03 – Sacco e Vanzetti: una storia di ordinaria ingiustizia

Il 23 agosto 1927, pochi minuti dopo la mezzanotte, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani negli Stati Uniti, di idee anarchiche, vengono giustiziati a Dedham, Massachusetts. Accusati di aver assassinato, a scopo di rapina, due persone il 15 Aprile 1920, i due uomini vengono però condannati dopo un processo palesemente ingiusto e irregolare. Nessuna prova decisiva, infatti, verrà portata dall’accusa nei confronti dei due anarchici, ma questo non sarà sufficiente a salvare loro la vita. La loro sorte sarà, in realtà, decisa solo dalla paura nei confronti di idee considerate pericolose e sovversive.

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 «If it had not been for this thing, I might have lived out my life talking at street corners to scorning men. I might have died, unmarked, unknown, a failure. Now we are not a failure. This is our career and our triumph. Never in our full life can we hope to do such work for tolerance, justice, for man’s understanding of man, as now we do by accident. Our words – our lives – our pains – nothing! The taking of our lives – lives of a good shoemaker and a poor fish peddler – all! That last moment belong to us – that agony is our triumph».

Era l’ultima dichiarazione di Bartolomeo Vanzetti, rilasciata a un giornalista nel 1927, pochi giorni prima di morire sulla sedia elettrica insieme a Nicola Sacco. Sette anni prima erano stati entrambi accusati di rapina a mano armata e di duplice omicidio, reato per il quale erano stati condannati a morte, in seguito a un processo clamorosamente scorretto.

La vicenda di Sacco e Vanzetti, il rifluire della loro vita passata nel nostro presente e i modi diversi in cui in cui il presente la ricorda e la usa, è di grande interesse.

Potremmo iniziare a raccontarla in molti modi, partendo dalla disastrata economia italiana tra Otto e Novecento che costrinse migliaia di italiani a fare le valigie – rigorosamente di cartone – e a salire su un transatlantico alla ricerca di fortuna e di un futuro diverso. Ma si potrebbe anche iniziare col diffondersi, in Italia e in America, degli ideali anarchici, più o meno mescolati con istanze socialiste e sindacaliste, che trovarono nutrimento nelle condizioni miserevoli in cui versavano gli operai in entrambi i paesi. Ma iniziamo invece nel modo più semplice, partendo dall’istante che condizionò gli ultimi anni di vita di Sacco e Vanzetti e che, contemporaneamente, decretò anche la loro notorietà.

Sono le tre del pomeriggio del 15 Aprile 1920, a South Baintree, Massachussets. Frederick Parmenter, impiegato del calzaturificio Slater & Morrill, e Alessandro Beradelli, guardia giurata, stanno trasportando 16.000 dollari destinati alle paghe del personale. All’improvviso due uomini, con abiti e cappelli scuri, si avvicinano e li uccidono a sangue freddo con sette colpi di pistola. I banditi afferrano le scatole con il denaro e salgono, insieme a un terzo complice, su una Buick su cui siedono altri due uomini. La banda si dilegua in fretta.

I poliziotti seguono due piste, a loro avviso convergenti: la prima riguarda l’auto, una Buick rubata l’anno precedente e utilizzata in un’altra rapina a Bridgewater, alla vigilia del Natale 1919. La seconda è alimentata dalla pura ideologia e in particolare dalla convinzione che i crimini siano opera di elementi radicali che intendono autofinanziarsi. Le indagini così impostate portano all’arresto, il 5 maggio 1920, nei pressi di un garage a sud di Boston – dove però non c’è una Buick, ma una Overland –, di due immigrati italiani, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, noti anarchici. Entrambi sono armati di pistole e di volantini per la propaganda politica. In particolare Vanzetti ha una revolver Harrington & Richardson, Sacco una Colt automatica.

Nel corso dell’interrogatorio i due cadono in contraddizione, mentono o sono estremamente reticenti nel rispondere. Solo in seguito se ne capiranno i motivi. Innanzitutto non vengono loro letti i capi d’accusa e quindi, non sapendo di essere stati arrestati per le rapine di Bridgewater e South Bantree, pensano di essere trattenuti per motivi politici. In secondo luogo entrambi parlano poco e male l’inglese e probabilmente non comprendono buona parte delle domande.

Incontriamo così, poche ore dopo l’arresto, i due cardini su cui si sviluppa tutta l’amara vicenda di Sacco e Vanzetti: la condizione d’immigrati e la causa politica.

