01 – i Protocolli dei Savi di Sion: un falso sempre attuale

I Protocolli dei Savi di Sion sono stati pubblicati per la prima volta in Russia all’inizio del Novecento e costituiscono un pugno di scritti che rivelano un piano da parte della comunità ebraica internazionale per assicurarsi il dominio del mondo. Un progetto, questo, da realizzarsi attraverso il controllo della finanza internazionale e la promozione di guerre e di rivoluzioni. Un piano inquietante, da brividi, se non fosse però che si tratta di un clamoroso falso. Un falso storico, celebre, smascherato come tale pochi anni dopo la sua fabbricazione. Eppure ritenuto ancora attendibile da un numero incredibilmente alto di persone.

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 «L’unica società da noi conosciuta che sarebbe capace di farci concorrenza in queste arti potrebbe essere quella dei Gesuiti. Ma siamo riusciti a screditare i Gesuiti agli occhi della plebe stupida per la ragione che questa società è un’organizzazione palese, mentre noi ci teniamo dietro le quinte, mantenendo il segreto della nostra. Al mondo, in fin dei conti, importerà poco se diventerà suo padrone il capo della chiesa cattolica oppure un tiranno del sangue di Sionne. Ma per noi popolo prediletto la questione non è indifferente».

Il brano citato è tratto dal Quinto Protocollo di Sion. I Protocolli di Sion sono stati pubblicati per la prima volta in Russia nel 1903 e sono un pugno di scritti che presentano un piano ebraico per il dominio del mondo da realizzarsi attraverso il controllo della finanza internazionale e la promozione di guerre e di rivoluzioni.

Un piano inquietante, da brividi, se non fosse che è un clamoroso falso. Un falso storico, celebre, smascherato come tale pochi anni dopo la sua fabbricazione. Eppure ritenuto ancora attendibile da un numero incredibilmente alto di persone.

Di falsi, di patacche e di bidoni ne è pieno il mondo. I nostri media ce ne regalano a piene mani, prendendo per buono e non verificando le dichiarazioni del politico di turno. O passando per autentici dossier assolutamente fasulli, come quelli diffusi nel 2002 dai governi statunitensi e britannici sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Lo spettatore–lettore è spesso costretto nel ruolo di fruitore passivo di queste bugie. In parte perché non ha gli strumenti per verificare le informazioni. In parte perché non ha voglia di pensarci e in parte perché spesso gli fa comodo credere a quanto gli viene detto.

Può quindi essere interessante e utile narrare ancora una volta la storia di questo falso, perché la sua vicenda è intrigante e terribile al tempo stesso, visto che a un secolo di distanza dalla loro fabbricazione i falsi protocolli continuano a seminare menzogna nel mondo.

La storia dei Protocolli comincia in Russia, agli inizi del Novecento. Anzi no, forse in Francia, nella seconda metà dell’Ottocento. O forse bisognerebbe risalire ancora a monte, al primo manifestarsi dell’antisemitismo. Ecco vedete, è sempre difficile per uno studioso di storia dare una data precisa per l’inizio di un fenomeno, perché c’è sempre qualcosa che precede: un’idea, un presupposto, un contesto che favorisce un determinato sviluppo. Ma diamoci un taglio e iniziamo da un luogo e una data certi: San Pietroburgo 1903. In quest’anno, in una Russia dominata dallo zar Nicola II, viene pubblicato un libello intitolato I Protocolli dei Savi di Sion, che contiene appunto gli atti di un complotto ebraico per la conquista del mondo. Il testo dei Protocolli è indubbiamente sconvolgente. Vi si trova una disamina cinica e spietata del mondo contemporaneo e una serie di considerazioni sui meccanismi che il “popolo eletto” deve mettere in moto per acquisirne il completo controllo. Merita, per darne un’idea, leggerne un altro breve brano, tratto dal Quinto Protocollo.

