Luna e ai pianeti, e noi abbiamo giurato che non permetteremo che vi campeggi una bandiera ostile di conquista, ma una bandiera di libertà e di pace […]. Ma qualcuno dirà, perché la Luna? Perché l’abbiamo scelta come meta? Ma possono anche chiedere, perché arrampicarsi sulla montagna più alta? Perché 35 anni fa attraversare l’Atlantico? Noi vogliamo andare sulla Luna. Noi scegliamo di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono dure, perché quella meta ci serve per gestire e misurare al meglio le nostre energie e capacità, perché la sfida è di quelle che vogliamo accettare, che non vogliamo rimandare, che siamo decisi a vincere».

Il testo citato è parte del celebre discorso tenuto da John Fizgerald Kennedy il 12 settembre 1962 all’Università di Rice a Houston in Texas, quando il presidente dichiarò di fronte al mondo che la Luna era ormai diventata per il paese una priorità irrinunciabile. Con Kennedy il governo degli Stati Uniti, fino ad allora restio a distogliere molti fondi dalla ricerca sugli armamenti, per indirizzarli verso il costosissimo obiettivo spaziale, cambiò decisamente rotta. Non si conoscono con esattezza le cause di questa sterzata. In parte fu certamente frutto di una strategia elaborata dall’entouragepresidenziale, dato che la propaganda di Kennedy contro Eisenhower si era basata sullo slogan “Let’s get this country moving again”, ossia “Rimettiamo questo paese in moto”. Un’accusa di immobilismo contro l’amministrazione uscente riguardo al piano dello sviluppo missilistico, all’esplorazione spaziale e alle relazioni internazionali.

In parte, però, giocò un ruolo non piccolo anche l’opinione pubblica, che aveva cominciato a pesare tanto quanto la quantità di testate nucleari sparse per il mondo e costantemente dirette verso il blocco avversario. Lo spazio era in sostanza diventato, nell’immaginario collettivo americano, il nuovo Far West. Lo era nelle fiction televisive (perfino nella serie “pacifista” di Star Trek), nei film, nei fumetti e, di conseguenza, anche nella stanza ovale a Washington.

La nuova frontiera vestì finalmente la bandiera americana con il Progetto Apollo, originariamente voluto da Eisenhower, ma decisamente accresciuto in obiettivi e risorse dal nuovo corso democratico. Il costo stimato era di 20 miliardi di dollari, in realtà ne furono spesi più di 30. Il risultato fu una nutrita serie di missioni, inizialmente senza astronauta e poi con equipaggio, che portò, nel 1969, alla prima passeggiata dell’uomo sulla Luna.

A beneficiare del grande successo, costato assai caro alle finanze americane, non fu però un presidente democratico, ma un repubblicano di ferro, Richard Nixon. E anche se la Luna era caduta tra le mani di uno statista tutt’altro che pacifista, la bandiera americana piantata nel Mare della Tranquillità non produsse, a livello geopolitico, il terremoto che a suo tempo aveva creato lo Sputnik. Non lo fece perché, nel frattempo, il clima dellaGuerra Fredda si era fatto un tantino più mite. Entrambi i lati della cortina di ferro, infatti, erano scossi da fenomeni di non poco conto. La guerra del Vietnam si era ormai rivelata per l’America un pantano mortale e Nixon fu infatti il presidente che vi pone fine. In Europa le università erano in rivolta: tutto un sistema di valori sociali, culturali e civili venne messo totalmente in discussione dalle nuove generazioni. Oltre cortina, la Primavera di Pragamostrò al mondo e ai vertici granitici dell’Unione Sovietica quanto malessere serpeggiasse anche nel blocco socialista.

L’indubbia vittoria americana dell’allunaggio capitò quindi in un contesto assolutamente diverso da quello che vide il lancio dello primo satellite artificiale. L’impatto mediatico fu indubbiamente enorme. Non a caso ricordiamo tutti la data del 1969, mentre l’anno dello Sputnik ormai ci sfugge. Dal punto di vista storico–politico però le cose furono diverse, a causa delle difficoltà che attraversavano entrambi i blocchi. Le dichiarazioni che seguirono l’allunaggio, e le altre missioni Apollo, abbandonarono infatti progressivamente i toni della conquista, a favore di messaggi improntati alla pace, alla collaborazione scientifica e alle missioni congiunte. Lo spazio si trasformò da Far West a terreno neutrale di dialogo, fino all’Apollo–Soyuz Test Project, il primo lancio russo–americano, concepito nel 1970 (e quindi l’anno dopo la conquista della Luna) e varato nel 1975. Il grande passo dell’umanità non modificò quindi le sorti della Guerra Fredda, né spostato gli equilibri in gioco, ma inaugurò un periodo di collaborazione scientifica a livello mondiale.