Partiamo dalla prima. Bartolomeo Vanzetti nasce nel 1888 a Villafalletto, nel cuneese, da una famiglia di agricoltori. Da giovane entra in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre, decide di partire per l’America. È il 1908. Nello stesso anno arriva nella terra promessa anche Nicola Sacco, pugliese, classe 1891. Nordico e istruito il primo, meridionale, culturalmente più impreparato il secondo, sbarcano in America pieni di una speranza che la realtà avrebbe presto smorzato, accendendo però in loro il fuoco dell’attivismo politico. Entrambi si stabiliscono nel Massachussets e si arrangiano come possono. Vanzetti come manovale in cucina e in fabbrica. Sacco come impiegato in un calzaturificio. Immigrati, italiani, vicini alle idee anarchiche, Sacco e Vanzetti hanno tutte le carte in regola per essere di fatto emarginati e odiati dalla popolazione indigena, che pure ha bisogno del loro lavoro. Rimangono quindi fatalmente isolati dal contesto in cui vivono, al punto da non riuscire neppure a impararne decentemente la lingua. Così scrive Vittorio Zucconi:

«Per andare a morire in America, il calzolaio e il pescivendolo fecero un lungo viaggio. Nicola dalla Puglia, Bartolomeo dal Piemonte. Sbarcarono a 17 anni nella Boston del 1908 senza conoscersi, senza neppure sapere perché ci fossero andati, soltanto due “dego” come chiamavano con disprezzo gli italiani, due immigrati senza permesso, due extra–americani andati a infettare con le loro abitudini, la loro religione e le loro idee pericolose una nazione che aveva bisogno di molte braccia a poco prezzo e per questo ne aveva paura».

I due “dego” si conoscono nel 1917 in Messico, dove sono fuggiti per evitare l’arruolamento nella Grande Guerra. Quello che per l’accusa diventerà prova evidente di vigliaccheria e anti–patriottismo, è in realtà una scelta coerente e obbligata per chi ritiene – come i due italiani – che la guerra sia solo il mezzo con cui il potere riesce ad asservire i popoli e a sfruttare i lavoratori. Ma per Sacco e Vanzetti il Messico è anche la chiave di volta della loro esistenza. Nell’esilio si incontrano infatti due anime gemelle, unite, più che dalle comuni origini, dalla dura vita che vivevano negliStates, dal dolore e dallo sfruttamento che segnano i loro connazionali immigrati, e dalla convinzione che si debba far qualcosa per cambiare questa condizione.

Ma torniamo alla vicenda. Vanzetti viene imputato di entrambe le rapine, Sacco solo della seconda perché la vigilia di Natale del 1919 lavorava. Anche Vanzetti presenta il medesimo alibi e porta a suo discapito una serie di testimoni che, però, non vengono creduti, perché italiani e amici suoi. Da parte dell’accusa, sostenuta da Frederick Katzmann, vi sono solo testimonianze fumose e incerte, ma bastanti: per la rapina di Bridgewater il giudice Webster Thayer condanna Vanzetti a 15 anni di prigione.

Si apre quindi il secondo processo, quello relativo a South Bantree: il copione è identico, come identici sono giudice e procuratore, Thayer e Katzmann. Tre le linee di accusa. Prima: vi sono testimoni che dichiarano che o Sacco o Vanzetti erano sul luogo del reato. Seconda: i proiettili che per gli esperti dell’accusa potrebbero, forse, essere stati sparati dalla Colt di Sacco. Terza: il comportamento da colpevoli che gli imputati manifestano al momento dell’arresto, il fatto che fossero armati e che avessero mentito negli interrogatori.

Per rispondere a quest’ultima strategia dell’accusa, la difesa deve per forza spiegare alla giuria perché i due fossero armati e le idee anarchiche degli imputati, viste con grande avversione nel clima politico di quegli anni. Ed è questo che, più di ogni altra cosa, determina la loro condanna. Siamo nel 1920, la rivoluzione Russa è in piena marcia e negli Stati Uniti “The Red Scare” – “La Paura Rossa” – sta montando.

Ma chi sono in realtà gli anarchici? Gli anarchici – sostiene Pëtr Alekseevic Kropotkin, uno dei più importanti teorici di questa ideologia – vagheggiano una società in cui i rapporti reciproci fra i suoi membri siano regolati non da leggi, non da autorità, auto–nominate o elette, ma da accordi reciproci fra i membri di quella società e da un complesso di usanze e costumi non pietrificati dalla legge, dall’abitudine o dalla superstizione, ma in continuo processo di sviluppo e adattamento. Nessuna autorità, dunque. Non governo dell’uomo da parte dell’uomo. Non cristallizzazione e immobilità. Ma un’evoluzione continua.