«Noi siamo troppo potenti; il mondo intero deve fare i conti con noi. I governi non possono fare il più piccolo trattato senza il nostro intervento segreto. Per me “reges regunt”, i sovrani regnano per mezzo mio. Leggiamo nella Legge dei Profeti che siamo prescelti da Dio per governare il mondo. Dio ci ha dato l’ingegno e la capacità di compiere questo lavoro. Se vi fosse un genio nel campo nemico, egli potrebbe forse ancora combatterci, ma un nuovo venuto non potrebbe competere con dei vecchi lottatori come noi e il conflitto fra lui e noi assumerebbe un carattere tale che il mondo non ne avrebbe ancora visto l’eguale. Oramai è troppo tardi per il loro Genio. Tutte le ruote del meccanismo statale sono messe in moto da una forza che è nelle nostre mani: l’oro!».

 Nella Russia zarista i Protocolli di Sion ebbero uno scarso successo fino al 1917, quando cominciarono a moltiplicarsi le traduzioni. Tra il 1918 e il 1921 i Protocolli furono ritenuti da molti un documento autentico che consentiva di attribuire al sionismo la guerra mondiale, la rivoluzione bolscevica e la crisi economica. Numerose ristampe vennero diffuse tra le armate bianche che combattevano contro i comunisti appena giunti al potere.

Loro falsità fu presto smascherata. Il primo a metterla in luce fu un giornalista del Times di Londra. Era il 1920 quando Philip P. Graves destituì iProtocolli di ogni fondamento, riconoscendovi il plagio di un libello antibonapartista e di alcuni testi antisemiti dell’Ottocento.

La fonte originaria dei Protocolli dei Savi di Sion era infatti un pamphlet del 1864 intitolato Dialoghi agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu, scritto dal satirista francese Maurice Joly. L’autore attaccava le ambizioni politiche dell’imperatore Napoleone III, raccontando un immaginario complotto diabolico all’inferno. Joly, a sua volta, si era ispirato a un famoso romanzo di Eugene Sue, I misteri del popolo (1849), in cui i cospiratori erano i gesuiti. Joly fece stampare il suo pamphlet anti–monarchico in Belgio e cercò di reintrodurlo illegalmente in Francia, ma la polizia sequestrò un gran numero di copie e Joly fu arrestato e condannato, nel 1865, a quindici mesi di prigione.

Tre anni dopo un antisemita tedesco, tale Herman Goedsche, ex–impiegato delle poste licenziato per aver falsificato nel 1849 le prove di un processo, pubblicò con lo pseudonimo di sir John Retcliffe un’opera dal titolo Biarritz, nella quale immaginava che un’assemblea segreta di rabbini si riunisse ogni cento anni con lo scopo di pianificare la cospirazione giudaica. Tutto l’episodio è un collage di plagi: il complotto è preso infatti da un episodio narrato da Alexandre Dumas e si chiude con i dialoghi tratti dal pamphlet di Joly.

Cinque anni dopo l’uscita del libro di Herman Goedsche, la stessa storia venne riferita, come veramente accaduta, in un libello russo, Gli ebrei, signori del mondo. Nel 1881 la rivista russa Le contemporain la ripubblicò asserendo che proveniva da una fonte sicura, il diplomatico inglese sir John Readcliff.

Agli inizi del Novecento la polizia segreta zarista riprese il testo, lo manipolò e lo ripropose come se fosse una sorta di verbale di una serie di riunioni segrete che in realtà non furono mai effettuate. A partire dal 1917 I Protocolli diventarono un best seller. Nel 1920 apparirono in traduzione inglese a Londra e a Boston, in francese a Parigi, in ungherese a Vienna. Dell’anno successivo sono le traduzioni italiana e serba. Nonostante il successo, o forse proprio a causa di questo, l’anno della loro traduzione inglese fu anche quello del loro smascheramento. Dalle colonne del Times di Londra venne infatti diffusa la notizia che i Protocolli erano un falso.

