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06 – la conquista del mondo: le grandi scoperte geografiche

A partire dal 1492 si apre convenzionalmente l’Età Moderna, caratterizzata dall’avanzamento delle conoscenze geografiche, fisiche, matematiche e astronomiche. E chi è il protagonista di questo nuovo corso? Ovviamente l’esploratore, simbolo dell’uomo rinascimentale, animato dalla sete di sapere, ribelle ai limiti imposti dalla tradizione, desideroso di avventurarsi alla ricerca del nuovo e dell’ignoto, spinto dalla curiosità e dal senso di meraviglia per quello che si andava scoprendo. Fin dalla prima avventura atlantica, le scoperte geografiche si sono impresse nell’immaginario collettivo e nella cultura generale della nostra civiltà.

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«Cosicché, poiché il nostro Redentore ha dato questa vittoria ai nostri illustrissimi Re e Regina e ai loro Regni, che saranno famosi per tanto alto fatto, tutta la Cristianità deve rallegrarsi e celebrare grandi feste e ringraziare solennemente e con molte orazioni la Santa Trinità per l’esaltamento che avrà con la conversione di tanti popoli alla nostra santa fede e inoltre per i beni materiali che ne deriveranno, perché non solo la Spagna, ma tutti i Cristiani troveranno qui sollievo e guadagno».

È il 15 febbraio del 1493 quando Cristoforo Colombo, di ritorno dal suo primo viaggio alla ricerca delle Indie, scrive queste righe ai suoi finanziatori e sovrani, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Siamo a pochi mesi dalla scoperta dell’America o, per essere esatti, dalla prima traversata atlantica che ha toccato le coste del continente, in seguito denominato americano. Ovviamente dopo le traversate nordiche attuate dai Vichinghi all’alba del Mille.

Colombo avvisa i re di Spagna dell’impresa e lo fa sottolineando i valori che hanno spinto le sue vele: la potenza del regno, la volontà di convertire altri popoli, le possibilità di guadagno.

La prima avventura atlantica, le scoperte e le imprese geografiche che la precedono e la seguono si sono impresse nell’immaginario collettivo e nella cultura generale come eventi che hanno segnato un passaggio storico epocale: quello tra Medioevo ed Età Moderna. Nell’opinione comune la data del 1492 ha cambiato la Storia; è vero? E se sì, perché?

La risposta sembra in realtà fin troppo facile. Sentiamo ad esempio come la spiega lo storico Roberto Bizzocchi:

«La scoperta dell’America è un evento di importanza capitale […] soprattutto nel medio e lungo termine. Si tratta di uno dei momenti decisivi della costruzione di quel mondo globalizzato nel quale oggi ci accorgiamo, anche più che in passato, di vivere. Dopo di allora l’economia europea prese una dimensione planetaria e questo ebbe ripercussioni determinanti anche sugli scontri e gli equilibri di potere nel Vecchio Continente […]. Sul piano culturale le nuove scoperte furono altrettanto influenti: l’intera visione del mondo propria degli uomini del Medioevo fu scossa dalla constatazione dell’esistenza di terre e popoli estranei all’orizzonte della Bibbia».

Alla fine del Quattrocento l’Europa appare ancora chiusa nei suoi confini geografici e mentali. Ma al passaggio del secolo le barriere si rompono e le rotte occidentali e orientali degli esploratori aprono la strada ad altre rotte, quelle dei filosofi, dei letterati e degli scienziati. Dietro questo fatto, apparentemente lineare e incontestabile, ci sono tuttavia alcuni aspetti nascosti.

Sottolineare le scoperte geografiche europee come apripista di un passaggio epocale significa, infatti, avere della Storia una visione del tutto particolare: quella che ha come centro l’Europa e come idea di fondo la convinzione che il destino dell’uomo sia segnato dall’avanzare del progresso, ovviamente europeo–occidentale. Se si sottolinea l’importanza del 1492 come data chiave, si pensa all’Età Moderna come a un’epoca di progresso, segnato dall’espansione dei confini, dalla rottura di vecchi schemi mentali, dall’avanzare di conoscenze geografiche, cartografiche, matematiche e astronomiche.