Il rifiuto dell’autorità nella convinzione che sia possibile una convivenza sociale senza leggi, senza sfruttamento, senza proprietà privata: questi, in estrema sintesi, i cardini dell’anarchia che fiorisce in Europa nella prima metà dell’Ottocento. Il concetto pare semplice e chiaro, ma in realtà non lo è per nulla. Al di là di questo fulcro centrale, a cui più o meno tutti si richiamano, i risvolti pratici della teoria sono infatti disparati. Tutti gli anarchici negano l’autorità, molti, però, la combattono anche. Alcuni col solo esempio di un’esistenza coerente ai dettami dell’anarchia, altri legandosi ai movimenti operai, o socialisti, o sindacalisti, altri ricorrendo alla violenza. In particolare nel Nord America, al tempo di Sacco e Vanzetti, l’idea anarchica è seguita in due modi tra loro nettamente separati.

Il primo è quello degli intellettuali americani che vagheggiano comunità pacifiche e autosufficienti che possano consentire la piena espressione dell’individuo svincolato dalle leggi e dallo stato. Il secondo è quella degli immigrati, arrivati sull’East Coast a bordo dei transatlantici che portano i disperati d’oltre oceano. È un’anarchia di marca diversa, se non opposta alla precedente, legata alla visione socialista, al movimento sindacale e all’accettazione della violenza come strumento di lotta. Nei giornali anarchici si diffondono inviti a lanciare bombe, lodi alla dinamite e istruzioni per fabbricare il TNT. Da parte governativa la repressione si fa progressivamente più dura e il pregiudizio contro anarchici e immigrati, aggettivi avvertiti come equivalenti, cresce. La prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Russa diffondono la diffidenza e la paura, ovviamente rossa, verso lo straniero e armano la mano del ministro della Giustizia, Palmer, che rispedisce nei rispettivi paesi di origine, senza processo, centinaia di anarchici.

Sacco e Vanzetti fanno pienamente parte dell’attivismo anarchico che crede nella reazione violenta allo stato. Su questo non ci sono dubbi. Nel 1905 Luigi Galleani, fondatore della rivista anarchica Cronaca sovversiva, pubblica La Salute è in voi!, un manuale per costruire bombe. Sacco e Vanzetti sono suoi seguaci, partecipano alle sue manifestazioni, raccolgono fondi per la sua causa e distribuiscono materiali propagandistici del suo gruppo. Non partecipano però direttamente ad azioni violente. Sono armati, è vero, ma il clima politico è tale che lo fanno – dichiarano – per paura. Poco prima di South Bantree, infatti, un anarchico del gruppo di Galleani, Andrea Salsedo, è morto in circostanze poco chiare mentre era sotto la custodia del dipartimento di Giustizia di New York. Insomma, motivi di diffidenza da ambedue le parti non mancano.

Tutto il processo, comunque, si fonda praticamente solo sulle idee di Sacco e Vanzetti e sul modo in cui intendevano portarle avanti. Gli alibi dei due imputati vengono scartati perché basati su testimoni italiani e, quindi, nemici. Le perizie sui proiettili sono abilmente manipolate. La diserzione dalla guerra, il desiderio di Sacco di tornare dalla famiglia rimasta in Italia, tutto viene piegato dalla paura e dal pregiudizio fino al verdetto finale di colpevolezza e alla conseguente condanna a morte. Siamo nel luglio del 1921.

Nonostante gli appelli, la contestazione accurata di tutte le prove a carico, nonostante persino la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che ammette di aver preso parte alla rapina di South Bantree e di non aver mai visto Sacco e Vanzetti, la giustizia fa il suo corso. A nulla valgono la mobilitazione, negli anni successivi, della stampa, la creazione di comitati per la liberazione degli innocenti, le manifestazioni di piazze e gli appelli più volte lanciati dall’Italia e da altri paesi europei. Sacco e Vanzetti siedono sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 a Dedham, Massachusetts, pochi minuti dopo la mezzanotte.

 «Io non augurerei a un cane o a una serpe, alla più infima e sfortunata creatura della terra, non augurerei ad alcuno di loro quello che ho sofferto per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale ed in effetti io sono un radicale. Ho sofferto perché sono un italiano e in vero sono un italiano […]. Se poteste uccidermi due volte ed io potessi rinascere altre due volte, vivrei ancora per fare ciò che ho già fatto».