E allora? Tutto finito? Macché. La storia al contrario iniziò praticamente da quel momento. Sostiene Umberto Eco:

 «L’aspetto più straordinario dei Protocolli dei Savi degli Anziani di Sion non è tanto la storia della sua produzione, quanto quella della sua ricezione […]. Quello che appare incredibile è che questo falso sia rinato dalle proprie ceneri ogni volta che qualcuno ha dimostrato che si trattava di un falso, al di là di ogni dubbio. Qui il romanzo dei Protocolli inizia davvero a diventare inverosimilmente romanzesco».

 Umberto Eco centra, come sempre, il problema. Le argomentazioni del giornalista inglese rimasero infatti inascoltate perché i Protocolli facevano comodo solo veri, specialmente ad alcuni regimi europei. Facciamo il caso della nostra amata patria. La traduzione italiana è del 1921, ad opera di Giovanni Preziosi, un ex–sacerdote, inizialmente legato agli ambienti del modernismo e della nascente Democrazia Cristiana. Nel 1913 aveva fondatoLa Vita italiana all’estero, una rivista di orientamento nazionalistico dedicata ai temi dell’emigrazione. Nel 1920 Preziosi passò al fascismo e l’anno successivo tradusse i Protocolli che tuttavia, inizialmente, vendettero solo alcune migliaia di copie.

Ma negli anni Trenta l’avvicinamento del fascismo italiano al nazismo aprì un nuovo grande spazio per la riemersione di questo falso. Scrive Sergio Romano:

 «Dopo essere rimasti per sedici anni negli scaffali della letteratura stravagante e marginale, riapparvero trionfalmente nel 1937».

Trionfalmente è l’espressione esatta, perché l’edizione dell’ottobre del 1937 si esaurì in quattro mesi. Nel febbraio del 1938 furono nuovamente editi. Nell’estate del ‘38, poche settimane prima della promulgazione dei decreti Per la difesa della razza, apparve un’edizione destinata a tutti gli istituti pubblici del regime. 1938: da diciotto anni il mondo sapeva che il complotto giudaico per la conquista del mondo era una bufala, ma nelle scuole d’Italia questo falso era “Storia”, Storia vera, tanto vera da costituire una non piccola base d’appoggio per la discriminazione attuata contro gli ebrei, i sequestri, le deportazioni e il conseguente sterminio.

Fine della storia? No. Provate a digitare i termini Protocolli e Sion nel motore di ricerca Google e farete incontri decisamente interessanti. Siti vicini all’ideologia fascista o dichiaratamente negazionisti li ripropongono in maniera volutamente ambigua, con introduzioni che non chiariscono il contesto di origine, favorendo in questo modo il permanere del sospetto. Altri siti, prossimi al mondo dell’estremismo islamico, li accolgono in pieno come prova della fondatezza di qualsiasi politica anti–sionista. A tutti costoro la verità non interessa, ma al fanatismo, d’altronde, la verità non è mai interessata, né interesserà.

A noi, invece, sta a cuore. A noi interessa ragionare con la nostra testa, verificare le affermazioni, controllare le fonti. Serve farlo?

Will Eisner, un grande autore di fumetti recentemente scomparso, ha dedicato una bellissima graphic novel ai Protocolli di Sion. A pagina 111 dell’edizione italiana di quest’opera troviamo il seguente dialogo.

Autore: «Sto scrivendo una graphic novel per rivelare l’origine degli infami Protocolli di Sion. Spero che metta in guardia coloro che ancora ignorano che sia un falso!».

Bibliotecario: «Ah! In bocca al lupo! Si sta occupando di un vecchio vampiro che continuerà a infestarci. Non serve a niente che si abbia la prova assoluta della sua falsità».

Non serviva a nulla per il bibliotecario, ma per l’autore, Will Eisner, era doverosa. Will Eisner la sua denuncia continuò infatti a scriverla e a disegnarla.