E chi è, in questa visione positiva, il primo protagonista di questo nuovo corso? Ovviamente l’esploratore, simbolo dell’Uomo Rinascimentale, animato dalla sete di sapere, ribelle ai limiti imposti dalla tradizione, desideroso di avventurarsi alla ricerca del nuovo e dell’ignoto, spinto dalla curiosità, dal senso di meraviglia per quello che si andava scoprendo. Così si legge, ad esempio, nella lettera che Amerigo Vespucci scrive nel 1501 a Pier Soderini, Gonfaloniere di Firenze, raccontandogli i due viaggi fatti per il re di Portogallo.

«Volendo raccontare le cose ch’in questa costa viddi e quello che passammo, non mi bastarebbono altretanti fogli: e in questa costa non vedemmo cosa di profitto, eccetto infiniti arbori di verzino e di cassia, e altre maraviglie della natura che sarìa lungo raccontare».

Allo stesso modo si ritrova l’attenzione all’astronomia, essenziale alla navigazione oceanica, ma anche fonte di curiosità scientifica.

«E tanto andammo verso l’Ostro che già stavamo fuori del Tropico di Capricorno, donde el polo antartico s’alzava sopra l’orizonte di 32 gradi, e di già avevamo perduto del tutto l’Orsa Minore, e la Maggiore ci stava tanto bassa che apena si mostrava al fine dell’orizonte, e ci reggevamo per le stelle dell’altro polo dell’antartico, le quali sono molte e molto maggiori e piú lucenti che quelle di questo nostro polo; e della maggior parte di esse trassi le lor figure».

Ma se ci fermassimo allo spirito di avventura, al coraggio e alla curiosità dei protagonisti avremmo una visione distorta di quello che furono le imprese geografiche dell’Età Moderna. La molla che proietta l’Europa fuori dai suoi confini è infatti essenzialmente economica e nasce dalla necessità di aggirare i filtri che rendono costoso l’arrivo in Occidente delle spezie orientali: gli Arabi, i Turchi, i Veneziani. A questo scopo si impegna in prima linea il Portogallo che, fin dagli inizi del Quattrocento, incentiva la scuola navale e l’astronomia allo scopo di trovare la rotta delle spezie, ossia un passaggio per l’India intorno alla punta meridionale dell’Africa. I regni europei, quindi, sanno benissimo dove vogliono andare e che cosa fare. Solo non sanno come.

Sono proprio le imprese portoghesi lungo le coste africane le prime a rompere gli ostacoli mentali e materiali più forti alla navigazione oceanica: il più tenace di tutti è l’idea che le correnti oceaniche favoriscano l’andata ma impediscano il ritorno. A partire dal 1419 vengono così organizzati viaggi commerciali ed esplorativi regolari lungo la costa occidentale africana. Nel 1434 Gil Eanes oltrepassa Capo Bojador e, cosa ancor più importante, ritorna. Nel 1445 le navi portoghesi arrivano in Senegal, in Gambia e a Capo Verde.

Ci vogliono però ancora diversi anni perché la rotta sia aperta. Man mano che si procede nella scoperta di nuove coste si rinnovano anche i metodi di navigazione e si costruiscono nuovi vascelli. La lentezza del viaggio di ritorno, ostacolato da venti e correnti contrari, costringe infatti le navi ad abbandonare la navigazione in vista della costa per descrivere ampi archi in pieno oceano, dove l’unico orientamento possibile è quello fornito dagli astri. Alla navigazione astronomica si accompagna il perfezionamento dei vascelli che hanno nella caravella il prodotto migliore.

Più piccola della caracca, attrezzata con due o tre alberi dotati di vele quadrate fisse e vele triangolari facilmente manovrabili che consentono, quindi, il cambio del bordo col vento in prua, la caravella si rivela adatta ai viaggi di lunga distanza, grazie anche alla sua solidità e alle alte fiancate. Dietro alla costruzione di una nave, però, non c’è solo un impegno tecnico, ma anche un impegno economico ingente e non è quindi un caso che allacaravella si affianchi, in poco tempo, il galeone, un poderoso veliero da guerra progettato proprio per affrontare l’oceano. Grande, ma agile e armato da batterie di colubrine, è utilizzato in maniera massiccia per accompagnare la conquista delle terre che si vanno scoprendo e, ovviamente, per allontanare con la forza le flotte dei regni rivali.