Così dichiara Vanzetti nelle ultime fasi del lungo processo.

La fine dei due anarchici segna però l’inizio di un’altra storia. La loro morte scatena reazioni indignate, rivolte più o meno silenziose, ma anche prese di posizione stizzite dei conservatori. Si riaprono sulla carta stampata, in musica e sugli schermi cinematografici e televisivi innumerevoli dibattiti per la riabilitazione o la conferma della condanna. Inizia, in sostanza, il loro processo di santificazione laica con relativo corredo di reazioni opposte.

Il loro caso, nel 1928, ispira al noto scrittore politico Upton Sinclair il romanzo Boston, ancora oggi un testo imprescindibile per chi voglia approfondire la vicenda.

Nel 1946–47 Woody Guthrie, famoso folksinger americano, pubblica Ballads of Sacco and Vanzetti, un album in cui celebra il ricordo dei due italiani, simbolo dell’ingiustizia. Ma la canzone esce in realtà solo nel 1964.

Nel 1971 viene girato un film da Giuliano Montaldo, interpretato da Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, con l’indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone, interpretata da Joan Baez.

Nel 1977, infine, cinquant’anni dopo la loro morte, il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, riconosce gli errori commessi nel processo e riabilita ufficialmente Sacco e Vanzetti.

L’ultima polemica risale al dicembre 2005. Il Los Angeles Times scrive del ritrovamento di una lettera di Upton Sinclair, l’autore di Boston, in cui affermerebbe che un avvocato di Sacco e Vanzetti, Fred Moore, gli avrebbe confidato la colpevolezza dei suoi clienti. Molti opinionisti conservatori, come Jonah Goldberg del Los Angeles Times, hanno subito preso la palla al balzo, ribadendo la correttezza del processo subito dai due anarchici e condannando l’appoggio che la sinistra americana tende sempre a dare a tutti i prigionieri politici della storia statunitense, passata e presente.

Come si vede, a quasi ottanta anni dalla loro morte la vicenda di Sacco e Vanzetti scalda ancora gli animi, riempie articoli di giornali e occupa spazi radiotelevisivi. Il perché è presto detto. È evidente che non sono più in gioco le idee anarchiche, ormai dimenticate, ma la natura del sistema giudiziario degli Stati Uniti. Un sistema che molti pensano sia sempre stato ingiusto con gli stranieri, con i poveri, con i radicali. È questo il motivo per cui la bandiera di Sacco e Vanzetti sventola ancora, da una parte e dall’altra. Le loro idee, la loro vita di sacrifici e di lotte, le loro scelte politiche, paradossalmente la loro stessa innocenza o colpevolezza sono, in un certo senso, dimenticate. Sono diventati solo simboli di un sistema processuale che una parte politica considera profondamente ingiusto e che l’altra parte difende, invece, a spada tratta.

Siamo giunti alla fine della nostra storia che voglio chiudere con una curiosità. Anche il processo di beatificazione, come quello di condanna, ha i suoi falsi e le sue forzature. Ricordate, nel brano iniziale, quando Vanzetti parla di sé e dell’amico come un povero pescivendolo e un buon calzolaio?

Ebbene, l’anarchico piemontese in realtà non pronunciò mai quelle specifiche parole. Phil Stong, il giornalista che nel 1927 raccolse la sua ultima dichiarazione, ammise, in seguito, di aver inserito personalmente i termini calzolaio e pescivendolo per – cito – «dare un tocco di umiltà e di semplicità al personaggio».

Un’aggiunta apocrifa che non cambia, comunque, il senso profondo della frase. L’addio al mondo di Bartolomeo Vanzetti conserva infatti il sapore acuto della profezia che segna tutti i discorsi degli uomini che sanno guardare lontano. Non solo al di là dei muri della prigione, ma anche dei confini di quell’America che un tempo aveva raggiunto colmo di speranze, e ancora al di là delle barriere del tempo. Vanzetti comprese, infatti, che se lui e Nicola Sacco avessero vissuto normalmente, anche lottando quotidianamente contro l’ingiustizia sociale, la loro esistenza si sarebbe dissolta nell’oblio. L’esecuzione per mano di un potere reso cieco dalla paura e dai pregiudizi gli avrebbe invece regalato l’immortalità, li avrebbe fatti salire nel paradiso laico dei martiri per l’Ideale.

In altre parole, li avrebbe condannati a rimanere per sempre nella Storia.