Negli anni Novanta la passeggiata di Armstrong e Aldrin è stata messa in dubbio da vari personaggi: scrittori, giornalisti, inventori autodidatti, come Bill Kaysing, Ralph Rene, David Percy. Costoro e altri, esaminando le relazioni della NASA sulla missione Apollo 11 e, in particolare, la documentazione fotografica, sono arrivati alla conclusione che tutta l’operazione è stata – a loro avviso – un gigantesco falso, una truffa galattica giocata dall’America all’umanità intera. Le basi dell’accusa poggiano sull’osservazione di alcune stranezze nella documentazione prodotta dalla NASA. Ad esempio, perché nelle foto che documentano la passeggiata le ombre degli oggetti vanno in direzioni differenti? Perché gli astronauti non sono stati uccisi dalle radiazioni cosmiche? Come fa la bandiera americana a sventolare in assenza di atmosfera? Perché le fotografie non mostrano la luce delle stelle nello spazio profondo?

Queste e altre domande hanno avuto, sia dalla NASA, sia da altri scienziati indipendenti, risposte più che esaurienti, che non lasciano dubbi sul fatto che l’evento si sia effettivamente verificato. Se avete voglia di controllare personalmente potete consultare il sito della NASA, che offre un ricco dossier sulle missioni Apollo, così come potere leggere quanto elencato nella bibliografia. Insomma sulla Luna nel ‘69 ci siamo veramente andati: tuttavia la cosa interessante è proprio la teoria del complotto lunare in sé, ossia il motivo per il quale è sorta l’idea che la conquista della Luna sia stata in realtà una frode. La Lunar Conspiracy è interessante proprio perché riguarda due pilastri del mestiere di storico: il dovere del dubbio e la critica delle fonti.

Si possono mettere in discussione eventi universalmente accettati come veritieri? Qualsiasi avvenimento? La risposta è assolutamente positiva. Non solo si può, ma è doveroso farlo. Non c’è evento storico che non debba essere accuratamente verificato ed esaminato in tutti i suoi aspetti: dall’esistenza di Cristo alla scoperta dell’America, dalla Shoah alle Foibe. Qualsiasi sia l’oggetto delle ricerche lo studioso di Storia deve sempre verificare l’autenticità delle fonti che lo attestano. A patto, però, di farlo senza chiusure mentali (ossia valutando il fenomeno nel suo complesso) e senza avere in mente una teoria prestabilita.

Quando poi incontra un falso, lo storico deve guardarsi bene dal gettarlo nel cestino. Anzi lo esaminerà ancora più da vicino, rispetto ai documenti autentici, per capire le motivazioni della sua fabbricazione. Ora, presupponendo che Bill Kaysing e gli altri abbiano ragione e che l’allunaggio sia stato abilmente falsificato, dobbiamo chiederci: esistevano storicamente ragioni per farlo? La risposta è anche qui positiva. Con più di 20 miliardi di dollari stanziati e sottratti alla cittadinanza, dopo aver annunciato lo scopo della Missione Apollo 11, dopo aver ottenuto l’attenzione del mondo intero, il governo americano non poteva permettersi di fallire. Per quanto in tono minore, poi, la Guerra Fredda era poi pur sempre in corso: uno smacco avrebbe potuto far pendere pericolosamente la bilancia a favore del nemico.

Lo ha fatto? L’America ha falsificato l’allunaggio? Al di là di tutte le risposte scientifiche ai dubbi espressi dai fautori del complotto lunare, vi è una considerazione di fondo che ci consente di ricordare ancora con tranquillità di spirito il 21 luglio 1969: né gli scienziati russi prima, né quelli del resto del mondo poi hanno mai messo in dubbio l’evento. Attualmente la circolazione delle informazioni del mondo scientifico è tale che la verità non potrebbe non emergere.

Parlando della Guerra Fredda l’esperto di politica internazionale André Fontaine dice:

«Nessuna guerra coinvolse altrettanti popoli o spostò altrettante frontiere, né dirottò verso una folle corsa agli armamenti altrettante risorse che, impiegate diversamente, avrebbero migliorato notevolmente la sorte di miliardi di esseri umani».