Nel 1488 il portoghese Bartolomeo Diaz riesce a circumnavigare il Capo di Buona Speranza, mentre il suo connazionale Pietro da Covilhã raggiunge Calcutta via terra: non resta quindi che unire le due parti del viaggio. Vi riesce, com’è noto, Vasco de Gama, partito da Lisbona l’8 luglio 1497 e arrivato a Calcutta nel maggio successivo. Non si tratta però di un viaggio in Terra Incognita. Fino a Capo di Buona Speranza lo accompagna Bartolomeo Diaz. A Mombasa viene intercettato e ostacolato da commercianti arabi (che quindi avevano ben presente il pericolo dell’espansionismo portoghese). Vedendolo in difficoltà, il sultano di Malindi gli mette allora a disposizione un navigatore esperto. Portoghese? No, yemenita: Ahmad ben Majād al–Najdā che lo aiuta ad arrivare allo stato di Kerala, in India.

Ancor più illuminante è il secondo viaggio di Vasco de Gama, del 1502, fatto con una flotta di 21 navi da guerra, punteggiato da atti di pirateria contro le navi arabe, caratterizzato dalla costruzione di guarnizioni militari lungo la costa africana e conclusosi con la vittoria navale contro la flotta di Calcutta, colpevole di ribellarsi al predominio portoghese. Quindi, per aprire le rotte commerciali e occupare postazioni chiave per il controllo di queste rotte, si usano tutti i mezzi: accordi commerciali, violenza, conversioni più o meno forzate e inganno. Curioso, ad esempio, lo stratagemma utilizzato da Bartolomeo Diaz nel suo viaggio verso Capo di Buona Speranza: imbarca 2 uomini e 4 donne di colore, catturati sulla costa occidentale africana, li alimenta e li veste riccamente, in modo che possano testimoniare alle popolazioni del sud la bontà e la magnificenza dei portoghesi.

Tristemente note sono poi le violenze perpetuate da Cristoforo Colombo, a nome del Regno di Spagna, sulla popolazione indigena delle Bahamas, gli indiani Arawak (all’epoca chiamati Tainos). È stato calcolato che dei 300.000 presunti Arawak del 1492 ne arrivano vivi, al 1508, solo in 60.000.

Chiaramente non manca anche la violenza derivata dalla rivalità nella corsa all’oro del Nuovo Mondo, presente fin dai primi momenti. Tra i tanti episodi il più curioso è quello della misteriosa scomparsa di Giovanni Caboto. Nel 1497 Caboto compie la traversata atlantica settentrionale per conto dell’Inghilterra ma, nel corso del secondo viaggio – l’anno dopo –, sparisce misteriosamente. La sua scomparsa resta ancora oggi un mistero anche se, per lo storico spagnolo Martin Fernández de Navarrete, Caboto potrebbe essere stato intercettato dalla spedizione spagnola verso i Caraibi del 1499, guidata da Alonso de Ojedam, Juan de la Cosa e Amerigo Vespucci. Costoro, secondo Martin Fernández de Navarrete, trovarono Caboto al largo della penisola di Gaujira, nel nord della Colombia, e qui lo uccisero.

Tutti sanno che la prima circumnavigazione del globo si deve a Ferdinando Magellano, portoghese al servizio della corona spagnola. Pochi sanno, però, che la missione in realtà fallisce proprio per lo scopo e la strategia di espansione commerciale e di conquista che anima il viaggio. La Spagna autorizza infatti il viaggio di Magellano non certo per finalità scientifiche – sperimentare la circumnavigazione del globo –, ma per verificare l’esistenza di un passaggio tra l’Atlantico e il Pacifico e cercare così una nuova via marittima per le isole delle spezie. Punteggiata da violenze e da morti, la spedizione di Magellano procede più lenta del previsto. Giunto nelle Filippine, il portoghese riesce a convertire il rajah dell’isola di Cebu, ma così facendo scatena una rivolta della vicina isola di Mactan. Nel tentativo di sottometterla con la forza viene ucciso. Solo la nave Victoria, delle cinque che facevano originariamente parte della sua spedizione, ritorna a Siviglia dopo 2 anni, 11 mesi e 3 giorni di navigazione: dal punto di vista economico troppo tempo. Ma tra i sopravvissuti vi è colui che, nel bene e nel male, ha veramente fatto della circumnavigazione un’impresa storica: Antonio Pigafetta, il primo esploratore pagante di cui si abbia conoscenza. Veneziano, curioso, colto, Pigafetta chiede di partecipare alla spedizione di Magellano pagandosi il viaggio di tasca sua, spinto (da vero Uomo Rinascimentale) dalla curiosità di visitare terre remote. Si conquista la stima di Magellano al punto di diventare suo criado, ossia uomo di fiducia. Sopravvissuto ai disastri, alle malattie e alle violenze, scrive la Relazione del primo viaggio intorno al mondo che diffonde per tutta l’Europa la notizia che la Terra è improvvisamente diventata più piccola e meno sconosciuta.

«Perché sono molti i curiosi […], che non solamente se contentano de sapere e intendere le grandi ed ammirabili cose che Dio me ha concesso di vedere e patire ne la […] mia longa e pericolosa navigazione, ma ancora vogliono sapere li mezzi e modi e vie che ho tenuto ad andarvi, […] saperà vostra Illustrissima Signoria, che, ritrovandomi nell’anno della natività del Nostro Salvatore 1519 in Spagna, in la corte del serenissimo re dei Romani […], avendo io avuto gran notizia per molti libri letti e per diverse persone […] de le grandi e stupende cose del mare Oceano, deliberai […]far esperienzia di me e andare a vedere quelle cose, che potessero dare alcuna satisfazione a me medesimo e potessero partorirme qualche nome appresso la posterità».

In sostanza, quelle che noi chiamiamo comunemente scoperte geografiche sono, in realtà, tappe dell’espansione e della costruzione del predominio europeo su tutto il pianeta, durate fino al secolo scorso. Sono quindi alla base del colonialismo, dello sfruttamento della manodopera, della tratta degli schiavi, del genocidio di intere etnie, della scomparsa di regni e civiltà. Se la scoperta dell’America da una parte allarga l’orizzonte geografico e mentale dell’Europa, dall’altra costituisce anche un evento epocale, sì, ma in negativo, per gli indiani Arawak. I viaggi settentrionali di Caboto aprono la strada alla colonizzazione inglese dell’America del Nord, con tutto quello che questa ha significato per le popolazioni native.

Nel 1980 l’americano Howard Zinn scrive A People History of the Unite’s States of America, un volume in cui la storia degli Stati Uniti è vista dal punto di vista di chi è sempre stato trascurato dai libri di Storia: gli indigeni americani, gli schiavi neri, le donne, i lavoratori, sia nativi che immigrati. Nel capitolo dedicato a Colombo, Zinn sottolinea con forza tutti i caratteri negativi dei suoi viaggi e le conseguenze nefaste che ebbero sulla popolazione nativa.

«Cosa voleva Colombo?», si domanda Zinn. «Non è difficile determinarlo! Nelle prime due settimane del suo giornale di bordo c’è una sola parola che ricorre 75 volte: oro».

Il volume di Zinn ha scatenato numerose polemiche negli States, ma non altrettante in Europa. Come mai? Probabilmente perché nei libri di storia europei la visione gloriosa e positiva delle imprese geografiche rinascimentali è già abbandonata da un pezzo. Se si sfoglia un qualsiasi manuale di Storia si incontra, di quelle imprese, una visione a tutto tondo che ne evidenzia le ragioni profonde, economiche e commerciali e le ricadute positive e negative. In sostanza Zinn dice qualcosa che gli storici sanno già da tempo e anche lui se ne rende conto:

«Fatemi parlar chiaro», dice infatti. «Per me la storia di Colombo è importante per quello che ci dice di noi stessi, sul nostro tempo e sulle decisioni che prenderemo per il nostro paese nel prossimo secolo».

In sostanza, quello che gli interessa è il presente. Zinn scopre, in altre parole, un nuovo Colombo, che gli serve però per contestare le celebrazioni colombiane del suo tempo, volute dalle istituzioni e usate come corroboranti della linea americana di politica estera, che, secondo lo studioso, è fortemente imperialistica e animata dallo stesso spirito di conquista delle esplorazioni spagnole del passato. Si dichiara perciò contro la celebrazione di quei viaggi come icona di un progresso dell’umanità.

Dal 1971 a Denver, in Colorado, ogni secondo lunedì di ottobre ricorre la Giornata di Colombo. Le comunità italo–americane festeggiano, con parate tricolori, lo scopritore dell’America. Ma nel 2000 un folto gruppo di nativi americani decide di contestare l’evento. Di fronte al rifiuto degli organizzatori della manifestazione di togliere il riferimento a Colombo dalle celebrazioni, 140 persone, protagoniste di un sit–in di protesta, vengono arrestate.