Questa considerazione è genericamente condivisibile e sostanzialmente valida per quasi tutti i grandi eventi bellici, se non che le conseguenze degli investimenti nella Guerra Fredda combattuta nello spazio ebbero effettivamente anche un ruolo importante nel migliorare la vita di tutti i giorni, in particolare per quel che riguarda la tecnologia.

Nell’esplorazione spaziale, nella seconda metà del Novecento, gli stati leader dei due blocchi investirono parecchio, ovviamente non per inseguire la conoscenza fine a sé stessa, ma per esplorare nuovi percorsi di dominio sul mondo. Il risultato pratico fu tuttavia un balzo in avanti effettivamente grande, che per pochi decenni sembrò aprire all’umanità i cancelli dello spazio profondo. Spesso nel parlare quotidiano si critica lo spreco di denaro per l’acquisto di armamenti, a discapito, ad esempio, della ricerca scientifica. Nel caso dello spazio è accaduto l’esatto contrario. La guerra ha portato il modulo lunare nel Mare della Tranquillità. La pace, o almeno le guerre attuali contro un nemico poco o nulla interessato allo spazio, ha invece spento i motori di molti razzi. La fine dell’era dei due blocchi ha rallentato inesorabilmente l’esplorazione spaziale, anche se ha indubbiamente liberato l’astronomia e l’astronautica da molti pesanti legami con la politica governativa dei singoli stati.

Negli ultimi anni in America si è sviluppata infatti una certa discussione a proposito delle scelte del governo Kennedy. È stato osservato, a esempio, che l’impegno finanziario sull’esplorazione spaziale fu eccessivo, le ricadute inadeguate e che tale scelta modificò la struttura stessa della ricerca spaziale e astronautica americana, trasformando la NASA da un ricco centro di ricerche governativo a una struttura immensa, rigida, difficile da snellire e scarsamente capace di rinnovarsi.

Anche nel passato scienza e potere sono andati spesso a braccetto, nella misura in cui allo scienziato servivano finanziamenti per fare gli esperimenti, acquistare materiale, o semplicemente vivere. Ma nella prima era dell’esplorazione spaziale questo legame è diventato, in entrambi i blocchi, una gabbia a maglie strettissime che in seguito, in entrambi i blocchi, ha in parte soffocato l’anelito dell’uomo verso lo spazio.

Bibliografia

 

  • Bill Kaysing e Randy Reid, We Never Went to the Moon: America’s Thirty Billion Dollar Swindle, Health Research Books, Pomeroy (WA) 1997
  • William Manchester, Portrait of a president: John F. Kennedy in profile, Mac. Fadden – Bartell, New York 1967
  • William Manchester, The glory and the dream: a narrative history of America 19321972, Bantam Books, Toronto 1975
  • Richard W. Orloff, David Michael Harland, Apollo: the definitive sourcebook, Springer Science & Business, 2006
  • Philip Plait, Bad Astronomy: Misconceptions and Misuses Revealed, from Astrology to the Moon Landing “Hoax”, John Wiley & Sons, Hoboken (NJ) 2002
  • Gerhard Wisnewski, One Small Step? The Great Moon Hoax and the Race to Dominate Earth from Space, Clairview Books, Forest Row 2007
  • Giovanni Fabrizio Bignami, L’esplorazione dello spazio, Il Mulino, Bologna 2006
  • Walter A. McDougall, Commentary: The Cold War Excursion of Science, in «Diplomatic History», 24 (2000)
  • Jean Baptiste Duroselle, Dalla guerra fredda alla coesistenza (1945–1970), in L’eta contemporanea, vol. 13, Utet, Torino 1975
  • Giuseppe Vottari, La guerra fredda, Alpha test, Milano 200

 

Musiche impiegate

  • Ian Rushton, All That You Need
  • Josh Kirkland Band, Hardtime Blues
  • George Fletcher & Bourbon Renewal, Dangerous Thing
  • Barry Mc Cabe, Kissin In Your Sleep
  • Speech on the Moon, NASA – Neil Armstrong / 21-7-1969, frammento di 12”
  • Sputnik’s Bip Bip, RKA -URSS / 04-10-1957, frammento di 9”
  • Speech at Rice University, Rice Un. – J. F. Kennedy / 12-9-1962, frammento di 1′ 33”
  • Morning Spy, Daughters of History
  • Ian Rushto, A Tune for Taylor