Il nodo della polemica, quindi, non è la conoscenza storica, ma l’uso che si fa di una conoscenza storica parziale, redatta a proprio uso e consumo nel presente. Si contesta l’idea del progresso derivato dalla conquista, che giustifica operazioni di spartizioni del mondo o dell’universo. All’indice può essere il Trattato delle Tordesillas del 1494, con cui si fissa la sfera di influenza del mondo di Spagna e Portogallo, ma anche accordi e simboli più recenti, come la bandiera americana piantata sul suolo lunare nel 1969, quasi a dichiarare la volontà di occupazione dell’universo intero.

È da notare che una storia delle esplorazioni geografiche fatta secondo l’ottica di Zinn, ossia dal punto di vista dei conquistati, delle vittime, è altrettanto inaccettabile di quella descritta nell’ottica di conquista della fede o di gloria dell’Europa. Accettare un solo punto di vista nel raccontare la Storia è l’errore più grave che si possa fare.

Nel 1992 gli storici Maurizio Parenti e Marco Tangheroni scrivono sulla rivista Cristianità un articolo intitolato Cristoforo Colombo, ammiraglio genovese e “defensor fidei”. In questo articolo cercano di parare i colpi che arrivano da varie voci (protestanti, radicali, laici), sulla spinta data dalla Chiesa Cattolica alla conquista e all’evangelizzazione del Nuovo Mondo. Nel farlo, riscoprono il Colombo religioso, esportatore della fede, profondamente convinto della bontà, agli occhi di Dio, delle sue imprese. In sostanza, scoprono un Colombo più medievale che rinascimentale, e sottolineano, giustamente, come sia assurdo pretendere dallo scopritore dell’America un comportamento o una mentalità moderni, diversi da quelli espressi dagli europei del tempo.

È vero, Colombo commette delitti atroci in nome di Dio: ma il suo comportamento deve essere considerato valutando il periodo e il contesto in cui vive. Lo possiamo giudicare con il nostro metro? Parenti e Tangheroni, alla domanda che oggi – con intenti spesso polemici – viene insistentemente ripetuta: Fu vera gloria?, rispondono nel loro saggio che: Sì, fu vera gloria.

Per noi invece la domanda non si dovrebbe proprio porre. Non ha senso porla. Abbiamo proprio bisogno di eroi senza macchia? O ci basta conoscere le ragioni e le spinte che hanno mosso i nostri avi?

Bibliografia

  • Giornale di bordo di Cristoforo Colombo (1492–1493), a cura di Rinaldo Caddeo, Bompiani, Milano 1939
  • Lettere autografe di Cristoforo Colombo nuovamente stampate, Daelli, Milano 1863
  • Amerigo Vespucci, Lettera a Piero Soderini: Lisbona, sett. 1504, secondo il cod. 2. 4. 509 della Bibl. Naz. di Firenze, a cura di Giuseppe Sergio Martini, L. S. Olschki, Firenze 1957
  • Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo, a cura di Camillo Manfroni, Alpes, Milano 1929
  • Roberto Bizzocchi, Guida allo studio della Storia Moderna, Laterza, Roma–Bari 2002
  • Aldo Andrea Cassi, Ultramar. L’invenzione europea del Nuovo Mondo, Laterza, Roma Bari 2007
  • Eugenio Giusti, La religiosità di Cristoforo Colombo tra realtà storica e rappresentazione, in «Italica», 69/3 (1992), pp. 394–409
  • Thomas Hugh, I fiumi dell’oro. L’ascesa dell’impero spagnolo, Mondadori, Milano 2006
  • Identità del nuovo mondo, a cura di Francesca Cantù, Viella, Roma 2007
  • Massimo Livi Bacci, Conquista. La distruzione degli indios americani, Il Mulino, Bologna 2005
  • Howard Zinn, A People’s History of the United States of America, Harper Perennial, NewYork 1980, trad. italiana Net, Milano 2007

Musiche impiegate

  • Alan J. Moore, Rievaulx
  • João, Viva Portugal
  • Ian Rushton, Erin’s Theme
  • Morning Spy, Daughters of History